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Modena e gli italiani di carta bollata

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italiani di carta bollata

Vietato dubitare dell’infallibilità burocratica della cittadinanza

Spesso domando ai miei studenti in cosa consista, per loro, l’italianità. Dopo qualche riflesso condizionato – la pasta, la pizza, il calcio – scende il silenzio.

Un silenzio vero, greve, quasi imbarazzato.

Eppure, sono ragazzi italiani da generazioni, figli di famiglie che da secoli respirano quest’aria e calpestano questa terra. Ma non sanno più dire cosa li renda italiani. E non lo sanno perché nessuno glielo ha più insegnato. Dal Sessantotto in avanti, l’Italia ha smesso di raccontarsi a se stessa.

La Francia possedeva, già molto prima della Rivoluzione, una coscienza nazionale salda, feroce, centralizzata. Noi no. Noi non avevamo una lingua davvero parlata dal popolo intero; avevamo dialetti, campanili, municipalismi, diffidenze reciproche.

Nel 1861, fra la Lombardia e la Sicilia, c’era ben poco in comune. Non la politica. Non l’economia. Non le classi dirigenti, che si guardavano come soci occasionali costretti a spartirsi un’eredità.

C’era però una fede.

La Chiesa, il calendario liturgico, i santi, le processioni, le campane, i morti benedetti e i bambini battezzati: era quella la trama invisibile che teneva insieme la penisola. L’unico lessico davvero comune fra contadini che non si sarebbero capiti parlando fra loro.

Poi ci siamo messi d’impegno a demolire tutto.

Prima il liberalismo massonico, convinto che bastasse un tricolore cucito su una giacca ministeriale per creare una nazione. Poi il paganesimo fascista, con le sue caricature imperiali da cartolina littoria.

Infine, il marxismo, che dell’Italia diffidava quanto della cristianità, e che considerava entrambe residui da smaltire nel grande magazzino della Storia.

Eppure qualcosa è sopravvissuto. Sopravvive perfino negli italiani che non credono più a nulla. Sopravvive nella pietà istintiva davanti a una chiesa antica, ne I Promessi sposi letti male ma ricordati, nelle Madonne agli angoli delle strade, nelle cattedrali che rendono belle città governate spesso da ceffi incapaci e, per buon peso, spesso anche brutti.

Per questo persino l’agnostico italiano, persino l’ateo cresciuto dentro questa civiltà, conserva, di solito, un senso del limite. Può bestemmiare, magari. Ma raramente trasforma Cristo in bersaglio ideologico.

Raramente scrive “Maledetti cristiani!” o “Gesù lo brucio!”, perché avverte – fosse pure solo culturalmente – di stare toccando qualcosa che appartiene anche a lui. Qualcosa di antico, di comune, di profondamente suo.

Ed è qui che il caso di Modena diventa rivelatore.

Perché quando un uomo, italiano soltanto per certificato anagrafico e carta bollata, urla “gliela faccio pagare a questi italiani”, sta dicendo molto più di quanto creda. Sta confessando, nella forma più brutale, la propria estraneità. Non una rabbia privata, ma una lontananza siderale dalla nazione di cui porta i documenti in tasca.

Eppure, guai a dirlo.

Guai a osservare che esistono cittadini italiani falsi come monete da tre euro. Formalmente impeccabili, spiritualmente stranieri. Apriti cielo.

Si indignano il Quirinale, il Palazzo Apostolico, Largo del Nazareno e tutta la compagnia sacerdotale del conformismo repubblicano. Quella che passa metà del tempo a negare l’evidenza e l’altra metà a scomunicare chi la nomina.

Perché oggi il vero sacrilegio non è insultare Cristo.
È dubitare dell’infallibilità burocratica della cittadinanza.

Il passaporto come battesimo civile.
La marca da bollo come sacramento nazionale.

E così continuiamo a fingere che una firma in prefettura basti a creare appartenenza, memoria, fedeltà, amore. Come se una nazione fosse un modulo compilato correttamente e non una storia condivisa, un’eredità, perfino una forma dell’anima.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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