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L’AMERICA E’ IN CRISI?

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di Paolo Falconio

Member of the Honorary Governing Council and lecturer at the Society of International Studies (SEI)

Nel dibattito internazionale contemporaneo si è affermata la narrativa secondo cui gli Stati Uniti rappresenterebbero una potenza in declino, destinata a cedere il primato globale a una Cina in rapida ascesa. Tale interpretazione, pur cogliendo la crescente centralità del sistema cinese, tende tuttavia a sottovalutare la persistenza strutturale della leadership statunitense in molteplici ambiti: economico, demografico, tecnologico e militare.

Gli Stati Uniti continuano a detenere una quota rilevante del prodotto interno lordo mondiale, al momento è la più alta e con un reddito pro capite decisamente superiore. Beneficiano di una dinamica demografica ancora positiva e mantengono una posizione di avanguardia nell’innovazione scientifica e nella capacità di proiezione strategica globale.

Pur tra forme politiche talvolta dissonanti rispetto ai canoni tradizionali, la presidenza americana appare impegnata in un processo di ricostruzione industriale e sociale volto a ricreare una working class essenziale per riacquistare un “saper fare”, ma anche fondamentale per la tenuta della coesione interna.

Restano tuttavia vulnerabilità strutturali legate alla forte finanziarizzazione dell’economia e alla volatilità dei mercati, che Washington tenta di mitigare attraverso la creazione di nuovi poli produttivi e logistici, volti a ridurre la dipendenza esterna e a riconfigurare le catene del valore globali. Anche l’enorme debito pubblico, che si tenta di arginare in ogni caso, diverrebbe davvero pericoloso solo se Washington perdesse la sua centralità a livello globale. La macroeconomia non è una scienza lineare.

La vera criticità si potrebbe ravvisare nella crescente polarizzazione politica, che spinge il confronto democratico verso i suoi limiti e rischiando di indebolire la stabilità interna degli Stati Uniti.

Inoltre se è vero che la politica interna condiziona pesantemente la politica internazionale, è anche vero che gli USA non si sono ritirati entro i propri confini: sono semplicemente cambiati gli strumenti di pressione e le modalità con cui mantengono la propria egemonia. Di fatto, non ci si dimette da una condizione imperiale. Non é mai successo nella storia.

Al di là delle dichiarazioni politiche o della retorica mediatica, è sufficiente analizzare le audizioni al Congresso e i documenti di politica estera per constatare la sostanziale continuità della strategia americana. Anche le indiscrezioni sul documento di difesa strategico — secondo cui il contenimento della Cina non sarebbe più un obiettivo primario — appaiono ridimensionabili se si osservano i casi di Panama o del Venezuela, dove la forte presenza cinese resta oggetto delle “attenzioni” di Washington.

Quello che viviamo oggi è il frutto di un duplice errore dell’ establishment americano.  Il primo è stata l’ideologia di un capitale apolide nella convinzione che la Cina si sarebbe conformata. Il secondo 20 anni di distrazione contro un terrorismo che non è un’entità per definizione (è una tecnica di guerriglia). Venti anni in cui Cina e Russia ne hanno approfittato per creare le condizioni di sfida strategica che vediamo oggi. Guardate il valore dei titoli di Stato sottoscritti dalla Cina. Equivale grosso modo al costo della guerra in Afghanistan, secondo il detto cinese “Se il tuo nemico sbaglia, aiutalo a sbagliare”

In definitiva, certo le condizioni economiche e Geopolitiche non sono più quelle degli anni 90, ossia di un’ egemonia totale USA, in questo senso si può parlare di crisi, ma non di declino ineluttabile. Gli Stati Uniti attraversano una fase di adattamento sistemico: un processo di ricalibratura imperiale volto a preservare la propria centralità.

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  • Redazione

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