
di Paolo Zanotto
Sentiamo ossessivamente ripetere che il grave male di cui soffriamo ai nostri tempi è l’ignoranza diffusa e, sul principio generale, non si può che concordare. Il problema sorge quando si tratta di declinarlo. Dal canto nostro, ci accontenteremmo di professare una “dotta ignoranza”, nella piena consapevolezza di non sapere, al di là delle apparenze. Quanto al vero male che affligge la nostra società, pensiamo sia l’illusione di sapere. Chi si scaglia contro l’ignoranza altrui, infatti, crede di sapere ciò che i suoi interlocutori ignorano. Ma, come sosteneva Confucio, «la scienza consiste nel sapere di sapere ciò che si sa e nel sapere di non sapere quello che non si sa»[1]. L’equivoco madornale alla radice della questione sta nel confondere “erudizione” con “sapienza”, “istruzione” con “intelligenza”, “scienza” con “conoscenza”. La scienza moderna non coincide affatto con il sapere universale. Ma non è questo il punto che intendiamo trattare in questa sede. La vera domanda è: i fautori della scienza sono proprio sicuri di aver compreso in cosa essa consista? In poche parole: sanno realmente cosa è la scienza o semplicemente pensano di saperlo?
Il primo errore che generalmente commettono i paladini della scienza è quello di confonderla con le teorie attualmente in auge nelle sue varie branche. Ma queste teorie sono soltanto le ipotesi scartate del futuro. Innumerevoli elucubrazioni hanno dominato la scena da quando la scienza ha fatto il proprio esordio, solo per venire inesorabilmente confutate e poi accantonate una dopo l’altra. La scienza dei secoli scorsi è risibile ai nostri occhi; non altrettanto può dirsi, invece, per la saggezza antica, la cui profondità non viene mai superata. Il grave errore, dunque, consiste nel confondere il contenitore con il contenuto. La scienza è un metodo: il “metodo scientifico” appunto. E, stando ai presupposti di tale metodologia, lo sviluppo della conoscenza scientifica consiste nel procedere per “congetture e confutazioni”: «Il modo in cui progredisce la conoscenza, e in particolare la conoscenza scientifica, è caratterizzato da anticipazioni ingiustificate (e ingiustificabili), da supposizioni, da tentativi di soluzione dei problemi, da congetture. Dette congetture sono soggette al controllo della critica, cioè tentativi di confutazione, includenti controlli severamente critici. Esse possono superare questi controlli, ma non sono mai suscettibili di una giustificazione positiva: non possono essere stabilite come sicuramente vere, e neppure come “probabili” (nel senso del calcolo delle probabilità). La critica delle congetture è di importanza decisiva: mettendo in evidenza i nostri errori, essa ci fa comprendere le difficoltà del problema che stiamo cercando di risolvere»[2].
Il vero scienziato non si mostra fedele ai risultati, ma al metodo. Poiché quello stesso metodo, se applicato fedelmente, potrebbe dimostrare un giorno che i risultati raggiunti a suo tempo erano solo apparentemente corretti. Il vero scienziato è colui che, appena elaborata una nuova teoria, la considera una mera “soluzione provvisoria” al problema e si rimette immediatamente all’opera per tentare di sfatarla. Giacché solo se questa saprà resistere alle critiche e a nuove indagini ed esperimenti potrà dirsi un passo concreto in direzione della verità; diversamente è soltanto una chimera, che deve essere annientata quanto prima. Chi scrive è fermamente convinto che l’approccio più proficuo e congruente per dedicarsi alle questioni scientifiche, in particolare, sia l’“anarchismo epistemologico” così come delineato da Paul Karl Feyerabend. Questi, nei propri studi, ha ampiamente argomentato il concetto secondo cui il rischio maggiore che attualmente corre il genere umano consiste proprio in una dittatura instaurata in nome della scienza, nella quale la classe degli scienziati, unitamente a quella dei politici, potrebbe giungere a violare le libertà fondamentali degli individui: «La scienza va protetta dalle ideologie; e le società, specie le società democratiche, vanno protette dalla scienza»[3].
I presunti “esperti”, in effetti, risultano tutt’altro che infallibili. In alcuni fra i suoi lavori più celebri, il grande pensatore ungherese Michel Polanyi ha ben illustrato come gli scienziati, durante il periodo di formazione, apprendano una serie di nozioni che vengono incorporate nelle loro conoscenze implicite, venendo in seguito applicate in modo automatico, senza il bisogno di riflettere[4]. Assai spesso, inoltre, essi vengono mossi da interessi economici, da ideologie politiche, o semplicemente ignorano l’essenza più intima e profonda delle materie che trattano. Gli studi effettuati dal politologo di origini canadesi Philip E. Tetlock, ad esempio, hanno dimostrato che di fatto gli esperti non sono più attendibili del lancio di una moneta e, pertanto, che la fiducia nei loro confronti è alquanto malriposta. Il ricorrente fallimento degli specialisti non è riconducibile a difficoltà oggettive, tuttavia, bensì all’estremismo ideologico che sovente li anima e a una “visione a tunnel” che impedisce loro di confrontarsi con l’evidenza contraria. La chiave del successo per fare predizioni affidabili si è rivelata, piuttosto, una mente aperta, al di là dell’istruzione specifica ricevuta dai vari soggetti[5]. L’operato dei tecnici, pertanto, deve venire sottoposto costantemente al giudizio dei cittadini: «In democrazia le istituzioni, le proposte e i programmi di ricerca scientifici vanno perciò assoggettati al controllo pubblico; deve esserci una separazione fra Stato e scienza esattamente come c’è una separazione fra Stato e istituzioni religiose, e la scienza deve essere insegnata come un approccio fra molti altri, non come l’unica e sola strada verso la verità e la realtà»[6].
Ciò implica il coinvolgimento del diretto interessato, quello stesso pubblico a cui la scienza si rivolge, in quanto – come cantava Giorgio Gaber – “libertà è partecipazione”[7]: «Questo significa che il pubblico può partecipare al dibattito senza interferire con le vie al successo esistenti (non ci sono vie del genere). Anzi, qualora il lavoro degli scienziati influisse sul pubblico, quest’ultimo dovrebbe partecipare: primo, perché è una delle parti in causa (molte decisioni scientifiche influiscono sulla vita pubblica); secondo, perché tale partecipazione è la miglior formazione scientifica che il pubblico possa ricevere. Una completa democratizzazione della scienza (che include la protezione delle minoranze quali sono gli scienziati) non è in conflitto con la scienza»[8]. Se per Karl Marx era la religione “l’oppio dei popoli”, nella visione di Feyerabend la scienza ha ampiamente sostituito le varie istituzioni religiose quale strumento di oppressione delle genti, in quanto viene insegnata nelle scuole in maniera dogmatica, come una verità assoluta, la quale va impartita a chiunque senza che possa essere messa in discussione. Essa viene considerata una disciplina di Stato ed è utilizzata in tal modo unicamente perché l’ideologia statalista ne trae legittimazione ma, in realtà, «[l]a scienza del primo mondo è una scienza fra le tante; nel momento in cui si sostiene che sia qualcosa di più, essa cessa di essere uno strumento di ricerca e si trasforma in un gruppo di pressione (politica)»[9].
La scienza politicizzata, di conseguenza, per definizione non rappresenta nient’altro che una lobby di potere. La tesi fondamentale sostenuta da Feyerabend è che «[…] ci possono essere molti generi diversi di scienza. Persone che prendono le mosse da contesti sociali diversi affronteranno il mondo in modi diversi e apprenderanno cose diverse su di esso. I popoli sono sopravvissuti per millenni prima che sorgesse la scienza occidentale»[10]. L’unica motivazione per cui oggi la scienza occidentale regna sovrana ovunque, pertanto, «non è stata una profonda comprensione della sua “intrinseca razionalità”, bensì un gioco di potere (le nazioni colonizzatrici imposero i loro stili di vita) e il bisogno di armi: la scienza occidentale finora ha creato gli strumenti di morte più efficienti»[11]. La scienza di Stato, inoltre, finisce per risultare sostanzialmente indistinguibile da una vera e propria setta, in quanto possiede i suoi idoli, i suoi dogmi e i suoi rituali. Il grande epistemologo austriaco, in proposito, metteva in guardia circa il fatto che l’empirismo contemporaneo può indurre proprio all’instaurazione di una metafisica dogmatica: «Vale a dire, alcuni dei metodi dell’empirismo moderno che vengono introdotti nello spirito dell’antidogmatismo e del progresso, sono destinati a portare all’instaurazione di una metafisica dogmatica ed alla costruzione di meccanismi di difesa che rendono questa metafisica inconfutabile dall’indagine sperimentale. È ben vero che nello stabilire tale metafisica [si] ricorre frequentemente alle parole “empirico” o “esperienza” ma il loro senso è alterato come lo è il senso del termine “democratico” adoperato da alcuni difensori occulti di una nuova tirannia»[12].
[1] Confucio, Lun-yu, II, 17, in Saggezza cinese. Scelta di massime, parabole e leggende, tradotto e curato da Giuseppe Tucci, Roma, Casa Editrice Astrolabio – Ubaldini Editore, 1999 [1ª edizione: Torino, Paravia, 1926], p. 37.
[2] «The way in which knowledge progresses, and especially our scientific knowledge, is by unjustified (and unjustifiable) anticipations, by guesses, by tentative solutions to our problems, by conjectures. These conjectures are controlled by criticism; that is, by attempted refutations, which include severely critical tests. They may survive these tests; but they can never be positively justified: they can neither be established as certainly true nor even as “probable” (in the sense of the probability calculus). Criticism of our conjectures is of decisive importance: by bringing out our mistakes it makes us understand the difficulties of the problem which we are trying to solve»: Karl R. Popper, Conjectures and Refutations: The Growth of Scientific Knowledge, London, Routledge and Kegan Paul, 1969 [1ª edizione: New York and London, Basic Books, Publishers 1962], trad. it. Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica, Bologna, Società editrice il Mulino, 1972, p. 3 (corsivi originali).
[3] «Science must be protected from ideologies; and societies, especially democratic societies, must be protected from science»: Paul K. Feyerabend, Against Method: Outline of an Anarchistic Theory of Knowledge, London-New York, Verso, 1993 [1ª edizione: London-New York, New Left Books, 1975], “Preface”, p.viii. I rimandi in nota sono riferiti alle pagine dell’edizione in lingua originale, tuttavia segnaliamo che è stata recentemente pubblicata l’ultima edizione dell’opera anche in lingua italiana: Contro il metodo. Abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza. Edizione definitiva, A cura di Luca Guzzardi, Introduzione di Ian Hacking, Postfazione di Giulio Giorello, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2024 [1ª edizione: 1979].
[4] Cfr. Michael Polanyi, The Republic of Science: Its Political and Economic Theory, in “Minerva: A Review of Science, Learning and Policy”, Vol. 1, No. 1 (Autumn 1962), pp. 54-73; Id., The Logic of Tacit Inference, in “Philosophy: The Journal of the Royal Institute of Philosophy”, Vol. XLI, No. 155 (January 1966), pp. 1-18; Id., The Growth of Science in Society, in “Minerva: A Review of Science, Learning and Policy”, Vol. 5, No. 4 (Summer 1967), pp. 533-545.
[5] Cfr. Philip E. Tetlock, Expert Political Judgment: How Good Is It? How Can We Know?, New Edition with a New Preface by the Author, Princeton (NJ) and Oxford (UK), Princeton University Press, 2017 [1ª edizione: 2005]; nonché Philip E. Tetlock – Dan Gardner, Superforecasting: The Art and Science of Prediction, New York, Crown Publishers, 2015.
[6] «In a democracy scientific institutions, research programmes, and suggestions must therefore be subjected to public control, there must be a separation of state and science just as there is a separation between state and religious institutions, and science should be taught as one view among many and not as the one and only road to truth and reality»: Paul K. Feyerabend, Against Method cit., p. viii.
[7] «La libertà non è star sopra un albero, | non è neanche avere un’opinione, | la libertà non è uno spazio libero, | libertà è partecipazione!»: Giorgio Gaber – Sandro Luporini, La libertà, novembre 1972, poi ricompresa in Far finta di essere sani, Milano, Carosello CLP, 1973, Lato D.
[8] «This means that the public can participate in the discussion without disturbing existing roads to success (there are no such roads). In cases where the scientists’ work affects the public it even should participate: first, because it is a concerned party (many scientific decisions affect public life); secondly, because such participation is the best scientific education the public can get- a full democratization of science (which includes the protection of minorities such as scientists) is not in conflict with science»: Paul K. Feyerabend, Against Method cit., “Introduction to the Chinese Edition”, p. 2 (corsivi originali).
[9] «Firstworld science is one science among many; by claiming to be more it ceases to be an instrument of research and turns into a (political) pressure group»: Ivi, p. 3 (corsivo originale).
[10] «[…] there can be many different kinds of science. People starting from different social backgrounds will approach the world in different ways and learn different things about it. People survived millennia before Western science arose»: Ivi, pp. 2-3 (corsivo originale).
[11] «It is true that Western science now reigns supreme all over the globe; however, the reason was not insight in its “inherent rationality” but power play (the colonizing nations imposed their ways of living) and the need for weapons: Western science so far has created the most efficient instruments of death»: Ivi, p. 3.
[12] «That is, some of the methods of modern empiricism which are introduced in the spirit of anti-dogmatism and progress are bound to lead to the establishment of a dogmatic metaphysics and to the construction of defence mechanisms which make this metaphysics safe from refutation by experimental inquiry. It is true that in the process of establishing such a metaphysics the words “empirical” or “experience” will frequently occur; but their sense will be as distorted as was the sense of “democratic” when used by some concealed defenders of a new tyranny»: Paul K. Feyerabend, How to be a good empiricist: a plea for tolerance in matters epistemological, in Aa. Vv., Challenges to Empiricism, Edited by Harold Morick, Indianapolis (IN), Hackett Publishing Company, 1980 [1ª edizione: Belmont (CA), Wadsworth Publishing Company, 1972], trad. it. Come essere un buon empirista. Un appello alla tolleranza nelle questioni epistemologiche, in Id., Come essere un buon empirista, edizione italiana a cura di Giacomo Gava, Roma, Edizioni Borla, 1982, pp. 5-42 (in particolare: p. 8).





