
di Paolo Falconio
Questo doveva essere uno scritto del cuore, ma in un momento in cui la cultura woke dilaga ho ritenuto fosse importante pubblicarlo perché ognuno di noi, se non altro nell’ inconscio, viene da un passato lontano che è bene ricordare, perché è parte integrante di ciò che siamo. Fatta questa premessa mi inoltro nel mito e nella storia…
Se vi doveste trovare in Abruzzo, una terra antica quanto l’ epopea dei miti, aspra e fertile al contempo. Bagnata dal mare e innalzata al cielo dalle sue montagne, vi potrebbe capitare durante un’ escursione sulla Maiella (il secondo massiccio montuoso più alto degli Appennini dopo quello del Gran Sasso) di udire un lamento emergere dalla terra stessa . Vi struggerà il cuore, ma non vi allarmate al contrario, accarezzate le rocce perché ciò che udite è il lamento di una madre. I vostri passi carezzano Maia la più bella tra le stelle Pleiadi e amata da Zeus, il cui corpo impietrito dal dolore per la perdita del figlio Ermes giace rivolto verso il mare.
E davvero la Maiella, per le genti di Abruzzo, dalle quali sono fiero di discendere, è simbolo non solo della fertilità, ma della terra stessa. La madre di Ermes diviene la madre degli uomini che si rivolgono a lei chiamandola “la montagna madre”.
È curioso che questo mito che affonda nell’ alba della storia trovi una particolarità nella geologia moderna che in qualche modo alimenta la dimensione dell’ inconscio collettivo e personale. La roccia della Maiella è differente da quelle delle altre montagne che la circondano.
Il senso del sacro di quella roccia è rifluito dalla memoria al tempo e così dalle profondità del medioevo ad oggi è luogo di eremitaggio dove il silenzio è rotto solo dal lamento della madre. Fu scelta dall’ eremita Pietro da Morrone, al secolo Papà Celestino Quinto che qui riusciva a trovare Dio e più forte che altrove ne avvertiva la presenza.
E allora, fuori dalla scienza, ma sempre in questo viaggio immaginario tra mito e fede per chi ne è provvisto, passando per l’Aquila citta ricca di Storia e mistero, recatevi a rendere omaggio a suo figlio Ermes che morendo si trasformò nel gigante addormentato, il Gran Sasso che si erge in tutta la sua maestosità. Se lo farete con questo spirito allora sarà il vento a portarvi il pianto della madre.
Questo legame è ancora oggi saldo tra gli abruzzesi, o per meglio dire tra le genti di Abruzzo. Un popolo antico e forte che non a caso ha nell’Orso uno dei suoi simboli e la cui diffidenza per l’ esterno non è da imputarsi al suo passato isolamento che poi non lo era perché la via degli Abruzzi collegava Firenze con Napoli, ma alla volontà mai venuta meno di difendere la sua storia, le sue tradizioni, i suoi eroi e i suoi miti.





