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L’UE DOVREBBE CHIEDERE NUOVE ELEZIONI IN UCRAINA

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di Lucio Leante

Sospiro di sollievo nell’UE, ma solo parziale. Il peggio è stato evitato, ma non c’è di che rallegrarsi troppo. Dal Consiglio europeo del 18-19 dicembre scorsi è uscito certamente sconfitto il fronte bellicista dei volenterosi europei di Friederich Merz, di Keir Starmer, di Ursula von der Leyen e dei leader dei paesi baltici. Tutti loro (mentre il loro sodale Emmanuel Macron, faceva il pesce in barile), avevano mirato infatti al peggio, e cioè alla confisca delle riserve finanziare russe depositate in Belgio. Ciò avrebbe significato, oltre che una violazione delle regole del diritto internazionale e una perdita di credibilità del sistema finanziario europeo, anche un’aperta dichiarazione di guerra alla Russia, con inevitabili e prevedibili rappresaglie di vario genere. La loro linea, (di ascendenze neocon e neo-fabiana) è da tempo quella disperata del “finché c’è guerra (e riarmo) c’è speranza”. Speranza di una sopravvivenze politica personale di quei leader europei a qualsiasi costo e cioè al costo della continuazione di una guerra inutile e già perduta, in vite umane e in risorse finanziarie.

Grazie anche al governo italiano (e in particolare a Giorgia Meloni) la loro linea catastrofica è stata battuta e alla fine si è giunti ad un compromesso. Si è concordato all’unaninimitè un debito comune di 90 miliardi con garanzie nazionali di tutti i membri dell’UE (escluse Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca che se ne sono tirate fuori) per elargire a Kiev un “prestito” finalizzato a garantire la sopravvivenza dello stato ucraìno nei prossimi due anni. In sostanza non di un prestito si tratta, ma di un’elargizione a fondo perduto, dato che Kiev non potrà mai restituirlo. Sarebbe tenuita a restituirlo solo dopo avere ricevuto impossibili riparazioni di guerra da Mosca. Campa cavallo!
Ma non si può esultare. Ci si deve chiedere: passati due anni che si farà? Lo stato ucraìno che è già oggi uno stato fallito. Senza la mammella europea, non potrebbe oggi nemmeno pagare gli stipendi ai suoi dipendenti.
 I leader europei si riempiono da tempo la bocca della retorica dell’Ucraina come “porta dell’Europa” e “avamposto europeo contro la minaccia russa”. Dicono: “sostenere l’Ucraìna è difendere la nostra dipendenza e la nostra libertà”. Dicono anche in un crescente delirio paranoide: “la continuazione della guerra in Ucraìna ci consente di guadagnare tempo per riarmarci e prepararci all’inevitabile attacco russo alla Polonia ed ai paesi baltici”. Di questo attacco credono di prevedere anche la data: “entro il 2030”! La conclusione di questo delirio è, come dicevamo, “finché c’è guerra c’è speranza”.

Sembrano non rendersi conto che, dopo che gli USA di Donald Trump si sono tirati fuori dal conflitto, sono rimasti con un costosissimo e potenzialmente suicida cerino in mano e rischiano di dovere mantenere in piedi, a spese dei loro contribuenti ed eredi, lo stato ucraino per una lunga fase storica e potenzialmente per sempre. Un costo che essi stessi fanno ascendere a livelli astronomici quando chiedono che l’esercito ucraìno rimanga agli attuali livelli di 800 mila effettivi e per giunta super-armati. Sembrano non rendersi conto che la loro linea implica un’esplosione dei debiti pubblici dei paesi europei già virtualmente insostenibili a spese dei contribuenti e dei servizi pubblici (sanità, scuole, pensioni) garantiti finora ai cittadini europei. Ma davvero non si rendono contro di tutto questo i leader e i loro araldi che in questi giorni tromboneggiano che si tratta di pagare “un prezzo necessario per la libertà e l’indipendenza di noi europei”?

Per di più non è solo questione del chi paga. È anche una questione di sicurezza collettiva. L’UE sta creando uno stato super-armato e in permanente stato di guerra con la Russia. Cosa e chi garantirà che quella potenza militare sarà in futuro controllata dagli europei e usata per fini pacifici e non invece provocatori? Chi garantisce che quelle armi e quelle risorse che l’UE generosamente sta elargendo a Kiev non finiscano in mani di gruppi utra-nazionalisti, neo-nazisti e potenzialmente terroristi, specie dopo una pace imposta da Trump e Putin all’Ucraìna sconfitta?

Gli europei credono di trovare una soluzione di breve e medio periodo a questi dubbi cercando di mantenere al potere a Kiev Volodymir Zelenski e il suo attuale regime russofobico, anche se visibilmente cinico e corrotto.

È questo il più grave errore dei massimi leader europei volenterosi e no. L’attuale regime ucraìno di Zelenski e compagni non garantisce nulla e anzi tutto lascia pensare che continuerà ad alimentare provocazioni anti-russe in nome di un prevedibile revanscismo. Non sono da escludere nemmeno operazioni “false flag” intese a provocare un intervento degli europei “in difesa dell’Ucraìna”. Quel regime è una (tra l’altro costosissima) mina vagante per la sicurezza e la pace in Europa che gli europei stanno costruendo e mantenendo a proprie spese. L’attuale politica europea è autolesionista e, al limite, suicida.     

Anziché continuare a sostenere quel regime, i leader europei più responsabili dovrebbero mirare ad una sua sostituzione con una dirigenza ucraina capace di inaugurare una nuova era di pace (e di pacificazione con la Russia). È questa la condizione per una ricostruzione e per una ripresa delle normali capacità di autosostentamento dell’Ucraina. 

Gli stati europei, se vogliono davvero perseguire i propri reali interessi, dovrebbero perciò imporre al loro protetto Zelenski di convocare al più presto nuove elezioni generali in Ucraìna evitando di interferirvi.

Ma prima di ciò devono chiarire a se stessi la differenza di interessi occulta che li divide in due parti. Devono cioè chiarire a se stessi che gli interessi personali di sopravvivenza politica di Zelenski, di Merz, di Macron, di Starmer e degli attuali leader polacchi e baltici sono attualmente mascherati dalla propaganda della presunta e improbabile “minaccia russa” e dalla conseguente presunta necessità di un costoso riarmo e di un ancora più costoso e rischioso sostegno al regime di Zelenski. Quegli interessi non coincidono con gli interessi nazionali della maggioranza dei paesi europei e dell’Europa nel suo insieme. E anzi sono totalmente contrari ad essi. Vasto programma certo, perché quei leader rappresentano per ora la parte maggiore e dominante in Europa. Forse bisognerà aspettare le prossime elezioni politiche in Francia. Ma è un programma che sarebbe non solo necessario, ma anche urgente.

 

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