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Orione. A proposito dell'antichità dei Veda

Αἰών è un fanciullo che sposta i pezzi sulla scacchiera

Bal Gangadhar Tilak è stato un attivista politico indiano (1856 – 1920), autore di due importantissime opere sugli scritti vedici.

La prima, “The Orion or Researches into the Antiquity of the Vedas”, scritta nel 1893.

La seconda, “The Arctic Home in the Vedas”, in uscita dieci anni dopo.

La prima è stata edita in italiano per ECIG, con traduzione e commenti del noto studioso Giuseppe Acerbi, soltanto nel 1991 e quindi quasi un secolo dopo.

La ragione principale è senz’altro dovuta al fatto che la riscoperta in Occidente della “tradizione hindu” è piuttosto recente, risale a circa la metà del secolo XIX; e tuttavia trattasi di una riscoperta “fondamentale”, nel significato letterale e pieno del termine, in quanto ad essa sono riconducibili – direttamente (!) -, e a tacere qui di tutte le altre, sia la tradizione greco-romana che quella parsi-iraniana.

In “Orione”, Tilak ci introduce al linguaggio mitico del mondo vedico derivante dal moto degli astri, allorquando nel cielo vedico l’equinozio di primavera cadeva nella costellazione di Mriga, il nostro Orione.

Il vedico Signore di tutte le cose è Prajapati. Egli è altresì il Sovrano del tempo o l’Auctor temporis che, a differenza di tutte le tradizioni postvediche seguenti, si chiede egli stesso chi sia, e allora prende il nome di “Ka” (Chi?).

Su Prajapati, Tilak dice che, originariamente, due sono i miti o le storie. Una versione della storia di Prajapati narra che egli muore decidendo di sacrificare se stesso; nell’altra versione, Prajapati, effige del vecchio anno, muore per mano di Rudra, il Cacciatore celeste, preso in prestito anche da Roberto Calasso. Dopo la morte, Prajapati rinasce quale effige del nuovo anno.

Il sacrificio di Prajapati giunge alla fine del racconto, ma attraversa l’intero ciclo della narrazione sin dall’inizio. La vita è sacri-ficio, tutto è sacri-ficio, e cioè “fatto sacro” o fait accompli o atto.

Tilak, a dire il vero, dice di non sapere quale sia, delle due, la versione che precede o se le due versioni siano nate contemporaneamente; quel che, invece, appare evidente è il significato univoco o spiegazione di entrambe, riferite all’essenza del ciclo e del rito annuale della notte e del giorno, delle stagioni e dell’anno.

Considerato anche che la radice etimologica dei due termini di paragone, l’anno o il tempo e il sacrificio o il rito, è la medesima: yaina. Al punto che, dice Tilak: “i termini ‘anno’ e ‘sacrificio’ sin dall’antichità sarebbero diventati sinonimi”.

Inoltre, come Prajapati, altri personaggi mitici dell’antichità seguono lo stesso schema, morendo e rinascendo in modo naturale. Uno di questi, non altrettanto famoso ma ben noto, è Vainaimonen, Signore del Kalevala, poema epico finlandese, che decide liberamente di porre fine alla propria vita.

Seconda versione, come si è detto, tutt’al più non condivisa o del tutto ignorata dalla moltitudine dei “traditori” hindu, di cui dice Tilak, e che, a detta di Heidegger, hanno prodotto quell'”oblio dell’essere” a cui, in nome della vera tradizione, occorrerebbe viceversa fare ritorno.

Almeno, rammentando, con Rabelais, che “le ore sono fatte per l’uomo e non l’uomo per le ore” e che, anche sotto il cielo della Cina al tempo di Fu-xi e Nu-gva, “chi vuole essere sovrano dello spazio deve essere prima signore del tempo” .

Autore

  • Angelo Giubileo

    Angelo Giubileo, filosofo, giurista, giornalista e scrittore. Si è occupato e si occupa principalmente della divulgazione e comprensione del pensiero di Parmenide.

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