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LA STRAGE DELLE GUARDIE SVIZZERE DEL 1998

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di Vito Sibilio

Il principale basista ed agente tedesco-orientale rimasto in Vaticano, testimone, custode e complice di tanti crimini, venne liquidato come un residuo passivo. Lo stesso giorno in cui era diventato capitano comandante della Guardia Svizzera, Aloïs Estermann venne ucciso a quarantatrè anni il 4 maggio 1998 alle 21, nel suo appartamento nello Stato della Città del Vaticano. Erano passati due mesi dalla fine delle inchieste sull’attentato al Papa e sul sequestro Orlandi. Con lui morirono la moglie Gladys Meza Romero (1949-1998) e il vice-caporale Çedric Tornay (1974-1998). La fulminea indagine del Vaticano, nella quale non vennero ammesse le forze di polizia italiane contrariamente al solito, e le cui istruttoria e perizia di autopsia non vennero mai rese note se non in forma sunteggiata dopo nove mesi, concluse per un omicidio suicidio compiuto da Tornay in grave disaccordo con il superiore. Non mancarono voci squallide e senza fondamento su una pista a sfondo omosessuale. Ma la madre di Tornay, Muguette Baudat, avuta la salma del figlio, chiese ulteriori accertamenti in patria, a Losanna il 14 maggio, che smentirono clamorosamente la ricostruzione fatta dalla Sala stampa della Santa Sede, lanciata a tamburo battente già la mattina dopo del delitto. La madre del defunto denunciò le incongruenze dell’istruttoria nel 2002. A Martigny in Svizzera nel 2005 si riaprì il procedimento, senza esiti particolari. Oggi la signora si fa rappresentare da Laura Sgrò, legale anche di Pietro Orlandi ed autrice di un libro sull’argomento.

I retroscena tuttavia emersero molto prima sulla stampa mondiale. Secondo De Villemarest, Tornay, tiratore scelto, non era solo una guardia svizzera, ma un giovane membro del Sodalitium Planum, il cui superiore, Ivan Bertorello, sotto le mentite spoglie di prete e senza disdegnare frequentazioni lefebvriane, indagava da dieci anni su Estermann, che pure frequentava, sulle rivalità tra l’Opus Dei e i Legionari di Cristo e sulle infiltrazioni dei nuovi servizi russi in Vaticano. La Gendarmeria non vedeva di buon occhio questa attività del Sodalitium, ma non poteva impedirla, sebbene forse presaga della sua rischiosità. Una persona aveva già perduto la vita, proprio mentre andava a riferire al Sodalitium che Estermann era una spia, tempo prima della strage. Il suo nome era Cherebin ed era stato ucciso lungo il Tevere da una sicaria insospettabile, che lo aveva toccato con una borsa avvelenata. Lo stesso Bertorello, poi trasferitosi a Parigi, rivelò in lacrime al funerale di Tornay di aver ricevuto una richiesta di aiuto del suo pupillo alle 20,30 della sera del delitto, registrata dalla sua segreteria telefonica. La grande stampa estera diffuse la vera identità di Estermann. Karl Wollf e Gunther Bohnsack ammisero con Ferdinando Imposimato di averlo avuto ai loro ordini. Emerse che il defunto comandante della Guardia Svizzera fu basista dell’attentato al Papa e anche del sequestro Orlandi, spiando anche tutti quelli che, come l’avvocato Egidio o il giudice Sica, entravano o telefonavano in Vaticano per indagare o colloquiare con alti prelati e funzionari. Emerse che fu uno speculatore venale, assistito dalla moglie Gladys, agente venezuelana e forse anche della CIA, almeno per un certo periodo, e che poté avvicinare gli ambienti vaticani grazie alla protezione inconsapevole del cardinale Rosalio José Castillo Lara (1922-2007), connazionale della moglie. Il denaro russo arrivò alla coppia fino al 1989, anche tramite la Bulgaria, e fu accreditato ovunque, a Mosca, negli USA, a Sofia e in Vaticano. Estermann aveva infatti un conto allo IOR, come gli spettava in quanto ufficiale della Guardia Svizzera. Siccome era prassi dello IOR concedere libertà di transito ai versamenti da qualunque parte vengano senza troppe domande, in cambio di una parte dei profitti, a maggior ragione non escluderei che le somme, probabilmente ingenti, colà movimentate da un così distinto ufficiale, fossero lasciate transitare proprio in cambio di provvigioni generose, che erano destinate alle opere di bene dell’Istituto, evidentemente come copertura. Questo potrebbe aver aiutato qualche funzionario compiacente a non farsi troppe domande sul motivo di tanta ricchezza di una Guardia Svizzera, a meno che non fosse egli stesso un agente infiltrato. Del resto la supposta presenza di un conto IOR, intestato evidentemente ad un prestanome, dell’ambasciata bulgara in Vaticano non solo aprirebbe una serie di sospetti su come il blocco sovietico possa aver dal di dentro sabotato le finanze vaticane e come questo si saldi con il crack dell’Ambrosiano, ma permetterebbe di dedurre che i pagamenti più scottanti fatti dai bulgari e dai tedeschi orientali a coloro che furono coinvolti nell’attentato al Papa avvennero proprio in casa del Pontefice stesso, a causa dell’assoluta mancanza di una normativa adeguata di controllo sulle attività bancarie.

Secondo De Villemarest il GRU di Valentin Korabelnikov prese in mano nel 1997 la rete degli agenti orientali in Vaticano, compresi quelli che un tempo dipendevano dalla STASI, nell’Osservatore Romano e nella Guardia Svizzera. Per la Federazione Russa, sia sotto El’cin che sotto Vladimir Putin, mantenere la propria influenza in Vaticano rimaneva certo un obiettivo strategico. Il colonnello Sergej Ivanov ebbe allora alle sue dipendenze Estermann. Cospicue elargizioni di denaro continuarono a suo vantaggio di Estermann.

Qualcosa cambiò però ed improvvisamente. Estermann sembra abbia confidato ad Ivanov di sentirsi minacciato. Nel 1997 nel suo studio subì un furto di misteriosi documenti che improvvisamente lo resero inutile se non addirittura pericoloso, in quanto bersaglio di eventuali scandali montati con quanto gli era stato sottratto. Mi sembra evidente che gli autori di questo furto possono essere stati agenti segreti di qualunque servizio, interno ed esterno. Fu così che Estermann decise di defezionare. Sebbene i suoi alti protettori cercassero di rassicurarlo promettendogli la promozione a capo della Guardia Svizzera, che poi arrivò, egli prese contatto con l’ex gladiatore Antonino Arconte, usando il suo nome da spia, Werder. Arconte era, come altri membri della Stay Behind, oggetto di vessazioni palesi ed occulte e al centro di un movimento che organizzava l’espatrio di quei gladiatori che non avevano avuto la prontezza di rendere pubblico tutto quello che sapevano, così da assicurarsi la vita. Estermann gli scrisse e poi lo incontrò a Civitavecchia forse nel marzo 1998; in questi scambi gli confidò di essere in pericolo perché sapeva cose importanti su persone potenti, di voler fuggire con una nuova identità negli USA, di sapere tutto sull’attentato a Giovanni Paolo II, voluto da Mosca su richiesta di Varsavia e Berlino Est, per evitare la crisi del Blocco sovietico. Aggiunse che Ağca, se il delitto fosse riuscito, doveva essere ucciso subito dopo e fatto passare per un terrorista islamico dell’estrema destra turca. Aggiunse che la regia dell’impresa era bulgara e che il DS aveva individuato il sicario tramite la mafia turca, con cui aveva ottime relazioni. Ammise di lavorare in Vaticano e di essere stato minacciato, ma non svelò la sua identità. Parlò del sequestro Moro asserendo che dietro vi era il KGB anche se, come sua prassi, mediante diversi schermi di servizi segreti satelliti. Arconte disse a Werder che la prima data utile per partire da Ajaccio per Parigi e poi per gli USA era il 4 maggio 1998. Data che Estermann evidentemente scelse di non utilizzare festeggiando la promozione, e in cui lui e la moglie furono uccisi. Si può dedurre che la promozione venne caldeggiata da chi voleva trattenerlo a Roma per ucciderlo. La concomitante morte di Tornay fu sicuramente una maniera per eliminare un agente molto vicino ai segreti che dovevano morire con gli Estermann, segreti che forse il giovane aveva già scoperto, oltre che per creare un depistaggio. Ma che sia stato un omicidio per tutti e tre, non mi sembra ci siano dubbi, nonostante non siano mancate delle pubblicazioni che difendessero la versione ufficiale della Santa Sede.

Innanzitutto lo attesta la dinamica del delitto: la pistola di Tornay si trovava sotto il suo corpo sebbene secondo la versione ufficiale si sarebbe sparato in bocca, dopo aver ucciso gli Estermann, in una posizione che, nel rinculo, avrebbe scaraventato l’arma molto lontano. Il foro del proiettile nel cranio di Tornay aveva sette millimetri di diametro ma il calibro della sua pistola era di 9,41 millimetri. Inoltre il giovane aveva i polsi segnati da lacci, come se l’avessero legato, e gli incisivi rotti, come se la pistola gli fosse stata cacciata in bocca a forza. Si parlò, da parte del Vaticano, di un raptus del vicecaporale, ma si asserì anche che egli aveva scritto una lettera di addio alla madre (dimostrando che il gesto era premeditato e non improvviso), indirizzandogliela però con il cognome del secondo marito, che Tornay non usava mai. La firma in calce alla lettera non era autentica. Del resto Tornay aveva parlato con madre e fidanzata nel pomeriggio e non aveva fatto cenno ad alcun malessere. E i motivi del presunto rancore, movente del duplice delitto e del suicidio, erano assai puerili. Venne poi attribuita a Tornay una ciste al cranio che ne disturbava la personalità, ma di essa non si trovò traccia nella seconda autopsia e se pure fosse esistita, nella posizione in cui si asserì che c’era, avrebbe reso la personalità molto mite e non aggressiva. Estermann poi venne ucciso a telefono con due colpi, e non durante una lite. L’interlocutore, di cui non si disse il nome, ha preteso di non aver sentito nulla, implicando, qualora non mentisse, che chi sparò usasse il silenziatore. La Romero fu invece uccisa con un colpo. Ma la pistola di Tornay sparò cinque colpi, uno in più di tutti, compreso quello usato per il suicidio. Le traiettorie dei colpi inoltre non corrispondevano alla ricostruzione ufficiale della scena del delitto. Inoltre nella casa di Estermann sul tavolo furono trovati quattro bicchieri, mentre le salme erano tre. Imposimato ha ricostruito in questo modo la scena del delitto: Tornay, dopo il suo turno, fu inseguito, tramortito, legato e portato nello scantinato della palazzina dove abitavano gli Estermann. In casa di questi entrarono almeno due persone, senza destare sospetti, anzi accolti amichevolmente, che però ammazzarono i coniugi. I loro complici (o loro stessi) portarono su il vicecaporale legato, gli spararono in bocca e gli fecero esplodere un colpo per renderlo positivo all’esame della paraffina. E scomparvero. Per De Villemarest è chiaramente una balayeur, ossia un omicidio fatto da professionisti che non lasciano tracce e anzi depistano, tipica dei sicari del GRU. Ancora una volta, con maestria, l’incidente fu confezionato in modo tale che il Vaticano fosse travolto da uno scandalo e non potesse dire la verità a nessuno (per evitare presumibilmente tensioni diplomatiche sul passato e nel presente), nemmeno al Papa (che pubblicamente acclarò la versione ufficiale), anche perché riguardava indirettamente il suo stesso attentato. Poteva il mondo cattolico accettare la verità per cui uno dei massimi responsabili della sicurezza del Pontefice aveva congiurato contro la sua vita?

Infatti, la versione ufficiale, di chi evidentemente sapeva che Estermann era una spia ma non aveva ancora le prove, fu davvero improvvisata e pasticciata, come abbiamo visto.

Sembra infatti che molti elementi di prova siano stati alterati e che la scena del delitto sia stata passata a setaccio in modo volutamente maldestro, mentre le autopsie sarebbero state fatte sui cadaveri appositamente malamente conservati, i vestiti dei coniugi Estermann sarebbero stati gettati e quelli di Tornay addirittura bruciati. Per quest’ultimo si chiese la cremazione, ma la madre si oppose e lo fece tumulare. Persino il vecchio colonnello della Guardia Svizzera, Roland Buchs-Binz, richiamato frettolosamente in servizio, non credette che Tornay fosse colpevole e gli tributò un funerale con tutti gli onori. Una misteriosa lettera, scritta a nome del defunto Tornay, giunse ad Imposimato, all’epoca legale degli Orlandi, il 15 gennaio 2002. Era un tentativo di depistaggio, ma presentando Estermann come una vittima, alla luce dei dati raccolti dopo, evidentemente rendeva paradossalmente affidabili quelle persone che invece tentava di denigrare, come Camillo Cibin e Raul Bonarelli, ufficiali della Gendarmeria, da sempre nel mirino dei mandanti dell’attentato al Papa e del sequestro Orlandi, perché fedeli al Papa. Vennero altri tentativi di depistaggi, in un libello che però era anonimo, Bugie di sangue in Vaticano, che come per il caso Orlandi tentarono di acclarare la versione dell’omicidio maturato in seguito alle lotte di potere tra le fazioni vaticane.

In ogni caso, tutti i tentativi di fare luce sulla rete spionistica in Vaticano, sull’attentato e sui sequestri dell’Operazione Papa, cessarono da quest’ennesimo evento sanguinoso e i protagonisti sopravvissuti furono allontanati da Roma. Il Sodalitium Planum cedette il passo alla Gendarmeria nella gestione degli affari segreti. E dal 1999 la Santa Sede ha scelto il silenzio tombale per evitare problemi diplomatici con gli innumerevoli Paesi coinvolti nel grande intrigo contro Giovanni Paolo II, oltre che laceranti scandali interni.

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  • Redazione

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