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LA SFIDA DELLA RUSSIA E LE DEBOLEZZE DELL’EUROPA

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Il fallito attentato a Donald Trump e la quasi contestuale rinuncia di Joe Biden alla corsa alla Casa Bianca sono due eventi che hanno cambiato radicalmente lo scenario mondiale e le conseguenze sono già visibili nella svolta degli ucraini, i quali hanno fatto sapere che sono disponibili a trattare con la Russia per far cessare la guerra.

La Russia non ha perso tempo e con Lavrov (ministro degli Esteri) ha detto alle leadership europee che “gli Usa trattano l’Europa come un’entità da sottomettere, come fanno con Russia e Cina”.

“L’Europa – dice Lavrov – è vista dagli Stati Uniti come un concorrente, così come la Russia e la Cina. Oggi stiamo assistendo alla sottomissione dell’Europa agli Stati Uniti. La Germania, ovvero la base della politica e dell’economia europee, ha accettato silenziosamente un attacco terroristico sui gasdotti Nord Stream, che ha minato le basi del suo benessere economico e sociale, come se fosse necessario”.

Secondo Lavrov, il fatto che l’Europa stia vivendo un processo di deindustrializzazione riflette l’attuazione del compito di lunga data di Washington: “Prevenire il riavvicinamento tra Russia e Germania”.

Gli Stati Uniti, secondo il ministro russo, vedono una minaccia nello sviluppo dell’Europa e della Russia, “basato su innumerevoli risorse in Oriente e sulle moderne tecnologie occidentali”. Nonostante gli sforzi degli Stati Uniti, ha osservato il capo della diplomazia russa, stanno emergendo “centri di potere alternativi”, mentre le posizioni del sud e dell’est del mondo “si stanno rafforzando”.

Nelle parole di Lavrov c’è la sintesi delle sfide che la Russia pone agli Usa e all’Europa.

La questione riguarda in primo luogo la Germania, che deve affrontare il nodo Nato, ossia la teoria iniziale dell’Alleanza che era quella di “tenere gli americani dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto”.

I russi fuori (vedi sabotaggio del gasdotto Nord Stream, sanzioni, ecc.) e la fine del gas a basso prezzo fornito da Mosca costituiscono un cappio al collo dell’economia tedesca, al quale si aggiunge la progressiva pietra al collo delle barriere nei confronti della Cina.

La Germania, con il combinato disposto della crisi dei rapporti con Mosca e Pechino, è in recessione economica, cosa che ha fatto riaffiorare il contrasto tra gli Ossi (gli ex Rdt, in altri termini i prussiani) e i Wessi, i tedeschi dell’Ovest.

Per capire di cosa stiamo trattando, basti dire che oggi, dopo la migrazione a Ovest post riunificazione, gli abitanti della Germania Orientale sono il 15 per cento della popolazione e ricevono mediamente un salario inferiore di due terzi di quello dei tedeschi occidentali.

Nei länder della Germania orientale sono cresciuti esponenzialmente sia il partito di estrema destra, sia quello di estrema sinistra, i quali la pensano nello stesso modo, sia per l’allontanamento degli immigrati, sia riguardo alla riconciliazione con la Russia.

Lavrov, pertanto, non solo mette il dito nella piaga, ma parla direttamente a una parte dei tedeschi che contestano la sottomissione di Berlino alle pressioni americane.

L’élite della Germania dell’Ovest, come scrive Matteo Mariotti (Domino 7/2024) “ha perso il senso del tempo”. “Nella più totale perdita di contatto con la realtà – scrive Mariotti – che si è fatta sempre più legata al commercio, i Wessi si smarriscono nelle svariate micro-identità post- storiche: le narrazioni puntano ad approfondire temi quali il benessere, i diritti, l’ambiente, tematiche urgenti, ma che hanno poco contatto con la situazione che insidia la Germania”.

La Baviera, vero centro industriale e cuore economico del Paese, per ora sta a guardare, con la sua costituzione precedente a quella federale: Stato libero di Baviera.

In Baviera comanda la Csu, parte di destra della democrazia cristiana tedesca che, ovviamente, avrà sempre più influenza sulle scelte prossime, anche in funzione della crisi ormai evidente e difficilmente reversibile di verdi, liberali e socialisti. Anche in Baviera è cresciuta fortemente la destra. Afd è arrivata al secondo posto con un 12,6% dopo la Csu che ha il 39,7.

Nel frattempo la Germania si sta riarmando con un fondo da 100 miliardi e con l’impegno del 2% del Pil e, stando all’analisi di Matteo Mariotti, se gli obiettivi fossero raggiunti, “la Germania diventerebbe la terza potenza militare del pianeta, dopo Stati Uniti e Cina”.

Le conseguenze sarebbero particolarmente pesanti per la grandeur francese, che punta ad essere il perno della futura difesa dell’Unione Europea, ma potrebbe far sollevare più di un problema anche agli Usa.

In una Germania umiliata e compressa che si riarma potrebbe emergere di nuovo quello spirito di riscatto nazionalista che dopo l’umiliazione della prima guerra mondiale ha portato al nazismo e al Terzo Reich.

In questo senso la politica Usa si mostra miope, di corto respiro e Lavrov gioca facile nell’incidere sulle contraddizioni tedesche.

L’altro interlocutore piagato è la Francia. “In passato – scrive Elia Morelli (Domino 7/2024) – la Francia era mossa da una risoluta volontà di potenza, oggi soprattutto da istinto di sopravvivenza”.

Macron, il 25 aprile, in un suo discorso ha affermato che “è finita l’epoca in cui l’Europa comperava energia e fertilizzanti dalla Russia, produceva a basso costo in Cina, delegava la sicurezza agli Stati Uniti d’America”.

L’asse franco-tedesco è come uno spaghetto cotto.

Macron, peraltro, dimostra di credere poco anche nell’Unione Europea, dal momento che ha varato la Comunità Politica Europea che è più larga dell’Unione.

Tuttavia, al di là delle ostentate volontà di essere il leader di un’Europa che sa far da sé, Macron in pochi anni si è visto cacciare dall’Africa e ormai la Francafrique è passata direttamente ai Russi. Le truppe francesi rimaste nella fascia sub sahariana ammontano a solo 600 unità.

Fallita l’integrazione degli stranieri, le recenti elezioni hanno reso la Francia difficilmente governabile.

Anche nel caso francese, molti investimenti sono stati destinati all’industria bellica: 413 miliardi per il periodo 2024-2030, con preferenza per la Marina e per la missilistica.

Le due nazioni che hanno imposto all’Unione Europea le loro politiche sono ora in serie difficoltà e la Russia affonda il dito nella piaga.

Mentre a Bruxelles si continua a praticare la politica della deindustrializzazione, con un’alleanza Ppe, socialisti, verdi e liberali, ormai chiaramente fuori dalla realtà, Mosca gioca le sue carte sulle difficoltà reali e sulle spinte che tendono a chiudere la vicenda ucraina per riprendere rapporti antichi.

La Russia vuole tornare in Europa. Nei prossimi mesi si vedrà se gli Usa, liberatisi di Joe Biden, cambieranno atteggiamento nei confronti di Mosca o se prevarrà la logica dell’accerchiamento e dello scontro dei Dem e di Soros & C.

Ormai il gioco è tutto Oltreaoceano, dove chi ha pensato a uccidere Trump per continuare come in questi ultimi trent’anni, ha fallito l’obiettivo.

Tutto, con quel proiettile che non è andato a segno, è cambiato e, nonostante siano tetragoni e ottenebrati dalle ideologie, anche in quel di Bruxelles, prima o poi, se ne faranno una ragione.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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