
Gira l’Italia adornata di vesti che non possono scontentare gli jihadisti, strizzando l’occhio alle loro gesta. Parla alle folle con il tono mellifluo di chi si erge a tutrice del popolo minorenne. Ma quando si accorge di non essere considerata come vorrebbe, rincara la dose senza rendersi conto di quanto la spari grossa. Ormai Francesca Albanese è diventata come quei soggetti che non sanno come attirare l’attenzione.
L’ultima l’ha fatta nel giardino del quotidiano La Stampa, la cui sede è stata messa a soqquadro da una masnada di propal, coniando uno dei più interessanti ossimori che la storia recente ricordi: «Condanno l’irruzione al quotidiano La Stampa, ma che questo sia un monito ai giornalisti».
Se quella frase non avesse contenuto quella condanna, l’Albanese sarebbe stata sicuramente denunciata per istigazione a delinquere. Ma è il monito a chiarire le sue reali intenzioni. Seguace del giornalismo embedded di Hamas, è riuscita a scavalcare a sinistra voci del calibro di Rula Jebreal e Francesca Mannocchi, non di rado ospitate dal quotidiano torinese e che definire antisioniste è un esercizio di eufemismo.
Ma non c’è nulla di cui meravigliarsi. Per Francesca Albanese la libertà di stampa non esiste. Per lei il giornalista ideale, l’unico che dovrebbe lavorare, è quell’oscuro incompetente figuro che scrive sotto dettatura, da rimuovere alla minima sbavatura. Vede l’autonomia del giornalista come la lebbra, il dovere di verità un’infamia, il diritto di cronaca una pericolosa invenzione.
Lei, invece, rivendica una libertà di espressione illimitata, arrivando a violare in continuazione quella norma del codice di condotta ONU che vieta ai suoi funzionari di prendere posizione pubblicamente su questioni internazionali controverse. Vìola il divieto di tenere comportamenti che possono pregiudicare l’integrità, l’indipendenza e l’imparzialità del suo ruolo. In preda a un delirio narcisistico, in qualità di Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati e di turista del diritto, accusa nero su bianco 73 Stati membri (praticamente quasi mezzo ONU) di complicità con Israele nel genocidio palestinese.
In più, trasferte spesate da società riconducibili all’impero economico di Hamas, in spregio al divieto di ricevere donazioni o remunerazioni da organismi governativi e non governativi, se non previa autorizzazione del Segretario Generale, che in privato è arrivato a definirla «una persona orribile».
Avvocata, è residente a Tunisi, dove Hamas è di casa. E’ sposata con Massimiliano Calì, ex consulente economico dell’Autorità Nazionale Palestinese, attuale senior country economist per la Banca Mondiale e fan sfegatato dei Fratelli Musulmani. Un Watch, l’ente non governativo con sede a Ginevra che monitora le prestazioni delle Nazioni Unite, da anni chiede la testa di entrambi.
Appare abbastanza chiaro chi siano coloro cui si ispita Francesca Albanese e da chi abbia voluto farsi notare lanciando quel monito ai giornalisti.





