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Liberi di uccidere

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Liberi di uccidere

Accoltellano e a volte ammazzano

Un tempo li chiamavano matti violenti. Oggi con il politically correct sono diventati “fragili soggetti con gravi disturbi psichiatrici e condotte aggressive o violente”.

Se poi ci scappa il morto e devono proprio essere disprezzati pubblicamente, diventano “persone affette da infermità psichica socialmente pericolosa”. In ogni caso c’è sempre la scappatoia del “soggetto non imputabile o alla peggio semi-imputabile per vizio di mente”.

Potrebbe essere il caso di El Koudri. Sabato a Modena, ha lanciato la sua auto a centodieci all’ora sul marciapiede: sette corpi a terra, una donna ha perso entrambe le gambe. Lui era stato in cura psichiatrica per due anni. Poi, nelle parole del prefetto, “se ne erano perdute le tracce”.

Forse non è terrorismo. Di sicuro è il prodotto di un sistema che ha smesso di funzionare e ha deciso di chiamare la propria inerzia “diritto”.

Un caso di pazzia certo, invece, è quello di Domenico Livrieri. A Milano nell’ottobre 2023, ha attirato la vicina di casa Marta Di Nardo nel proprio appartamento.

Con un coltello l’ha squartata e poi ne ha nascosto le parti in una botola sopra la cucina.

Eppure Livrieri avrebbe dovuto trovarsi ristretto in una REMS, una residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, a seguito di una condanna per violenza sessuale.
Il giudice ne aveva disposto il trasferimento nel marzo 2022.

Ma a Castiglione delle Stiviere non c’era posto. Il pubblico ministero aveva sollecitato. Più volte, senza ottenere alcun effetto. I medici del Niguarda, intanto, scrivevano in cartella che “non risponde alle terapie farmacologiche”.
Annotavano. Non lo fermavano, non lo contenevano, non lo ricoveravano. Annotavano.

L’uomo è rimasto libero, in balia della propria schizofrenia e della propria tossicodipendenza, fino al giorno in cui ha fatto a pezzi una donna per rubarle il bancomat.

Pisa, 21 aprile 2023. Gianluca Paul Seung aspetta la psichiatra Barbara Capovani fuori dal reparto che dirige. La aggredisce alle spalle con una spranga. La uccide.

Seung è un soggetto psicotico noto da anni. L’ultima perizia, nel 2022, ne aveva certificato l’incapacità di intendere e di volere. Libero.

La Corte d’Assise lo condanna poi all’ergastolo riconoscendone la piena imputabilità. Lo stesso sistema che per anni lo ha dichiarato incapace, lo ha giudicato infine capace. Ma solo dopo che ha ammazzato.

Tre città. Tre diagnosi documentate. Tre percorsi terapeutici interrotti o mai iniziati. Tre vittime cadute sotto il peso di un’architettura istituzionale il cui unico principio regolatore è: nessuno è responsabile.

Il filo che lega Modena, Milano e Pisa ha un nome e una data. Legge 180, 13 maggio 1978. La Basaglia. L’Italia chiude i manicomi, unico grande paese occidentale a farlo senza costruire un sistema alternativo.

Cancella la pericolosità per sé o per gli altri dai criteri per il trattamento obbligatorio. Stabilisce che il ricovero coatto duri sette giorni. Sette.

Nessuno psichiatra è obbligato a proporlo e di solito nessuno psichiatra vuole la responsabilità di firmarlo. Riconosce al paziente il diritto assoluto di rifiutare le cure.

Era una conquista di civiltà. Quarantotto anni dopo è diventata una licenza di uccidere.

Perché il paziente che rifiuta le terapie scompare. Smette di assumere farmaci, cessa di presentarsi ai controlli, esce dai radar sanitari esattamente come ha fatto El Koudri a Modena.

Nessuno ha il potere di impedirglielo. Al massimo riceve una visita domiciliare, quando c’è il personale per farla. Quando non c’è, il prefetto annuncia a tragedia avvenuta che “se ne erano perdute le tracce”.

In Inghilterra il Mental Health Act consente il ricovero coatto prolungato con revisioni periodiche.
In Francia il prefetto dispone l’ospedalizzazione obbligatoria per pericolosità sociale.
In Germania il sistema prevede l’internamento con revisione giudiziaria.

Il principio è lo stesso ovunque: se un soggetto è pericoloso, lo Stato lo contiene. Non la famiglia. Non il vicino. Non il passante che sabato pomeriggio cammina su via Emilia.

Chi commette reati in stato di infermità mentale dovrebbe finire nelle REMS, le residenze che nel 2015 hanno sostituito i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari. Trentadue strutture per sessanta milioni di abitanti.

Seicentottantotto posti. L’Umbria e la Calabria non ne possiedono nemmeno una. In lista d’attesa, oltre settecento persone: i “liberi in attesa”, soggetti con pericolosità sociale accertata da un magistrato, formalmente assegnati a una struttura che non esiste, di fatto restituiti alla strada.

In dieci anni, almeno quattordici hanno ucciso. Livrieri era uno di questi.

Le carceri, intanto, scoppiano. 63.940 detenuti per 46.331 posti, sovraffollamento al 138 per cento. Il governo ha varato un piano carceri che prometteva 864 nuovi posti nel 2025.

A fine anno la capienza effettiva è calata di 700 unità: sezioni chiuse, strutture fatiscenti, l’incendio di San Vittore. Si promettono posti nuovi mentre si perdono quelli vecchi.

Per svuotare si depenalizza, si accorciano le pene, si concedono misure alternative. Il malato psichiatrico violento che finisce in carcere non può restarci perché infermo di mente, non può andare in REMS perché non c’è posto, non può essere curato perché rifiuta le cure. Esce. Il cerchio si chiude sulla prossima vittima.

C’è poi il buonismo chimico: la droga come alibi. Le REMS si riempiono di delinquenti comuni con i cervelli devastati dall’abuso di sostanze, riclassificati come infermi di mente.

La direttrice della REMS di Subiaco li distingue con lucidità chirurgica: “Chiamo i primi pazienti, i secondi utenti: l’alto numero di questi ultimi rende più difficile prenderci cura di coloro su cui davvero possiamo fare qualcosa”.

Chi si droga e ammazza trova sempre un perito pronto a certificare che non era in sé. Chi è lucido trova un sistema sanitario che se ne perde le tracce.

L’apparato ideologico che protegge questo vuoto è formidabile. La parola “manicomio” è un tabù. La parola “contenzione” un crimine lessicale. Chi propone strutture chiuse per soggetti pericolosi viene accusato di voler riportare i letti di ferro e le camicie di forza.

Forse basterebbe solo cambiare i nomi per rendere accettabile la riapertura. È lo stesso meccanismo per cui a Bologna un reparto di maternità è diventato un centro per “persone con capacità gestante” per i servizi di salute riproduttiva e ginecologica. Si cambia il nome, scompare il problema.

È ora di costruire strutture psichiatriche chiuse per soggetti con diagnosi grave e pericolosità sociale documentata.

Se serve a lavare le coscienze dei radical chic, le chiamino pure “Centri per il benessere relazionale delle persone neurodivergenti a rischio di conflittualità sociale”.

Basta che se ne aprano tante. L’importante è che la porta si chiuda a chiave, che dentro ci siano medici e farmaci, che nessuno esca finché un magistrato non lo autorizzi.

Il vero scandalo non è il nome. Il vero scandalo è che El Koudri, Livrieri e Seung sono tutti e tre noti, diagnosticati, segnalati. E tutti e tre liberi.

L’obiezione è la stessa da mezzo secolo: non si torna ai manicomi. Nessuno lo chiede. Si chiede che lo Stato faccia il proprio mestiere.

Quattordici morti in dieci anni, causati da “liberi in attesa” di un posto che non esiste, in una struttura che nessuno vuole costruire, non sono una statistica. Sono un atto d’accusa.

Sul banco degli imputati siedono quarantotto anni di codardia legislativa, di retorica anti-manicomiale usata come scudo per l’inerzia, di buonismo che protegge il diritto del malato e ignora il diritto della vittima.

A Modena una donna ha perso le gambe. A Milano Marta Di Nardo è stata sezionata a pezzi. A Pisa Barbara Capovani è stata ammazzata a sprangate. Tutti e tre gli aggressori erano nel database di qualcuno.

Nessuno è nel posto dove dovrebbe essere. In Italia il diritto alla follia è garantito. Il diritto alla vita resta in lista d’attesa.

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