
Quando il codice diventa un alibi e l’orrore una nota a piè di pagina
C’è una frase che non dovrebbe mai comparire accanto alle parole “bambina” e “dieci anni”.
E invece eccola lì, nera su bianco, pronunciata con serenità tecnica:
“Non ci fu violenza, fu consenso.”
Dieci anni. Una bambina. Incinta. Costretta a un aborto terapeutico.
E lo Stato, attraverso una sentenza, ci spiega che il problema è solo la qualificazione giuridica del fatto.
Non la sostanza. Non l’orrore. Non l’abisso.
In Italia oggi apprendiamo che esiste una realtà parallela in cui una bambina di dieci anni può “consentire”.
Un consenso “viziato”, certo. Un consenso che non elimina il reato, ci dicono.
Ma sufficiente, evidentemente, a togliere la parola violenza da una sentenza.
È una magia lessicale: togli la violenza, abbassi la pena.
Riqualifichi il reato, alleggerisci la coscienza.
E la giustizia può continuare a dire: abbiamo applicato la legge.
Complimenti. La legge è salva. La bambina no.
Cinque anni di carcere. Cinque. Per una vita devastata prima ancora di iniziare.
Poi ci si stupisce se i cittadini parlano di giustizia marcia.
Non perché non conoscano il diritto,
ma perché riconoscono l’ingiustizia anche quando è perfettamente legale.
Qui non c’è da discutere di rito abbreviato, di attenuanti, di forbici edittali.
Qui c’è da chiedersi che razza di Paese siamo diventati, se una sentenza può affermare che la gravità “non è in discussione” mentre riduce tutto a un problema di definizioni.
La violenza non è solo uno schiaffo o un coltello.
La violenza è anche un adulto che usa il proprio corpo, la propria età, il proprio potere su una bambina.
La violenza è un sistema che poi le dice: giuridicamente potevi dire di sì.
Se questa è la giustizia “corretta dal punto di vista giuridico”, allora sì: è moralmente inqualificabile.
E non basta dire che il procuratore “valuterà l’appello”.
Perché intanto il messaggio è partito, chiaro e devastante: la legge può essere applicata anche quando smette di essere giusta.
Questo pensiero di chi come scrive non accetta, non sia un ’orrore che venga aalla fine archiviato come un tecnicismo





