
di Maurizio Ballistreri
Per descrivere la realtà a livello planetario che stiamo vivendo, è ancora attuale l’analisi del sociologo Zygmunt Bauman, contenuta nel suo saggio del 1999, dal titolo esemplificativo “La società dell’incertezza”: “La dissoluzione dell’ordine socio-politico che ha permesso alle bio-tecno-scienze di assumere la loro ben nota e sinistra tendenza genocida, ha cancellato alcuni pericoli dall’ordine del giorno, o almeno ha reso improbabile la loro replica nell’epoca della postmodernità. Ma i nuovi tempi e i nuovi assetti socio-politici, hanno procurato nuovi rischi, per ora solo intuiti e inesplorati”.
La discussione però, appare viziata da un approccio ristretto, che non sembra toccare il cuore del problema: il crollo della finanza planetaria, paradigma della globalizzazione senza regole – con l’affacciarsi di un nuovo blocco economico, variegato dal punto geopolitico e alternativo al sistema capitalistico occidentale, quello dei Brics – ha provocato drammatici fenomeni di secessione sociale in tutti gli Stati, dipende non solo dal prevalere dell’economia virtuale rispetto a quella reale, fondata sulla produzione e sul lavoro, ma in primo luogo dalla subalternità della democrazia rispetto al mercato.
Il rapporto tra capitalismo e democrazia è stato e sarà sempre conflittuale, come ebbe a scrivere Norberto Bobbio, e il prevalere del primo sul secondo ha provocato, alla lunga, i guasti sociali ed economici che stiamo vivendo e che non sappiano ancora dove ci condurranno.
Negli anni che vanno dal crollo del Muro di Berlino ad oggi, abbiamo assistito, quasi impotenti, con il sostegno non solo della cultura politica ferma al vecchio liberal-liberismo dello “Stato minimo”, ma anche di certa sinistra che si autodefinisce “riformista”, alla “privatizzazione della politica”, con il denaro trasformato in valore assoluto e i partiti in pratica sostituiti dai tecnici dell’economia e del diritto, nel mentre la cosiddetta “classe dirigente” mondiale è stata sostanzialmente omologata: tutti i dirigenti dicono e sostengono le stesse idee e proposte all’insegna dell’idola tribus del mercato, espressione di costose macchine di potere e di comunicazione di massa.
E allora, per uscire dalla drammatica crisi globale non bastano solo le ricette economiche e sociali, ma serve, in primo luogo, la restituzione alla democrazia il ruolo fondamentale che deve avere nelle nostre società moderne.
Già, perché rispetto agli albori del capitalismo industriale nell’800, la dicotomia non è tra una società liberale ed una socialista, ma tra la democrazia e l’oligarchia, tra il benessere collettivo e la tirannia economica di pochi.
In questa prospettiva è opportuno ricordare l’elaborazione teorica di un grande sociologo riformatore come T.H. Marshall nel dopoguerra, che ha consentito la declinazione dei diritti sociali in termini di cittadinanza e, quindi, di democrazia e partecipazione popolare.





