Sottovalutato l’impatto sulla “verità” politica e sull’economia
Non posso che ripetere quanto ho scritto quattro anni fa.
L’avvento dei social oggi è studiato da ogni punto di vista: investimento finanziario, non solo quello del ritorno economico per i blogger; pubblicità occulta e ingannevole, con la coda di vere e proprie truffe; modifica delle abitudini sociali, con istigazione alla solitudine e al predominio di rapporti sociali virtuali; lettura della società deformata dalle convinzioni degli opinionisti, questi ultimi, loro sì legittimamente, al possibile servizio di interessi.
Viene studiato persino dal punto di vista medico, nel campo di assuefazioni, dipendenze, problemi di “astinenza”, dell’impatto con la crescita culturale e dello sviluppo intellettivo ma anche, fisicamente, dalle conseguenze sullo sviluppo cerebrale.
Sottovalutato, invece, mi sembra, e non credo sia casuale, l’impatto sulla “verità” politica e sull’economia.
L’informazione che i social contengono fa opinione, rafforza o sminuisce tendenze e sensazioni, crea convinzioni, stati d’animo, propone futuri e prospettive, alimenta speranze o delusioni, attese o rassegnazione.
L’ampiezza della loro diffusione segnala l’importanza di questi loro effetti.
Ne cito solo due.
L’effetto dell’informazione è la materia prima dell’economia. Secoli di storia economica ci hanno detto che essa si muove sulla base delle convinzioni delle moltitudini.
Per ogni avvenimento economico, da quello congiunturale alle grandi rivoluzioni economiche – che hanno fatto da traino quasi esclusivo a quelle sociali – c’è stato bisogno che la “massa” si muovesse in una qualche precisa direzione.
Quasi sempre questo movimento è stato avviato da chi – singolo, ma più spesso gruppi – aveva in mente un suo interesse da raggiungere e che – senza avere alle spalle la spinta di moltitudini – non avrebbe potuto raggiungere. Moltitudini che ha convinto “informando”. Dal passa parola, ai proclami, al “comizio”, ai mezzi di informazione. E come, se no?
Non solo sul piano empirico e della verità storica l’economia si è dimostrata soprattutto effetto di convinzioni popolari. Anche sul piano teorico questa verità è risultata oggetto di studio e di conclusioni dimostratesi esatte. Verità scomoda: e, infatti, è tenuta ai margini di ogni dialogo.
Ancor meno interesse io vedo per la considerazione che l’informazione è la materia prima della politica: in strati sociali sempre più ampi, che si riconoscono poco in ideologie “formalizzate”, quell’opinione che si forma sulla base dell’informazione è base elettorale.
E se, per l’economia, la sostanza pratica fa da padrona, nella politica – che definisce e connota i fondamentali della società – il contenuto etico assume rilevanza assoluta.
Eppure, il tema dell’informazione, della veridicità della sua narrazione, della necessità di separare i fatti dalle opinioni e, ancor più, dal “vizio” di far passare per considerazioni “neutre” quelle che sono, invece, convinzioni ideologiche utili a campagne di pubblicizzazione di tesi, che si vogliono rendere così più probanti, appare improntato a una prudenza che, io ne sono certo, nasconde ben altro.
Ho già detto più volte e mi ripeto: bisogna affrontare il tema dell’informazione che un malinteso senso di “diritti di libertà” ha fatto diventare questione tabù. E se l’argomento è non centrale, ma presente nelle discussioni sull’utilizzo e la conformazione dei social, appare quasi del tutto assente quando si parla di media più tradizionali. Sulla loro autonomia si è costruito un mantra, che mette insieme situazioni diverse tra loro: anche quelle inverosimili. E sta diventando un pericolo.
L’informazione è un potere. Deve avere piena libertà, dovendosi mettere allo stesso livello ai tre grandi poteri che sono alla base della civiltà occidentale. Come essi va difeso nella sua autonomia dagli altri poteri. Come gli altri poteri deve soggiacere alla regola dei pesi e contrappesi. Non c’è nella Costituzione: ma va affrontato.
Argomenti delicatissimi, ma ormai obbligatori. I peggiori incubi sui vulnus alla democrazia di un’informazione strumentalizzata e piegata ai “poteri” stanno diventando realtà.
Invece, mi sembra di assistere al: «Non debemus, non possumus, non volumus» di Papa Pio VII.
Eppure, proprio dal Vaticano giunge un avviso. La tesi che ho letto – e che non commento – è che «Leone fa piazza pulita e “archivia” Bergoglio». Ma l’oggetto del commento che dice che la strumentalizzazione dell’informazione è ovunque e preoccupa tutti, è materia di riflessione.
«Ogni viaggio, ogni parola, ogni gesto del Papa – secondo una relazione riservata elaborata in ambienti agostiniani – finiscono immediatamente risucchiati dentro una narrazione politica, ideologica o mondana costruita da apparati, correnti e cordate più interessate ai propri equilibri che alla missione della Chiesa».
Vale solo per il Vaticano?


Giuseppe Augieri, laureato in Economia e Commercio, Master alla SdA Bocconi, ha seguito corsi di alta formazione in statistica ed econometria. Progettista impianti, impiegato tecnico ENEL, Segretario Generale UIL – Energia, proprietario ed editore del giornale della Federazione, team leader dello start-up della società ENEL di formazione. Già Responsabile di analisi e controllo gestione di un'importante azienda e amministratore delegato di una sua costola internazionale.


