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LA SINISTRA SMARRITA

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La sinistra smarrita nel suo labirinto

“La storia si ripete, prima come tragedia, poi come farsa.”
— Karl Marx

Ci sono momenti in cui sembra che la sinistra italiana viva in un eterno ritorno, prigioniera di se stessa. Cambiano i volti, cambiano i loghi, si aggiornano i social media e i font delle campagne, ma la sceneggiatura resta la stessa: l’allarme democratico, la piazza salvifica, il richiamo ai sindaci, le citazioni di Gramsci e Pasolini, il fantasma del “campo largo” come panacea universale. Tutto già visto, tutto già sentito.

Nel frattempo, la destra governa, consolida il consenso, parla al Paese reale — quello che non si riconosce nei talk show ma nei supermercati, negli ospedali, nelle partite Iva che arrancano.
E la sinistra? Continua a interrogarsi su se stessa, come Narciso davanti allo specchio di un passato che non c’è più.
Il rito dell’allarme democratico
Ogni stagione elettorale inizia nello stesso modo: un grido d’allarme.
“È in pericolo la democrazia!”
“Sta nascendo un regime!”
“Ci vogliono togliere la libertà di stampa, la magistratura, i diritti civili!”
Ma questo allarme, pur fondato su paure reali, suona sempre più stanco, sempre più distante da un popolo che vive altri timori: il caro vita, la precarietà, la sanità pubblica allo stremo, la scuola abbandonata.
Quando tutto è “allarme democratico”, nulla lo è davvero. E così, invece di mobilitare, si anestetizza.
L’elettore medio, bombardato da slogan apocalittici, finisce per pensare che la sinistra viva in un mondo parallelo — una comunità che parla di libertà astratte mentre lui non sa come pagare la bolletta.
Il referendum come scorciatoia
L’ennesima illusione è quella di trasformare ogni consultazione — un referendum, un’elezione locale, una mozione in Parlamento — in una resa dei conti tra il Bene e il Male.
Ora tocca alla separazione delle carriere: una questione tecnica, complessa, che meriterebbe studio e sobrietà, ma che diventa l’ennesimo “fronte antifascista”.
Così si spiana la strada a un errore già commesso mille volte: caricare ogni battaglia di un peso simbolico insostenibile.
Quando poi si perde, la sconfitta è totale, morale prima ancora che politica.
E si riparte da capo, con gli stessi protagonisti, le stesse parole, gli stessi fantasmi.
I sindaci come ultima trincea
Ogni volta, quando il partito implode, arriva la liturgia della “ripartenza dai territori”.
I sindaci diventano gli eroi civili della sinistra in crisi.
Si cita Cofferati, si invoca un nuovo Prodi, si organizza una rete di “amministratori coraggiosi”.
Ma anche questo film è già andato in onda più volte, e non ha mai risolto il problema di fondo: il rapporto tra il centrosinistra e il popolo.
Il sindaco può essere un ottimo amministratore, ma non è un taumaturgo.
Non basta amministrare bene per cambiare il vento di un Paese che da trent’anni vota sempre più a destra.
L’errore è pensare che la buona gestione basti a sostituire l’identità, quando invece è proprio l’identità — politica, culturale, narrativa — a mancare.
Le piazze e il mito della mobilitazione
Poi arrivano le piazze. Sempre loro.
Colorate, rumorose, sincere.
Le bandiere rosse, le arcobaleno, gli studenti che tornano a occupare, i pacifisti con gli striscioni “dal fiume al mare”.
Ogni volta la stessa euforia, lo stesso autoconvincimento: “Qualcosa sta cambiando.”
Poi il giorno dopo, alle urne, nulla cambia.
Il problema non è la piazza in sé — sacrosanta, vitale, necessaria — ma la sua solitudine.
La sinistra confonde spesso la manifestazione con la mobilitazione, dimenticando che la seconda richiede visione, organizzazione, radicamento.
Un corteo non è un progetto politico.
E mentre le piazze gridano, la destra parla a chi resta a casa.
La sindrome del déjà vu
C’è in tutto questo una malinconia di fondo, quasi romantica, che spiega la resistenza del Partito Democratico al cambiamento.
Ogni gruppo dirigente nasce come “discontinuità”, ma finisce per replicare i gesti e le parole dei predecessori.
È come se un’ombra lunga — quella del Pci, o forse della sua nostalgia — continuasse a muovere le mani di chi oggi nega di volerla evocare.
La sinistra italiana è un archivio vivente: archivia nomi, simboli, campagne, ma non riesce a dimenticare se stessa.
Non parla più di futuro, ma di memorie.
E quando tenta la modernità, lo fa con linguaggi presi in prestito: dalla comunicazione progressista americana, dalla retorica ambientalista nordeuropea, da un lessico politico che in Italia suona straniero.
La destra, invece
Mentre la sinistra si guarda allo specchio, la destra parla.
Parla un linguaggio semplice, spesso rozzo, ma immediatamente comprensibile.
Promette sicurezza, identità, orgoglio nazionale.
Offre risposte nette in un tempo che non sopporta più la complessità.
La Meloni non ha bisogno di evocare il fascismo per risultare credibile: le basta dire “ci siamo noi, loro hanno già fallito”.
La forza della destra è nella sua capacità di apparire concreta — anche quando non lo è — mentre la sinistra si presenta come astratta anche quando dice cose sensate.
È una questione di percezione, ma in politica la percezione è quasi tutto.
“So bene di non essere questo, ma ci lavoro”
Ed è qui che la sinistra dovrebbe cominciare a guardarsi davvero dentro.
Non con l’ennesimo congresso, né con una nuova segreteria “inclusiva”, ma con una radicale onestà verso se stessa.
Riconoscere di essere lontani dal Paese reale non è una resa: è il primo passo per riavvicinarsi.
“So bene di non essere questo, ma ci lavoro” — dovrebbe diventare il motto di chi vuole cambiare davvero.
Ammettere di non rappresentare più chi lavora, chi ha paura, chi si sente solo, non significa rinunciare, ma smettere di mentire.
La destra non si batte con le citazioni di Calvino, ma con la concretezza di un progetto che tocchi la vita quotidiana.
Un nuovo inizio (forse)
Ripartire, per la sinistra italiana, non vuol dire “ricominciare da capo” come recita il titolo di tanti editoriali, ma imparare finalmente dal proprio passato.
Capire che la politica non è una serie di riti liturgici ma una costruzione collettiva, faticosa, lunga.
Smetterla di inseguire l’“unità” come fine in sé, e riscoprire invece la credibilità come punto di partenza.
Non serve un nuovo simbolo, serve una nuova lingua.
Non serve una nuova alleanza, serve un nuovo modo di sentire il Paese.
La sinistra tornerà a vincere — se mai lo farà — non quando sarà più “radicale” o più “moderata”, ma quando tornerà a essere necessaria.
Quando parlerà non “ai suoi”, ma a chi non vota più, a chi si sente tradito, invisibile, inutile.
Allora forse il labirinto finirà, e il déjà vu diventerà memoria, non condanna.

Autore

  • Redazione

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