
Massimo Cacciari, qualche giorno addietro, ci ha ricordato che la parola pace deriva dal latino e ha la stessa radice di patti.
Infatti pace deriva dalla radice indoeuropea pak- pag- dai significati di: fissare, pattuire, legare, unire, saldare.
L’idea che ci siano più soggetti che vanno uniti, attraverso patti, è quindi etimologicamente insita nello stesso concetto di pace, che non può essere raggiunta, come avrebbe voluto il fabiano Herbert Wells (“Il nuovo ordine mondiale”), attraverso un unico potere planetario, al quale dovrebbe corrispondere una collettivizzazione mondiale, ma attraverso patti i quali implicano reciproci riconoscimenti e reciproche legittimazioni di soggetti diversi e autonomi.
Attiene a questo concetto di pace quanto ha scritto Henry Kissinger (“L’arte della diplomazia”) nel 1994, all’indomani della fine dell’Unione Sovietica e conseguentemente della Guerra Fredda: “Per definizione, un accordo di equilibrio delle forze non può soddisfare del tutto ogni membro del sistema internazionale, ma funziona in modo ottimale quando mantiene l’insoddisfazione al di sotto del livello al quale la parte contestante cercherebbe di sovvertire l’ordine internazionale”.
Mentre il mondo prende atto che uno dei protagonisti della storia del secolo scorso e di questo esordio di terzo millennio ha lasciato il corpo materiale, dopo aver raggiunto, lucido e attivo, l’invidiabile traguardo dei cento anni, è d’uopo ricordarne l’insegnamento, laddove egli afferma: “La storia non offre manuali d’istruzione applicabili automaticamente; essa insegna per analogie, evidenziando le probabili conseguenze di situazioni comparabili, ma ogni generazione deve comprendere da sola quali situazioni siano effettivamente assimilabili”.[1]
Ogni generazione comprende da sola, perché la storia non si ripete mai nello stesso identico modo, ma la storia “insegna per analogie” ed è per questo motivo che è pura follia delinquenziale la cancel culture, figlia di un’ideologia woke che sta devastando l’Occidente, infiacchendolo e prostrandolo, proprio nel momento nel quale è chiamato a nuovi patti, al fine di creare le condizioni di un nuovo equilibrio e di una nuova stagione di pace.
A volte il destino si occupa di utilizzare non solo le vite, ma anche le morti e così, la morte avvenuta ieri di uno dei più lucidi protagonisti della politica e della diplomazia, con la eco mondiale che ha e che avrà nei prossimi giorni, consente di rivisitare le sue opere e le sue teorie che, nell’insieme, ci dicono che un nuovo equilibrio mondiale dopo la fine della Guerra Fredda e dell’illusione americana di essere l’unico protagonista nel mondo, si basa sui patti.
“In Occidente – ci ricorda Kissinger -, gli unici esempi di sistemi di equilibrio delle forze validi sono quelli delle città-stato della Grecia e dell’Italia rinascimentale e del sistema di stati conseguente alla Pace di Westfalia nel 1648”.[2]
Di libri Kissinger ne ha scritti molti, ma forse il nucleo centrale del suo pensiero è nella sua tesi di laurea che diventò un saggio, in Italia pubblicato da Garzanti. L’ebreo tedesco fuggito in America giovanissimo per sottrarsi alla violenza nazista e che sarebbe diventato il futuro segretario di Stato di Gerald Ford, si laureò infatti ad Harward con la tesi intitolata: “Diplomazia della restaurazione”, che è uno studio approfondito del Congresso di Vienna.
Kissinger insegna l’arte dell’esame di realtà, che in politica evita a tutti quanti di farsi trasportare dalle ondate ideologiche e scrive: “L’Europa, unica parte del mondo moderno in cui abbia trovato applicazione un sistema pluristatale, ha prodotto i concetti di stato-nazione, sovranità ed equilibrio delle forze. Queste idee hanno dominato gli affari internazionali per buona parte di tre secoli. Ma oggi nessun europeo praticante la ragion di stato è abbastanza forte per svolgere un ruolo preminente nel nuovo ordine internazionale. Si sta cercando di compensare questa relativa debolezza creando un’Europa unita, ma anche in caso di successo non sarebbero disponibili linee guida per agire sulla scena internazionale, dato che una simile entità politica non ha precedenti”.
Previsione perfetta. Il fallimento della stessa idea d’Europa, dovuta alla tracotanza franco tedesca e ad una crescente burocratizzazione dell’Unione Europea, hanno ridotto l’Unione ad un nano geopolitico, incapace persino di scendere dalle mongolfiere ideologiche quando stanno per essere abbandonate da tutti, come è palese, proprio in questi giorni, al Cop28 che si tiene a Dubai, dove la bandierina del green e del clima, oltre ai soliti filantropi e all’inossidabile Hillary Clinton, è proprio tenuta in mano dai rappresentanti di Bruxelles, con l’assist di Papa Francesco.
Kissinger, da profondo conoscitore delle dinamiche politiche e geopolitiche, scrive profeticamente: “Il sistema internazionale del ventunesimo secolo sarà caratterizzato da un’apparente contraddizione: da un lato frammentazione, dall’altro globalizzazione crescente. A livello di rapporti internazionali il nuovo ordine sarà più simile al sistema di stati del diciottesimo e diciannovesimo secolo che ai rigidi schematismi della guerra fredda. Sarà composto da almeno sei grandi potenze – Stati Uniti, Europa, Cina, Giappone, Russia e probabilmente India – come pure da una molteplicità di paesi di dimensioni medie e piccole”.[3]
E ancora: “Un assetto internazionale sarà relativamente stabile, come quello uscito dal Congresso di Vienna, o estremamente instabile, al pari di quelli emersi dalla Pace di Westfalia e dal Trattato di Versailles, a seconda del grado di compatibilità fra ciò che farà sentire sicure le società partecipanti e ciò che esse riterranno giusto. I due sistemi internazionali più stabili, quello scaturito dal Congresso di Vienna e quello governato dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, avevano il vantaggio di fondarsi sull’uniformità di pensiero. Gli statisti di Vienna erano aristocratici concordi nel considerare intangibili le medesime cose; i leader statunitensi che hanno modellato il mondo postbellico provenivano da una tradizione intellettuale di coerenza e vitalità straordinarie. L’assetto mondiale che sta emergendo deve essere costruito da uomini di stato che abbiano grandi e diversificate capacità intellettuali”.[4]
Il compito di queste generazioni è proprio quello di comprendere che i patti non sono più e soltanto tra simili, come nella storia passata, con i simili che sottomettevano il resto del mondo (colonialismo), ma tra molto diversi e soprattutto tra diversi che hanno culture, religioni e storie millenarie.
In questo contesto agli occidentali, ossia ai simili, anche se diversi, che compongono il frastagliato mondo denominato Occidente, spetta il compito di ritrovare radici, identità, storia, cultura, orgoglio per le conquiste democratiche e spetta soprattutto il compito di non distruggere quanto è stato conquistato in secoli di sforzi e anche di sangue versato.
Ecco perché gli idioti della cancel culture e dell’ideologia woke, con tutte le idiozie annesse a queste ideologia californiana, vanno contrastati per quelli che sono: nemici dell’Occidente.
Infine, due elementi di riflessione di estrema attualità, riguardanti due degli interlocutori con i quali oggi l’Occidente si trova a fare i conti: Cina e Russia.
“Dopo essere divenuta nel diciannovesimo secolo un suddito umiliato del colonialismo europeo, la Cina – scrive Kissinger – è riemersa solo recentemente, dopo la seconda guerra mondiale, in un mondo multipolare senza precedenti nella sua storia”.[5]
La Cina è oggi qualcosa di ben diverso da quella immaginata da chi la voleva fabbrica del mondo a basso costo per le magnifiche sorti e progressive del capitalismo finanziario, il quale, peraltro, oltre ai bassi salari e alla scomparsa del welfare avrebbe voluto regalare all’Occidente anche il sistema orwelliano (di fabiana ideologia) attuato per il controllo dei cittadini del Dragone.
Con la Cina si devono fare i conti per quello che è, Paese di millenaria cultura, potenza emergente economicamente e militarmente, per giungere a patti, in un quadro di patti internazionale.
“Oggi – scrive Kissinger – la Russia postcomunista si trova con confini che non hanno precedenti storici. Al pari dell’Europa, dovrà dedicare le sue energie a ridefinire un’identità. Cercherà di ritrovare il passato e ricostituire l’impero perduto? Sposterà il suo centro di gravità verso oriente? In nome di quali princìpi e con quali metodi reagirà alle sollevazioni alle sue frontiere e in particolare nell’instabile Medio Oriente? In ogni caso la Russia sarà sempre essenziale nell’ordine mondiale e nell’inevitabile confusione conseguente a questi problemi costituirà sempre anche una potenziale minaccia”.
Anche con la Russia sarà necessario giungere a patti, abbandonando l’idea clintonian-obamiana della sua riduzione a potenza regionale ininfluente geopoliticamente.
La politica attuata in questi ultimi decenni dagli Usa e dall’Europa ha allontanato la Russia e l’ha portata a guardare ad oriente, con la conseguenza della costituzione di un sempre più ampio blocco anti occidentale.
La Cina e la stessa Russia stanno creando alleanze con il mondo arabo e stanno conquistando gran parte dell’Africa.
Nel frattempo crescono i conflitti di una guerra ibrida e senza confini.
Forse è giunta l’ora di applicare le teorie di Kissinger, che la sua morte ci ripropone come attuali.
La questione riguarda anzitutto gli americani, dei quali Kissinger dice: “Predisposti a interpretare i temi di politica estera come una lotta fra il bene e il male, gli americani si sono sempre sentiti a disagio con i compromessi quanto con i risultati parziali o inconcludenti”.
Abbandonando le categorie di bene e male, dove, ovviamente le armate del bene sono quelle Usa, ora è giunto il momento di passare dalle ideologie alla nuda e cruda realtà, pensando a patti, nuovi equilibri e non a disegni egemonici fuori dal tempo e dalle possibilità.
[1] Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer
[2] Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer
[3] Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer
[4] Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer
[5] Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, Sperling & Kupfer





