
di Carlo Di Stanislao
“Vi lascio il mio niente,
Scrigno di luccicanti cianfrusaglie
Che scambierete per cose preziose”
Francois Villon, Lasciti, 1456.
Viviamo in un’epoca di profonde trasformazioni, si percepiscono già i primi effetti della quarta rivoluzione industriale-industry 4.0.
Dopo il vapore, l’elettricità e l’informatica arriva la digitalizzazione robotizzata della produzione manifatturiera, dei servizi e dei consumi, ovvero dell’intera società. Secondo diversi intellettuali l’intelligenza artificiale sarebbe alle porte.
Zygmunt Bauman, noto filosofo e sociologo di fama mondiale, ha definito Liquida la nostra società e Noam Chomsky, il fondatore della grammatica trasformazionale afferma che noi umani “non siamo scimmie, l’intelligenza del linguaggio è innata”.
E’ suo il testo che segue “Il principio della rana bollita”, che fa proprio al caso nostro:
“Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.
Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano.
Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.
La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda.
Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.
L’acqua adesso è davvero troppo calda.
La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla.
Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.
Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.
Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta – sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta.
Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni, ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo.
Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e – oggi – ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone.
In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute.
I foschi presagi annunciati per il futuro, anziché suscitare delle reazioni e delle misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente il popolo ad accettare le condizioni di vita decadenti, perfino drammatiche.
Il permanente ingozzamento di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non riescono più a discernere, a pensare con la loro testa.
Allora se non siete come la rana, già mezzo bolliti, date il colpo di zampa salutare, prima che sia troppo tardi!”
Il consumatore dei tempi moderni non può definirsi soltanto come appartenere ad una categoria economica che tanto piace ai fautori del libero mercato, ma dovrebbe liberarsi dal giogo della sudditanza del consumismo individualistico, per riprendersi la propria identità di persona con la sua dignità.
Di certo la nuova frontiera del marketing si avvale delle scoperte che giornalmente vengono realizzate nel campo delle neuroscienze, tant’è che siamo tutti noi consumatori oggetto del “neuromarketing”.
L’articolo 2 della Costituzione Italiana ci aiuta concretamente nel ridefinire la nostra nuova strategia “La Repubblica garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”.
Chi invece la fa sempre semplice, anzi semplicistica è il nuovo guru Yuval Noah Harari, uno degli scrittori di maggior successo in Italia e nel mondo, e uno degli intellettuali più apprezzati e consigliati da grandi imprenditori della Silicon Valley, da un ex presidente degli Stati Uniti (Barack Obama) e da altre persone eccezionalmente influenti (I Clinton, Biden, Kamala Harris, Bill Gate, ecc.).
Nato nel 1976, è diventato famoso dopo aver pubblicato in inglese nel 2014 un libro di saggistica intitolato Sapiens, uscito in ebraico tre anni prima. È un racconto dell’evoluzione della specie umana dalla sua origine fino alla rivoluzione informatica: fu un successo clamoroso, con oltre 20 milioni di copie vendute in tutto il mondo.
Dopo i successivi “Homo Deus”, una storia delle più grandi conquiste tecnologiche e culturali dell’umanità, del 2016, e “21 lezioni per il XXI secolo”, un saggio su 21 temi della contemporaneità, del 2018, a settembre Harari ha pubblicato il suo quarto libro: “Nexus”. Breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA.
Il nesso del titolo è ciò che creano le informazioni. L’aumento dell’informazione disponibile nella storia, grazie all’emergere di nuove tecnologie per comunicarla, ha dato vita a “reti informative” sempre più complesse. Per “reti informative” Harari intende le catene di umani connessi dalla stessa informazione, grazie a una tecnologia. Una volta definita cosa è per lui l’informazione, Harari passa in rassegna la storia delle reti informative, dalle storie orali fino ai mass media del Novecento, passando per l’ascesa di burocrazie e istituzioni grazie alla disponibilità di carta e poi di libri. Questa prima parte è forse la più originale del libro, e la più interessante, dove la formazione di storico di Harari è più evidente.
Il libro, in generale, è pieno di aneddoti, riflessioni e affermazioni brillanti, e la sua lettura in qualche modo ci stimola a riflettere, ci fornisce esempi e dati importanti per ragionare. Soprattutto ho apprezzato la sua capacità, invidiabile, di tessere insieme cose molto lontane tra loro, nel tentativo di costruire un puzzle enorme, che tenga insieme storia, politica, economia, sociologia, tecnologia in un enorme lasso di tempo. Ma queste operazioni così ambiziose rischiano sempre di promettere tanto e mantenere poco. Sono piacevoli letture, che spaziano nel tempo e nella storia intellettuale umana, ma ad osservare da vicino l’impalcatura del libro costruita da Harari, ci si accorge presto che il castello dorato perde pezzi e fa acqua ovunque.
Già nei primi capitoli emerge l’ossessione che permea tutto il volume: i regimi totalitari e le istituzioni come la Chiesa, che gestiscono l’informazione accentrandola e non si dotano di “meccanismi di auto-correzione” o se ne hanno, sono troppo deboli, nascondono la “verità”, si credono infallibili, non accettano critiche e non sono capaci di imparare dai propri errori. Al lato opposto, Harari pone istituzioni come le democrazie “su larga scala” e in particolare le istituzioni scientifiche.
Qui incontriamo il primo “problema” del testo: Harari idealizza il metodo scientifico e le sue istituzioni al punto da celebrare la cultura accademica del “publish or perish”, quel meccanismo che spinge i ricercatori a non avere una vita sociale e competere strenuamente tra loro pur di pubblicare nelle “migliori” riviste del mondo, pena la propria invisibilità (morte accademica). Secondo questa sua visione delle istituzioni scientifiche idealizzata (e molto liberista), il modello di conoscenza scientifica è quello con il miglior meccanismo di auto-correzione, perché non è disposto ad accettare l’errore istituzionale e l’ignoranza e ricerca costantemente la falsificazione della conoscenza al fine di migliorarla.
Per buona pace di Popper e continuatori.
La seconda parte del libro – il network inorganico – si concentra invece sui tratti distintivi e i pericoli dell’intelligenza artificiale, che lui considera “implacabile” ma anche “fallibile”. Le preoccupazioni maggiori che emergono in questa parte sono che le IA possono farci il lavaggio del cervello, falsare elezioni, spingere i popoli alla guerra civile, aumentare la divisione politica nelle democrazie, generare discriminazioni e sorvegliarci meglio di un regime totalitario, sancendo la fine della privacy. Il potere economico concentrato nelle mani di Google invece lo preoccupa molto meno.
Harari coglie nel segno quando afferma che l’IA ha un potere sempre maggiore nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione e nell’applicazione della legge e molti altri campi – cosa preoccupante perché potrebbe prendere decisioni sbagliate al posto nostro in settori chiave della società. Ma non appena riusciamo a trovare qualcosa di condivisibile nella sua analisi, arriva puntuale la buccia di banana: “poiché diamo agli algoritmi un potere sempre maggiore…”. Ma chi è il soggetto? Noi? Noi singoli? No. Sono le compagnie tecnologiche, che, in un vuoto di policy, si prendono questo potere in maniera unilaterale e “coloniale”. Ma quelle Harari si guarda bene dal toccarle.
È come se Harari ciclicamente, nel libro, fosse in grado di indicare correttamente le criticità dell’IA, ma non di inserirle in una cornice politica ed economica ben precisa: quella del capitalismo digitale emerso in società liberali. La parola capitalismo, infatti, compare solo 7 volte in 600 pagine. E di queste 7, 6 sono citazioni in nota di altri autori, mentre Harari la usa una sola volta in tutto il libro! Una! Harari menziona centinaia di volte il totalitarismo, ma del capitalismo non c’è traccia.
Harari sostiene che “uno sguardo più attento alla storia rivela che i luddisti non avevano del tutto torto e che in realtà abbiamo ottime ragioni per temere le nuove potenti tecnologie”.
Anche qui, scambia il dito con la luna. Per un momento si schiera su posizioni “luddiste”, facendoci credere che i luddisti fossero contro la tecnologia. Ma contributi classici come quello di Hobsbawn – The Machine Breakers (1952), o più recenti come quello di Gavin Mueller (Breaking things at work, 2021) e di Brian Merchant (Blood in the Machine, 2023), hanno chiarito come i luddisti non fossero contro le tecnologie, ma contro il modo capitalista di sfruttarle per automatizzare il lavoro umano. Naturalmente non c’è traccia di questi autori tra le note del libro di Harari, perché non ha una formazione materialista.
Continua ad accusare la tecnologia di avere un potenziale distruttivo intrinseco, trattandola come una divinità aliena, ma questo è pericoloso, perché oscura la natura umana ed economica dell’IA. L’IA viene descritta come un’intelligenza aliena (inorganica). Mentre l’IA non è né intelligente né artificiale, come ha invece osservato Kate Crawford, che descrive l’IA come un apparato socio-tecnico emerso da un complesso militar-industriale capitalista in un contesto di deregolamentazione politica.
Quando torna comodo alla sua argomentazione, le tecnologie non sono né buone né cattive, ma il loro impatto sociale dipende da come le usiamo. In altri passaggi però, sempre a beneficio del suo argomento, le tecnologie diventano onnipotenti e capaci di determinare fenomeni sociali. Anche se lo bandisce apertamente, il determinismo rientra sempre dalla finestra, come un lapsus.
Nella terza parte del libro Harari sostiene una tesi molto semplice: la sfida attuale alla gestione dell’IA può essere affrontata positivamente da un solo sistema politico: quello della “democrazia su vasta scala”. E la sua tesi diventa ancora più chiara: la “soluzione” alle minacce della rete di informazione digitale è la democrazia liberale. A questo punto credo di aver finalmente capito Harari: è un liberale che ha un’idea molto ingenua e idealizzata della democrazia (e della scienza) e soprattutto fa il madornale errore di equiparare la democrazia liberale con la democrazia tout court.
Per questo è caro ai liberal americani e agli Askelaziti che gli forniscono gloria e sostegno.
Quando Harari parla di democrazia come modello opposto al totalitarismo, ha in mente solo il modello liberale occidentale di essa. Un ingenuo, inconsapevole (?) e ottuso universalismo che è, dal mio modesto punto di vista, il vero problema della sua posizione intellettuale, più del suo stile saggistico semplificatorio. La sua tendenza a idealizzare e universalizzare la democrazia liberale mi fa finalmente comprendere meglio le aspre critiche che Harari muove all’inizio a Michel Foucault e Edward Said. Poche righe prima aveva criticato la visione populista e “complottista” dell’informazione e dei media come visione dell’informazione incentrata sul potere e profondamente scettica – uno scetticismo che porta alle teorie cospirazioniste – e poi, con una mossa logica del tutto riduzionista, scorretta e superficiale, sostiene che questa visione scettica dei populisti trumpiani contemporanei e dei no-vax era già stata da loro condivisa: “Opinioni molto simili sono state diffuse dalle menti più brillanti dell’umanità. Alla fine del XX secolo, per esempio, intellettuali della sinistra radicale come Michel Foucault e Edward Said sostenevano che le istituzioni scientifiche come gli ospedali e le università non perseguono verità oggettive e senza tempo, ma usano il potere per determinare ciò che conta come verità, al servizio delle élite capitaliste e colonialiste. Queste critiche radicali si sono spinte fino a sostenere che i ‘fatti scientifici’ non sono altro che un ‘discorso’ capitalista o colonialista”.
Poche pagine dopo, in un paragrafo sul significato di “verità” – in cui sostiene che la realtà è universale e oggettiva, anche se culture differenti possono interpretarla in maniere opposte – Harari aggiunge che “chiunque rigetti l’universalismo, rigetta la verità”. E implicitamente accusa Foucault e Said di rifiutare l’universalismo, e quindi, la Verità.
Contraddizioni continue e una teoria non può essere contraddittoria e muoversi in opposte direzioni.
Di recente, dalla sua residenza londinese, un lussuoso cottage in cui sono vissuti Keats, Freud, Agata Christie e Elisabeth Taylor e che ora lui occupa col marito Yitzik Yahav, l’accademico israeliano con doppia cattedra a Gerusalemme e New York, ha attaccato Trump e ha espresso una visione negativa della Brexit, che ha descritto come “fondamentalmente una distrazione, solo una fantasia sull’essere indipendenti poiché non ci sono più paesi indipendenti al mondo”.
Di certo io credo, dopo aver letto i suoi libri, che è lui ad esser dipendente e completamente imbrigliato nella rete del capitalismo.
L’ossimoro, che accosta nella medesima locuzione due parole che esprimono concetti contrari, è forse la figura retorica più adatta a circoscrivere e restituire le incongruenze della realtà nelle sue molteplici forme e declinazioni.
L’ossimoro che mi viene in mente per Harari è “ribelle dentro al coro”.





