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La solita indignazione a senso unico

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L’indignazione ‘selettiva’ (l’anelito alla libertà… a targhe alterne

 
Il fenomeno è affascinante (si fa per dire), alcuni soggetti sviluppano una improvvistà sordità morale quando la barbarie ha il volto degli ayatollah.
Non è reticenza, non è prudenza: è una forma di postura etica, flessibile e selettiva.
Il regime iraniano batte record su record di esecuzioni, lapidazioni e torture – 2178 solo nel 2025. Ma attenzione: se lo dici ad alta voce, rischi di rompere il delicato equilibrio dell’indignazione. Bisogna comprendere, capire, e così spuntano le “complessità”.
“Morte all’America”, “Dal fiume al mare”, non sono solo slogan, sono un programma politico ufficiale. Si seleziona la modalità “Mute” anche in presenza dei sacchi neri pieni dei cadaveri dei giovani ribelli iraniani e dei commercianti attempati ridotti in miseria, che questa rivolta l’hanno iniziata per disperazione.
Non ci sono cifre, ma gli osservatori sul posto parlano di una strage immane in tutte e 31 le provincie iraniane. Questa volta la rivolta non riguarda solo Teheran, si è allargata a 92 città incluse Bandar Abbas, Bojnurd, Gonabad, Isfahan, Kermanshah, Lordegan, Mashhad, Shiraz, Tabriz, da dove giungono immagini grazie ai satelliti StatLink messi a disposizione gratuitamente da Musk per superare il Blackout imposto da Khamenei
Il silenzio è d’oro (e comodo)
Meglio non parlare che rischiare l’etichetta di “islamofobo” o “disallineato”. Così il cervello si mette in stand-by morale: storica tradizione dai tempi del Novembre ungherese nel 1956, passando per tutte le purghe stilistiche della storia. In pratica: tacere conviene. Sempre. Anche se intorno, schiacciano con 8 cingoli i rivoltosi o li falciano con milizie Hezbollah fatte arrivare in fretta e furia.
Le vittime iraniane, soprattutto le donne, hanno il difetto mortale di essere troppo vere. Non si prestano ai teatrini narrativi, non si piegano alle riprese preconfezionate, non fanno la mascotte da raccolta fondi. Troppo pericolose per l’immaginario standard del rivoluzionario tipo. Come le donne curde lottano e muoiono per la loro libertà, che piegarsi ai pretoni neri e ai loro sgherri con lo shalag sempre pronto a frustarle se si abbassa il velo.
Aspettare “più informazioni” o confutarne l’origine a prescindere, è la strategia di chi vuole sfuggire. Il muro di gomma è costruito con cura, nessuno deve confrontarsi nel merito. Ad oggi il bilancio delle vittime di 13 giorni di scontro nelle piazze è inquietante. Si parla di almeno 3400 vittime nelle 27 provincie iraniane (sicuramente di più).
Il black-out di Internet attuato da Khamenei lo scorso Venerdì, non fa arrivare immagini o corrispondenze, (al netto di quelle che stanno arrivando tramite Starlink) consentendo al regime di trasmettere manifestazioni di giubilo pilotate con tanto di cartelli freschi di tipografia ministeriale, per tener calma la popolazione.
Alla fine, il copione è sempre lo stesso:
l’anelito per la ibertà e l’autodeterminazione fa capolino solo quando è comoda, trendy o politically correct.
Rimane l’amara consapevolezza che qualche illuminato intellettuale preferisce indignarsi selettivamente, e vivere tranquillo nella sua bolla rassicurante.

Autore

  • Redazione

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