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L’ARRIVO DI UNA DONNA A CAPO DELLA CHIESA ANGLICANA

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L’arrivo di Sarah Mullally a capo della Chiesa anglicana chiama in causa le scelte del Papa

“Il progresso è il lavoro paziente di giorni che sembrano uguali.” — Gustave Flaubert
La nomina di Sarah Mullally è un segnale che scuote equilibri antichi e richiama la Chiesa cattolica a riflettere su percorsi di riforma che sembravano congelati.
Quando una donna viene scelta come arcivescova di Canterbury — per la prima volta in secoli — non è un evento simbolico: è un grido ecclesiale, un manifesto di cambiamento che mette in gioco non solo le Chiese anglicane, ma la stessa Chiesa romana. L’elezione di Sarah Elizabeth Mullally, ex infermiera di altissimo livello, ora al vertice di una delle più antiche istituzioni cristiane, costituisce un punto di svolta che obbliga il papato — e in particolare Leone XIV — a ripensare, almeno nella prassi e nella pastorale, le proprie scelte su ministeri, autorità e inclusione.
Un passo audace nella storia anglicana
La Chiesa anglicana, nata nei tumulti della Riforma inglese, ha sempre mantenuto una fisionomia ibrida: una struttura sacramentale vicina al cattolicesimo, ma aperta a riforme radicali. Nel 1992 la decisione di ammettere le donne al sacerdozio produsse tensioni forti con Roma, che si opponeva fermamente. Con il tempo, quelle tensioni non si sono estinte: nelle province anglicane, alcune comunità ancora non accettano che una donna celebri l’eucaristia o sia vescova. Per ovviare, la Chiesa di Inghilterra ha istituito i “flying bishops” (vescovi volanti) per le parrocchie che non riconoscono le donne nel ministero ordinato.
Eppure non si torna indietro: Mullally — ordinata prete nel 2001, vescova nel 2015, vescova di Londra dal 2018 — ora assume la carica di primate anglicano, capace di guidare 85 milioni di fedeli distribuiti in oltre 165 Paesi.
Questo “salto” costituisce una sfida interna enorme: conservatori protestanti — soprattutto nelle province africane, asiatiche e latinoamericane — hanno già segnalato dissenso, vedendo nella nomina una deviazione dalla “fede biblica” e una imposizione del modello occidentale.
Ma è un segno che non può essere ignorato da Roma: se una tradizione cristiana sorella compie un gesto riformatore con conseguenze teologiche reali, il cattolicesimo si trova sotto pressione per scansare l’obsolescenza del modello clericale tradizionale.
Roma osserva, cauta
Finora, la reazione del Vaticano è stata prudente ma non indifferente. La Chiesa cattolica non riconosce gli ordini anglicani come validi (dalla bolla Apostolicae curae del 1896) e rifiuta l’idea dell’ordinazione femminile. Ma il fatto che una donna possa ora guidare l’arcidiocesi-simbolo della comunione anglicana spinge Roma a chiedersi: fino a che punto è sostenibile un doppio standard nella collocazione dei ministeri oggi?
Cardinali come Vincent Nichols e Kurt Koch hanno inviato messaggi di congratulazioni, citando l’impegno al dialogo ecumenico. Si tratta di gesti diplomatici, ma significativi: implicano che il Vaticano intende affrontare la questione non come mera curiosità teologica, ma come nodo vitale per il futuro del cristianesimo unitario.
Ciononostante, in molti ambienti cattolici permane la convinzione che la dottrina sull’ordinazione esclusiva degli uomini sia non negoziabile. Da qui il dilemma per Leone XIV: ignorare la questione significa lasciare che il modello ecclesiastico romano resti fuori dal dialogo storico; intervenire, invece, vuol dire confrontarsi con le resistenze più radicali, specie in Asia, Africa e Sudamerica, dove la linea conservatrice è forte.
La “questione femminile” come crocevia teologico
L’arrivo di Mullally obbliga la Chiesa cattolica a considerare tre interrogativi centrali:

Autorità e sacramentalità: se una donna può diventare primate in una Chiesa storica con sacramenti e apostolicità — anche se distinta da Roma — come giustificare l’esclusione femminile nel cattolicesimo?
Unità e diversità: il cattolicesimo moderno ha sviluppato grande attenzione al pluralismo culturale nelle Chiese locali. Ma il vincolo sacramentale rimane uniforme. Se l’anglicanesimo sperimenta diversità ministeriale senza rotture ufficiali, quanto può Roma mantenere una linea uniforme senza apparire rigida?
Rilevanza e missione: in un mondo segnato da istanze di giustizia di genere, la presenza simbolica e reale delle donne nella Chiesa è un fattore che determina credibilità, continuità con il Vangelo e capacità di attrazione verso nuove generazioni.

Il Papa non ha scelto ancora di cambiare la dottrina sulla donna nel diaconato o nel sacerdozio. Il suo “per ora non ho intenzione di cambiare” indica cautela politica e teologica. Ma l’urgenza del contesto lo mette di fronte a una scelta storica: rimanere immobilizzato o aprire un processo che sfidi le sue stesse basi ecclesiologiche.
Il futuro che si gioca sul tavolo di Prevost
Dietro le quinte di questo confronto ci sono attori decisivi: commissioni, teologhe, sinodi locali, correnti della Curia. Moltissimi gruppi cattolici — specialmente donne impegnate nella teologia, nella pastorale e nella missione — guardano con aspettativa il tavolo di Prevost, il lavoro interno incaricato della questione. Essi non chiedono cambiamenti fulminei, ma aperture di dialogo, sperimentazioni locali e responsabilità teologica.
È questo il punto: la Chiesa non ha bisogno solo di norme, ma di processi — e la nomina di Mullally è un processo che spinge in avanti tutta la cristianità. Nelle diocesi cattoliche in paesi altamente tradizionalisti come in Africa latina, l’idea che una donna possa guidare una Chiesa sorella è dirompente: secondo molti ecclesiologi africani, un modello di leadership “neutro rispetto al genere” è più compatibile con il Vangelo che non un modello esclusivamente maschile.
In questa decade, il papato dovrà decidere se restare nella torre d’avorio della tradizione o mettersi in cammino con il mondo che cambia, con coraggio e discernimento. Perché l’epoca in cui la Chiesa poteva essere immobile è finita: ogni Chiesa sorella che avanza interpella l’intera famiglia cristiana a risvegliarsi.
L’arrivo di Mullally non è una provocazione esterna, ma un richiamo interno: se la Chiesa cattolica vuole rimanere «segno e strumento di unità tra tutti i cristiani», non può ignorare la sfida della presenza femminile nei ministeri. Il futuro del cristianesimo – e la sua credibilità nel tempo – passerà anche da qui.

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  • Redazione

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