La schwa adottata nei documenti di atenei e del Comune di Bologna
Questa è una donna. Lo afferma lei. Anche se è un lui. Ma andiamo con ordine.
Sono le meraviglie dell’autopercezione impositiva dell’ideologia woke. Ovvero, una mattina ti svegli e ti senti uomo, il giorno dopo donna e il terzo giorno cavallo.
Basta una dichiarazione per riscrivere la biologia. Non servono certificati, percorsi medici, diagnosi.
E il bello è che gli altri, anziché prenderti per matto o farti una sonora pernacchia, ti devono credere e comportarsi di conseguenza. Una rivoluzione.
I Sanculotti del woke hanno iniziato dalla desinenza degli aggettivi. Un problema fondamentale del terzo millennio, che avrebbe fatto impallidire persino Leonardo da Vinci e Pico della Mirandola.
Se chi ti scrive non sa come ti percepirai al momento in cui leggerai, come deve coniugare la desinenza, ad esempio cretino o cretina? La soluzione è stata trovata in modo geniale.
Non è stato chiesto un consulto a un consesso di noti psichiatri, ma è stata coniata una lettera apposita: la schwa (scritta come ə al singolare e ɜ al plurale).
Una lettera che nessun italiano sa leggere, scrivere o pronunciare, pescata dall’alfabeto fonetico internazionale, come si pesca un nome a caso dall’elenco telefonico.
Talmente inclusiva da escludere chiunque tenti di usarla.
Se fosse rimasta una bizzarria da social, ci sarebbe da ridere e passare oltre. Invece alcune Università l’hanno adottata nelle comunicazioni ufficiali. Il Comune di Bologna l’ha inserita nei documenti istituzionali.
Un’idiozia nata su Internet è diventata protocollo amministrativo, finanziato con soldi pubblici, nel nome sacro dell’inclusione.
L’inclusione. La parola magica che apre ogni porta.
Comprese quelle dei bagni. In Toscana l’assessora regionale all’istruzione Alessandra Nardini – PD, naturalmente – ha inaugurato a Grosseto i bagni gender neutral presso l’ITS EAT.
Con cerimonia ufficiale, fascia della Provincia e foto di gruppo. Come si fa quando si taglia il nastro a un ospedale. Solo che qui si trattava di un gabinetto.
Il capolavoro sta sulla porta: tra i pittogrammi inclusivi qualcuno ha pensato bene di inserire sirene, alieni e Batman.
Non è satira. È il cartello vero, appeso sulla porta vera, in una scuola pubblica vera. Se vi sentite Batman, c’è un bagno anche per voi. Mancava solo Mazinga.
Dai pittogrammi alle pretese concrete il passo è stato brevissimo. Chi sorrideva degli alieni sulla porta non aveva compreso la traiettoria.
La destinazione non era il gabinetto di una scuola professionale toscana: erano gli spogliatoi, i reparti ospedalieri, le celle carcerarie, i centri antiviolenza.
Tutti gli spazi che le donne avevano conquistato in decenni di battaglie vere – non di battaglie sulle desinenze – per la propria sicurezza e dignità.
L’uomo nella foto in cima a questo articolo pretende di accedervi. Basta la sua parola.
Se una donna si oppone, se una ragazza si sente a disagio nello spogliarsi davanti a quel volto coperto di piercing e a quello sguardo aggressivo, il problema non è suo: è della donna.
È lei la bigotta, la reazionaria, la transfobica. È lei che deve rieducarsi.
Ma i bagni sono niente. In Canada è andata molto peggio.
Jessica Yaniv, maschio biologico dichiaratosi donna, ha presentato quindici denunce per discriminazione contro altrettante estetiste che si erano rifiutate di praticargli la ceretta brasiliana sui genitali maschili.
Quindici cause contro donne, quasi tutte immigrate, che lavoravano a domicilio con i figli piccoli in casa. Una di loro è stata costretta a chiudere l’attività. Yaniv chiedeva quindicimila dollari di risarcimento da ciascuna.
Il tribunale per i diritti umani della Columbia Britannica ha respinto tutto, definendo le denunce pretestuose.
Nello sport il delirio ha raggiunto vette che un tempo sarebbero parse comiche.
Lia Thomas, nuotatore americano, ha vinto il titolo universitario nelle 500 yard stile libero gareggiando nella categoria femminile.
Bastava un anno di soppressione ormonale per cancellare vent’anni di pubertà maschile.
Laurel Hubbard, sollevatore di pesi neozelandese, ha gareggiato alle Olimpiadi di Tokyo tra le donne con un corpo costruito da decenni di biologia maschile.
Le atlete derubate di medaglie e record non potevano protestare. Sarebbe stato transfobico.
Poi, dopo feroci e motivate polemiche, le federazioni hanno riscritto le regole. La NCAA nel 2025 ha vietato agli atleti di sesso maschile alla nascita di gareggiare tra le donne.
Tradotto: il problema che non bisognava nominare era talmente evidente che hanno dovuto correggerlo. Ma le medaglie rubate non si restituiscono.
Chi osa obiettare scopre che la comunità dell’autopercezione, nonostante rappresenti una frazione infinitesimale della popolazione, dispone di una potenza di fuoco mediatica spropositata.
E la deve interamente alla sinistra, che l’ha adottata come l’ennesima clava identitaria.
Il meccanismo è collaudato: lo stesso che trasforma ogni critica alla politica migratoria in razzismo, ogni dubbio sulle quote rosa in sessismo, ogni obiezione al politicamente corretto in fascismo.
Non si difende una minoranza: si costruisce un recinto morale. Chi è dentro è giusto. Chi è fuori è colpevole.
Ma il cortocircuito più feroce – e nessuno ha il coraggio di affrontarlo – riguarda le stesse persone trans. Quelle vere.
Quelle che hanno attraversato percorsi medici e psicologici dolorosi, che hanno combattuto con una disforia reale, che cercano normalità e non provocazione.
L’uomo in foto (tratta da un video) attacca le persone trans frontalmente: le chiama privilegiate perché si sforzano di apparire coerenti con l’identità che rivendicano.
Le accusa di conformarsi ai canoni di bellezza imposti dal patriarcato (oggigiorno era impossibile che mancasse).
Chi ha sofferto anni per costruirsi un’identità autentica viene declassato a collaborazionista da chi pretende di rappresentare la stessa causa con un anello al naso e un tatuaggio sulla fronte.
Chiedetelo a J.K. Rowling, la mamma di Harry Potter, che questa guerra la conosce dalla trincea.
Cancellata, minacciata di morte per aver sostenuto che il sesso biologico esiste e che le donne hanno diritto a spazi riservati.
Ha fondato a Edimburgo un centro per donne vittime di violenza sessuale. Amnesty International lo ha inserito in un rapporto sulle organizzazioni nemiche dei diritti.
Due giorni fa Amnesty si è scusata pubblicamente, ammettendo che quel documento non avrebbe mai dovuto essere pubblicato.
Chi accusava la Rowling si ritrova sotto indagine della Commissione britannica per la beneficenza.
Nel frattempo, ad aprile 2025, la Corte Suprema britannica ha stabilito all’unanimità che donna, uomo e sesso significano sesso biologico. Cinque giudici. Lo stesso principio per cui Rowling era stata crocifissa.
Il transattivismo radicale non ha costruito una posizione politica. Ha costruito un dogma.
E come tutti i dogmi non contempla il dissenso: lo classifica come eresia e punisce chi lo pratica. Chi esprime dubbi perde il lavoro. Chi resiste perde la reputazione. Chi insiste perde il diritto di parola.
Guardate di nuovo la foto dell’articolo. Poi provate a dire, ad alta voce, che quella è una donna.
Se non ci riuscite, benvenuti: siete ufficialmente di estrema destra. Anche se non vi è mai passato nemmeno lontanamente nell’anticamera del cervello.





