Non richiedono riflessioni, ma solo condivisione
L’ideologia di sinistra è quasi impossibile da contrastare.
Il mondo di oggi non vive di contenuti, ma slogan, di simboli, di bandiere, elementi univoci, immediatamente identificabili, che non richiedono riflessioni, ma solo pedestre condivisione.
Se faccio una battaglia nel nome dell’accoglienza non ho bisogno di spiegare nulla e facilmente aggrego migliaia di persone convinte che sia una battaglia di civiltà.
Per fare una battaglia opposta dovrei fare tutto un discorso articolato sull’insostenibilità dell’immigrazione incontrollata, sull’impossibilita di accogliere tutta l’Africa ed il Medio Oriente, sui problemi sociali che tale immigrazione produce, sulla iniqua distribuzione delle risorse economiche che trasformerebbe l’Italia nel Bangladesh.
Vuoi mettere tutto questo contro un vessillo semplice e accomunante come “Accoglienza”?
Se poi aggiungiamo che tutto il castello del “ragionamento” può facilmente crollare davanti all’arma ideologica del razzismo, altrettanto potente e buona per tutte le stagioni, capite bene che è una battaglia persa.
Puoi portare tutte le argomentazioni che vuoi, anche sostenendole con l’evidenza dei fatti, saranno inutili contro la forza dei due manifesti ideologici: “accoglienza” e “razzismo”.
La stessa cosa avviene per l’inclusione.
Hai voglia a spiegare che uomo e donna sono morfologicamente diversi, che in natura esistono solo due sessi, che il sesso è un carattere che si acquisisce dal concepimento, o che un diversamente abile non può svolgere tutte le mansioni solo perché si stabilisce che ne ha diritto.
Anche contro tutto questo, malgrado rientri nella logica, c’è il termine ideologico che zittisce tutti: “omofobia”, poi aggiornato in “Omotransfobia”.
Anche i legami famigliari, consolidati da tradizioni secolari sono recentemente entrati nella sfera ideologica, con un altro slogan potente: “patriarcato”.
Oggi tutto è patriarcato, non solo in famiglia, ma perfino nei LEGO o nei connettori elettrici colpevoli di avere un accoppiamento che simboleggerebbe un atto sessuale con l’odiata prevaricazione della protuberanza rispetto alla fessura.
Per avere un rapporto sessuale serve un certificato in carta da bollo e non è neppure detto che sia sufficiente perché uno dei due può sempre dire che nel preciso momento dell’atto non voleva.
Chiaro che argomentazioni a discapito di questa teoria distopica ce ne sarebbero a migliaia, ma se si osa parlarne si diventa “despoti” o, appunto, patriarchi, il malvagio simbolo della supremazia dell’uomo sulla donna.
L’ideologia si esprime sempre per slogan che viaggiano in coppia: uno identificativo, l’altro diffamante da usare contro chi vi si oppone, e il tutto viene presentato come “battaglia di civiltà”, per cui ogni voce contraria non ha speranze.
In realtà, sono battaglie di regresso, ma la popolazione ormai è talmente invasata da non rendersene conto.
Se ci pensate bene, anche in politica avviene la stessa cosa.
La sinistra di definisce progressista malgrado proponga modelli utopistici e di regresso culturale, mentre la destra è definita conservatrice, malgrado sia, invero, realista e pragmatica.
Capite che nell’immaginario collettivo un “progressista” ha un credito superiore ad un “conservatore”.
Ma poi, per accentuare questo concetto, la destra diventa “fascista” ogni volta che si mette in disaccordo con la sinistra, e “fascista” è un termine potentissimo, che scredita immediatamente la controparte, indipendentemente dalla bontà o validità di ciò che propone.
Certo, la destra prova a rispondere con “comunista”, ma nella nostra società i due appellativi, malgrado la storia li abbia condannati in egual misura, non sono affatto sullo stesso piano: in Italia “fascista” è l’appellativo peggiore che si possa dare ad una persona, mentre “comunista” suona quasi come una medaglia al merito.





