
In questo stesso numero del giornale, Piero Imberti si chiede come possa essere accaduto che alcuni socialisti si siano lasciati ammaliare dai miraggi della finanza legandosi ai suoi interessi e alle sue strategie.
La risposta più sintetica, secca e, direi, palmarmente evidente in ragione dei fatti, è che, come scrive P.Klein, “le grandi imprese sono diventate il principale tutore della sinistra”. [1]
L’essere woke, nella declinazione dell’idiotismo degli adepti della religione californiana della sinistra radical chic, è falso moralismo, autoesaltazione superficiale, simulazione, ipocrisia, crassa ignoranza elevata a supponente superiorità.
Fin qui, ormai, il wokismo è nudo nella sua essenziale idiozia, a tal punto da aver generato reazioni di rigetto, di vomito intellettuale e politico, di istintiva distanza.
Non è un caso che le urne premino le destre e che le sinistre siano allo sbando, preda dell’idiotismo woke con il quale si sono alleate.
Tuttavia, e qui entriamo nel vivo di una possibile risposta alla domanda di Imberti, il wokismo è anche woke washing, ossia – come spiega Carl Rhodes, nel suo: “Capitalismo Woke – Come la moralità aziendale minaccia la democrazia” – è il mettere in atto “una pratica di marketing e pubbliche relazioni con cui le grandi imprese sperano, associandosi a cause politiche più che giuste, di ottenere favori dai clienti”. [2]
Fin qui, per dirla in elegante vernacolo, si tratta di tecniche di paraculismo markettaro, ma il vero problema sta altrove.
Essere woke, srive Carl Rhodes, non è altro che il dichiararsi “seguaci di una moda a favore di cause politiche all’apparenza radicali, come ad esempio i movimenti contro il sessismo, il razzismo e altre forme di discriminazione e oppressione. Altre cause apparentemente woke sono l’ambientalismo, la consapevolezza circa la salute mentale, i diritti LGBTQI+ e la disuguaglianza economica”. [3]
Fin qui siamo perfettamente nell’ambito del paraculismo commerciale, ma anche dell’operazione di ammaliamento della sinistra, la quale, avendo perso i propri punti di riferimento tradizionali, ha abbracciato la causa dei diritti individuali, delle minoranze, dei presunti esclusi da includere.
Qui va fatta una riflessione e una discussione, come suggerisce Rhodes, “sulle varie cause politiche sposate dal capitalismo globale: ad esempio, quelle per i diritti LGBTQI+, l’uguaglianza matrimoniale, il #MeToo, il #BlackLivesMatter e la prevenzione delle molestie sessuali. Tuttavia, a essere maggiormente rivelatrici sono forse le cause sociali che le grandi aziende hanno evitato di sostenere, come la disuguaglianza di reddito e di ricchezza, il movimento operaio e l’evasione fiscale praticata dalle imprese”.[4]
L’operazione di spostamento di obiettivi e di base sociale a cui si sono prestate le sinistre e i socialisti ai quali si riferisce Imberti è il tradimento di una storia, con l’abbandono del movimento operaio, del ceto medio, delle rivendicazioni sociali economiche e di welfare, che alle imprese woke sono indigesti, per abbracciare le derive dell’idiotismo woke, che per le imprese è marketing, è lisciare il pelo ai clienti, è attivare un consumismo di massa livellatore, ma è anche molto di più: è l’eliminazione della democrazia in quanto tale.
Ed è qui il tradimento più grave e imperdonabile della sinistra.
Qui arriviamo al punto relativo alle domande di Imberti: il capitalismo woke è la morte della democrazia.
“Anziché essere la campana a morto del capitalismo – si chiede Carl Rhodes – il fatto che le imprese diventino woke non potrebbe essere piuttosto il mezzo con cui estendere il potere e la portata del capitalismo in modi estremamente problematici? Se così fosse, ed è questa l’idea fondamentale su cui verte il mio libro, il capitalismo woke dovrebbe essere contrastato e combattuto su basi democratiche, poiché esso fa sì che gli interessi politici pubblici vengano sempre più dominati dagli interessi privati del capitale globale. Se seguiamo questa linea di pensiero, i problemi per la democrazia sorgono nel momento in cui il peso considerevole delle risorse aziendali viene mobilitato per capitalizzare la moralità pubblica. Quando la nostra stessa moralità viene imbrigliata e sfruttata come risorsa aziendale, dietro c’è sempre all’opera l’interesse privato delle imprese. […]. Le implicazioni del capitalismo woke per il futuro della democrazia sono particolarmente rilevanti, giacché la tradizione democratica che valorizza l’uguaglianza, la libertà, il diritto di espressione e il dibattito tra cittadini impegnati viene soverchiata da una voce aziendale che declama la propria versione della moralità, fatta di estratti e citazioni”.[5]
“A livello politico – prosegue Rhodes – le grosse aziende determinano sempre più le leggi che dovrebbero regolamentarle. Dal punto di vista economico, invece, esercitano il proprio predominio eliminando la concorrenza e assicurandosi grandi contratti governativi. Come sostenuto in maniera convincente da Whitehead, la nostra è l’epoca in cui «i governanti degli Stati-impresa dominano tutti gli altri»31. Il capitalismo woke è l’odierna derivazione di questo feudalesimo rinnovato, che cede alle imprese non soltanto l’autorità legale, ma anche quella morale e politica”.
Il capitalismo woke, al quale si è accodata la sinistra, risiede nello spostamento dell’equilibrio di potere dalla sfera politica della democrazia alla sfera economica del capitalismo.
“Non accontentandosi più di influenzare le nostre abitudini di spesa e i nostri stili di vita – commenta Rhodes – grazie al capitalismo woke le grosse aziende inseriscono nelle proprie strategie commerciali il cuore stesso delle nostre convinzioni morali. […]. Le grosse imprese e i miliardari utilizzano la propria forza economica per infiltrarsi nella sfera politica e controllarla. In nome della democrazia e per il bene della maggioranza, questo capitalismo deve essere contrastato”.[6]
La rete del ragno nella quale si è ficcata la sinistra è esattamente quella descritta da Rhodes, il ché significa che si è venduta, consapevolmente o meno, a chi non solo le ha tolto la base sociale, ma anche la stessa motivazione per la quale è storicamente nata e, in più, le ha tolto l’anima, immettendola in un circuito antidemocratico che ha come modello quello del controllo sociale alla cinese. Non è un caso che molti esponenti della sinistra siano filo cinesi e siano proni alle richieste del capitalismo woke che propone un sistema collettivista e totalitario travestito da democrazia libertaria nei costumi, mentre impoverisce le masse e le rende schiave di un neo-feudalesimo tecnologico e plutocratico.
“L’ideale democratico – scrive Rhodes – vede la prosperità economica al servizio del popolo e non viceversa. Anziché su un potere aziendale woke, la vera democrazia si fonda sul credere prima di tutto nella sovranità popolare. Il potere enorme e sempre più crescente delle imprese, con la loro influenza sulla politica contemporanea, rappresenta semmai la regressione a un neo feudalesimo, in cui l’autorità politica spetta a chi è economicamente potente piuttosto che alla volontà del popolo”.[7]
La logica non nascosta del capitalismo finanziario, delle multinazionali e dei miliardari sedicenti filantropi è che la democrazia è disfunzionale alla tenuta del sistema, mentre è molto più adatto a reggere la concorrenza con la Cina un sistema simil cinese, autoritario, antidemocratico. Per affrontare la sfida con la Cina, dove lo schiavismo è di casa, il capitalismo woke vorrebbe introdurre anche in Occidente lo stesso sistema, in questo in sintonia con il collettivismo totalitario stalinista e fabiano che è nelle menti di molti esponenti della sinistra europea.
Stalinisti, filocinesi e fabiani sono, pertanto, sintonici con il capitalismo woke e ne assecondano la deriva antidemocratica. Chi è della sinistra legata al welfare, alla Mitbestimmung e alla storia del movimento operaio oggi guarda a destra? Probabilmente si, perché la sinistra, a sinsitra, è diventata la serva del capitalismo woke.
Si afferma, per giustificare la deriva woke, che la democrazia è ambigua, in quanto nella democrazia è presente una pluralità di posizioni che creano una situazione di inefficienza.
«Occultare l’ambiguità della democrazia», afferma Stavrakakis, citato da Rhodes «significa de-democratizzarla».
Vorrei concludere con una riflessione che ci riporta alla radice della nostra democrazia, in quella Grecia dei presocratici ai quali dobbiamo gran parte della nostra identità. Identità che il capitalismo woke intende toglierci per ridurci a gregge da tosare e, quando ritenuto inutile, da mettere in discarica.
Spesso si identifica il male come disarmonia e il bene, come suo contrario, come armonia e troppo spesso si invoca l’armonia, confondendola con l’accomodamento, con il buonismo, con la rinuncia al confronto, con il pensiero unico politicamente corretto.
Creare armonia non è rinunciare alle proprie opinioni per evitare conflitti, non è fingere che non ci siano differenze, non è accomodarsi nel quieto vivere.
Armonia è figlia di Ares e di Venere.
Ares, dio della guerra, il cui nome significa rovina, distruzione, disgrazia è il compagno di Venere, dea dell’amore. E’ dall’unione di distruzione e di amore che nasce Armonia.
Qui ci sovviene la saggezza di Eraclito: “Pólemos di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re: e gli uni rivela dèi, gli altri umani, gli uni rende schiavi, gli altri liberi”. Fr.22B53DK .
“Pólemos, il Conflitto perenne connaturato a phýsis – commenta Angelo Tonelli – domina su tutti i livelli del mondo fenomenico. A seconda delle differenti alchimie di Contesa, questo o quel centro individuale emerge rispetto agli altri, assurgendo alla dimensione divina, oppure soccombe, e sprofonda nella schiavitù. Il dio, il libero, si distinguono dall’umano, dallo schiavo, in virtù della capacità di cogliere il conflitto e, più in generale, le peripezie della vita, con assoluto distacco e sguardo giocoso, o come occasione evolutiva”. [8]-.
Sta in questo frammento eracliteo la differenza tra il libero e lo schiavo.
Se cristallizzi la Contesa non dai luogo ad armonia, ma a polarizzazione e schiavitù.
Se fuggi da Contesa non realizzi Armonia, ma inutile separazione.
Armonia non è l’arroccarsi tra simili o presunti tali, in una sorta di schieramento autocompiacente.
Scrive Eraclito: “Armonia non visibile, di quella manifesta più potente”. Fr. 22B54DK – Commenta Angelo Tonelli: “Il Regno del Visibile, dominato da Necessità e Contesa è manifestazione di un’Armonia Invisibile che, rispetto a esso, viene ritenuta dominante, e, a livello ontologico, più potente. Di tale armonia non visibile è consapevole il sapiente”.[9]
E allora, “spossante fatica, sfinirsi per gli stessi e degli stessi essere schiavi”. Fr. 22B84b.
“Con ogni probabilità – commenta Tonelli – «gli stessi» indica la danza degli opposti, che variamente trascina gli individui ora in una direzione ora nell’altra, dominandoli e fiaccandone le energie. Eraclito sembra invitare a evitare di cadere in questa rete, e a cercare piuttosto di mantenere una posizione di illuminata equanimità”.[10]
[1] Citazione in Carl Rhodes, Capitalismo Woke – Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi editore
[2] Carl Rhodes, Capitalismo Woke – Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi editore
[3] Carl Rhodes, Capitalismo Woke – Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi editore
[4] Carl Rhodes, Capitalismo Woke – Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi editore
[5] Carl Rhodes, Capitalismo Woke – Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi editore
[6] Carl Rhodes, Capitalismo Woke – Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi editore
[7] Carl Rhodes, Capitalismo Woke – Come la moralità aziendale minaccia la democrazia, Fazi editore
[8] Angelo Tonelli, Eraclito, Feltrinelli.
[9] Angelo Tonelli, Eraclito, Feltrinelli.
[10] Angelo Tonelli, Eraclito, Feltrinelli





