Home Opinioni L’ILVA DI TARANTO, SPECCHIO SIMBOLO DI UNA DEGENERAZIONE INDUSTRIALE

L’ILVA DI TARANTO, SPECCHIO SIMBOLO DI UNA DEGENERAZIONE INDUSTRIALE

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La vicenda Ilva è uno degli atti politici ed economici più assurdi è delinquenziali a cui si è assistito in questi ultimi 20 anni. Atto supportato dalle allucinazioni UE del Green Deal che hanno fatto da sfondo a decisioni ideologiche assurde costando al mondo industriale Europeo un terremoto senza precedenti; un fenomeno intrinseco di assurdità illogiche agitate come un punto di verità fedeistiche pagate a caro prezzo che non ha precedenti.

Quello di cui parliamo è il termometro di visioni ideologiche alterate da un mondo della finanza che ha imposto il Wto con annesso ogni tipo di degenerazione del mercato, contenendo le regole della democrazia in un perimetro dove le decisioni erano espresse non dalla politica, ma dalle logiche di dumping cioé in un contesto di concorrenza sleale.

Inoltre, quello di cui parliamo, è divenuto un metro di paragone a cui si è adeguata una cultura di degrado politico, divenuto il paragone anche di come un Paese come l’Italia ha selezionato la sua classe dirigente politica, sindacale e di un gruppo dirigente industriale sprovvisto di una strategia industriale.

Oggi i drammi sono tutti davanti ai nostri occhi, ma nessuno vuole affrontare un esame di realtà di una storia che purtroppo rischia de segnare il futuro dell’Italia e dell’Europa.

Il buonsenso imporrebbe oggi una seria riflessione storica politica ed economica. Il sindacato in primo luogo ha mancato di imporre una strategia di lungo termine, quella che molti anni or sono la proponevano i riformisti seri nel congresso socialdemocratico di Bad Godesberg, i quali già prevedevano forme partecipative del mondo del lavoro a supportare lo sviluppo industriale in un contesto che sapesse coniugare i diritti sociali dei lavoratori con il mercato e welfare.

Le logiche ottuse di chi ha imposto l’azienda come luogo dove imporre con ogni mezzo un’egemonia ideologica, compresa la limitazione dell’utilizzo degli impianti, oggi si ritrova in uno spazio di tali contraddizioni che pensare di uscirne con forzature di violenza segnala solo impotenza e disperazione .

Prendere coscienza di un fallimento strategico è il primo passaggio per poter rinascere con un progetto in coerenza con uno sviluppo realistico e praticabile non nei sogni ma in una realtà possibile.

Quello che storicamente si può osservare è che con la costituzione del trattato Europeo della C.E.C. A. – dove i progetti industriali di sviluppo prevalevano sulla burocrazia – l’ILVA di Taranto si era affermata anche attraverso molti percorsi tribolati, tanto da divenire lo stabilimento siderurgico più importante e significativo d’Europa. Con l’entrata degli accordi di Maastricht la burocrazia e il dirigismo esasperato hanno soffocato e sperperato risorse per rincorrere illusione e percorsi ideologici incompatibile con una realtà importante come l’Ilva di Taranto.

Oggi nella notte più buia serve rimettere i piedi per terra e liberarsi delle zavorre e dei lacci elaborando un progetto industriale realistico, valorizzando anche la collocazione geografica oltre che partner che garantiscano sinergie e pure in pieno utilizzo degli impianti.

Serve tornare allo spirito politico e culturale della CECA.

Autore

  • Pietro Imberti

    Pietro Imberti, sindacalista della UILM (metalmeccanici) di Brescia, Membro della Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio) dal 1980 al 1992. Presidente del CREL (Centro Ricerche Economia del Lavoro) della Lombardia. Giornalista, ha contribuito attivamente al dibattito sociopolitico ed economico, firmando interventi e saggi.

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