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La tragedia di Modena e i soliti imbonitori che minimizzano

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L’ipocrisia collettiva che suscita rabbia e disorientamento

Vi giuro che appena ho appreso la tremenda notizia della sanguinosa tragedia di Modena non ho provato né rabbia, né tantomeno odio, ma solo un profondo sconcerto e un’intensa curiosità.

Volevo prima capire come e perché fosse potuta verificarsi una simile follia.

La collera e lo sdegno si sono impadroniti di me solo nei giorni successivi, ma non a causa di quell’auto lanciata contro i passanti, ma per la canea mediatica lanciata contro l’intelletto dei cittadini.

È stato quel latrare inconsulto di politici e opinionisti vari a scatenarmi quell’odio che neanche l’efferato stragista era stato capace di suscitarmi.

Con il sangue che ancora scorreva sull’asfalto, era già iniziata la guerra semantica per attestare se l’assassino fosse “un criminale di seconda generazione” o piuttosto “un italiano”.

Come se la definizione terminologica cambiasse i termini del problema.
I professionisti della cautela ideologica, poi, improvvisatisi esperti di intelligence, davano immediatamente per scontata l’impossibilità della radicalizzazione islamica stante i problemi psichiatrici di cui soffriva.

Come se il reclutamento degli attentatori kamikaze che ha insanguinato l’Europa avvenisse solo tra persone dotate di saggezza e raziocinio.

Il conseguimento della laurea in economia, poi, a dire degli specialisti della minimizzazione, escludeva alcun problema di integrazione. Come se l’effettiva integrazione si misurasse con un documento di identità o un titolo di studio.

E poi la ridicola gara degli “eroi”.

L’italiano che lo ha coraggiosamente affrontato e placcato, beccandosi due coltellate, non è l’unico a cui va riconosciuto il merito, sottolineavano piccati alcuni commentatori.

A dargli manforte andavano annoverati anche un egiziano e un pakistano.
Come se qualcuno si aspettasse che gli stranieri intervenuti, invece di collaborare nel disarmare il criminale, gli dessero manforte.

Ecco, ritengo che quest’ipocrisia collettiva, tale imperativo categorico del negare un problema per non comprenderlo, sia il vero pericolo.

È proprio tale atteggiamento che suscita quella rabbia e quel disorientamento capace di destabilizzare la normale convivenza.

Indipendentemente dalle reali motivazioni che possano aver spinto quel folle a emulare atti terroristici, nascondere che c’è un tema che riguarda le seconde generazioni è altrettanto folle.

Così come folle è essere additati quale razzisti solo per porre l’attenzione sulla questione.

Le seconde generazioni di immigrati spesso nutrono un astio violento nei confronti della società.

Soffrono un disagio, vero o presunto, sono animati da un perenne conflitto, non si sentono integrati o rifiutano di integrarsi.

Questa è una realtà che non può essere affrontata minimizzandola, disconoscendola o, peggio, giustificandone la violenza che ne deriva.

Questa è una realtà che va prima riconosciuta e poi affrontata con criterio.
Alzare barricate ideologiche di carta pesta, spandere pestilenziali fumogeni dottrinari, non solo è stupido ma anche criminogeno.

E, soprattutto, non aiuta né chi vive quel disagio, né chi, a causa di quel disagio, viene spazzato via da un’auto lanciata a folle velocità

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