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La pace che serve al Golfo più che a Trump

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crisi nel Golfo

La logica diplomatica e infrastrutturale della pace

Mentre l’attenzione internazionale continua a concentrarsi sulle mosse di Donald Trump e sulle scelte della leadership iraniana, rischia di sfuggire il vero protagonista di questa fase diplomatica, il Golfo.
Se nei prossimi giorni dovesse prendere forma un’intesa tra Washington e Teheran, la sua origine andrebbe cercata meno nelle rispettive capitali e più nelle monarchie arabe che si affacciano sul Golfo Persico.

Per la prima volta da decenni Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti sembrano condividere una convinzione strategica, una nuova guerra regionale sarebbe una sconfitta per tutti, compresi coloro che formalmente appartengono al campo occidentale.

Per comprendere quest’evoluzione occorre abbandonare una lettura ormai superata del Medio Oriente. Per anni la regione è stata interpretata attraverso una contrapposizione netta tra alleati degli Stati Uniti e avversari dell’Occidente.

Oggi la realtà è diversa, le monarchie del Golfo non ragionano più come semplici partner di Washington, ma come potenze regionali che hanno accumulato capitale, infrastrutture, influenza finanziaria e ambizioni geopolitiche proprie.

La loro priorità non è più vincere una guerra contro l’Iran. È evitare che una guerra distrugga il sistema economico che hanno costruito. Negli ultimi vent’anni il Golfo ha investito centinaia di miliardi di dollari per trasformarsi da semplice esportatore di idrocarburi a piattaforma globale di commercio, finanza, logistica, tecnologia e turismo.

Le città simbolo di questa trasformazione sono Doha, Dubai, Abu Dhabi, Riyad che rappresentano oggi nodi essenziali delle connessioni tra Europa, Asia e Africa. Un conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran metterebbe tutto questo in discussione.

La questione non riguarda soltanto il petrolio. Riguarda i porti, le rotte commerciali, gli investimenti internazionali, i fondi sovrani, le catene logistiche e la credibilità stessa del Golfo come spazio sicuro per il capitale globale.

È questo il motivo per cui le monarchie arabe hanno moltiplicato negli ultimi anni i canali di dialogo con Teheran, pur senza rinunciare alle proprie alleanze occidentali.

Una ricostruzione pubblicata dal Washington Post secondo cui il Qatar avrebbe avviato contatti riservati con l’Iran per garantire la sicurezza del gigantesco complesso energetico di Ras Laffan, il cuore dell’industria mondiale del gas naturale liquefatto, per il Washington Post, Doha avrebbe persino preso in considerazione l’ipotesi di una temporanea riduzione della produzione energetica pur di evitare che le infrastrutture del Golfo diventassero obiettivi militari.

Le autorità qatariote hanno successivamente smentito queste informazioni. Tuttavia, al di là della loro conferma o meno, il dato geopolitico rimane.

Per la prima volta non è l’Occidente a temere che una guerra in Medio Oriente provochi uno shock energetico. Sono gli stessi produttori energetici del Golfo a considerare la stabilità regionale come il principale bene strategico da difendere.

La loro ricchezza non dipende più soltanto dall’estrazione di petrolio e gas, ma dalla capacità di garantire continuità alle catene di approvvigionamento mondiali e di presentarsi come piattaforme affidabili per il commercio globale.

Quindi, l’accordo tra Trump e Teheran assumerebbe un significato più ampio di quello immediatamente visibile. Non sarebbe soltanto una tregua tra due avversari storici. Sarebbe la dimostrazione che il centro di gravità politico del Medio Oriente si sta spostando.

Per decenni le grandi crisi regionali sono state gestite da attori esterni, Stati Uniti, Russia e, in misura minore, Europa. Oggi emerge, invece, un sistema nel quale gli attori locali cercano di impedire che le rivalità delle grandi potenze compromettano la propria stabilità economica.

Il Qatar rappresenta probabilmente il caso più emblematico, da anni svolge il ruolo di intermediario tra interlocutori che non comunicano direttamente.

La sua posizione geografica, la sua capacità diplomatica e il legame energetico che lo unisce all’Iran attraverso il gigantesco giacimento condiviso di North Dome-South Pars ne fanno un ponte naturale tra mondi diversi. Non è un caso che molte delle trattative più delicate della regione passino ormai da Doha.

La pace non sarebbe il risultato di una vittoria americana né di una concessione iraniana. Sarebbe piuttosto il prodotto di una nuova consapevolezza strategica del Golfo, senza stabilità non esiste prosperità, e senza prosperità non esiste potenza.

Per anni le monarchie del Golfo hanno vissuto all’ombra delle grandi potenze, oggi sembrano voler contribuire a scrivere le regole del nuovo equilibrio regionale. E se l’accordo tra Washington e Teheran dovesse davvero essere firmato in Europa, il significato andrebbe oltre la fine di una crisi.

Il Golfo avrebbe creato le condizioni della stabilità, mentre l’Europa tornerebbe a essere il luogo della sua formalizzazione politica e giuridica. Tra i due si estenderebbe il Mediterraneo, divenuto il punto di approdo delle nuove reti energetiche e commerciali costruite per aggirare le vulnerabilità dello Stretto di Hormuz.

In questo senso, la pace non seguirebbe soltanto una logica diplomatica, ma anche infrastrutturale. Perché le rotte attraverso cui scorrono energia, merci e investimenti stanno diventando le stesse lungo cui si costruiscono gli equilibri del XXI secolo.

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