
di Gianvito Caldararo
Le privatizzazioni annunciate e avviate dal Governo di Giorgia Meloni, non sono né una svendita e meno che mai una rivoluzione. Siamo in presenza di un aggiustamento marginale delle partecipazioni pubbliche. Si tratta di capitalizzare oggi il valore di alcune partecipazioni anziché ricevere lo stesso valore nel corso degli anni in forma di dividenti. Il Governo sostiene che una privatizzazione, anche se marginale, ” potrebbe contribuire a innescare quel processo di modernizzazione che finora si è manifestato solo in parte “.
Anche se, come ha notato il giornalista Ferruccio De Bortoli sull’Economia del Corriere della sera che “le imprese italiane sembrano ben poche interessate alle privatizzazioni, diversamente dal passato”. Sicuramente, quando parla del passato si riferisce alle discusse privatizzazioni degli anni Novanta, che l’on. Biagio Marzo (socialista), già presidente della Commissione bicamerale delle Partecipazioni Statali, nel libro dal titolo ” Fatti e misfatti delle privatizzazioni “, ricostruisce l’itinerario del processo di privatizzazione che ha cambiato l’economia del Paese e i suoi tratti distintivi. Dove con la fine del sistema delle Partecipazioni Statali si ” avrebbe dovuto far nascere una economia di mercato svincolata dal dirigismo per renderla competitiva nel mercato globale “.
La verità, come lucidamente descrive Biagio Marzo, è che ” il vento delle privatizzazioni all’italiana, nota come ” svendita dei gioielli “, ha spazzato via il buono e il cattivo dell’economia pubblica. Un processo di privatizzazione iniziato male e finito in mezzo al guado. In buona parte si è trattata di una occasione perduta sia per una insufficiente programmazione da parte dei governi coinvolti e anche perché la classe dirigente e imprenditoriale italiana del tempo non si è rilevata all’altezza. La conseguenza paradossale, come descritto nel libro di Modiano e Onado “Illusioni perdute – Banche, imprese e classe dirigente in Italia dopo le privatizzazioni“, è “che molte delle imprese allora privatizzate sono tornate o stanno ritornando in parte e del tutto nell’alveo pubblico (per esempio, Tim, Alitalia, Autostrade e Ilva).
Si tratta di una esperienza su cui riflettere anche per il futuro. La Meloni e il ministro Giorgetti hanno previsto con le privatizzazioni di realizzare nel triennio 2024-26 un gettito pari a circa un punto di Pil, cioè circa 20 miliardi di euro. Dopo le prime operazioni, come la cessione del 25 per cento di Monte dei paschi di Siena, con un realizzo di 919 milioni di euro e la vendita del 2,8 per cento dell’Eni, incassando 1,4 miliardi di euro, l’operazione appare abbastanza problematica. È opportuno osservare, come sostengono gli economisti dell’Istituto “Bruno Leoni “, che ” il Governo Meloni non è certo l’unico governo italiano ad aver pensato alla vendita parziale e totale di imprese pubbliche per finalità di contenimento del debito pubblico “.
Al contrario questo rappresenta quasi una costante dei nostri governi, che hanno spesso ” chiuso il bilancio ipotizzando grandi introiti futuri da privatizzazioni, ma nella realtà tali introiti non si sono realizzati e si sono realizzati solo in misura molto parziale “. Infatti, nel Def 2013-14 a fronte di una previsione di 30 miliardi il realizzo fu di appena 8,8 miliardi di euro; nel Def 2014 – 2017 a fronte di una previsione di 45 miliardi di euro furono conseguiti introiti per appena 7,8 miliardi di euro e nel Def 2015-18 ad una previsione di 30 miliardi di euro vi furono incassi per appena 7,7 miliardi di euro. Quindi, il passato ci dice che a previsioni ottimistiche seguono realizzi molto contenuti.
Se la dismissione di partecipazioni può rappresentare una soluzione per reperire risorse nel breve periodo, è importante anche ricordare che così facendo lo Stato perde la possibilità di partecipare in parte ai profitti di tali imprese. Ma è doveroso precisare che il ” Governo Meloni non pensa ad una privatizzazione totale, ma solo ad una dismissione parziale, per cui solo una quota di dividenti verrebbe perduta “. Il Governo è intenzionato a dare priorità al contenimento del debito pubblico, misura tra l’altro prevista dal nuovo patto di stabilità, ma molti esperti sostengono, che il duo Meloni-Giorgetti, dovrebbero considerare non quello di privatizzare a ” spizzichi e bocconi “ma considerare la possibilità” di un piano radicale di privatizzazioni “.Per queste ragioni, si sostiene, da più parti, che ” la direzione è giusta, ma il passo è sbagliato”.





