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Ucraina, a volte bisogna capire che è finita

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USA, Russia e Ucraina

Trump sospende le sanzioni contro la Russia. Mosca: “Momento storico” – Sperare che le elezioni di medio termine cambino le carte in tavola è pura follia da incompetenti

Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Per tutti gli europei è ora di capire due cose.

La prima che gli Stati Uniti non ne possono più di continuare a foraggiare una guerra persa.

La seconda che l’asse USA – Russia esiste ed è più solido di quello che qualcuno a Londra o a Bruxelles pensa.

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha firmato un ordine esecutivo che sospende temporaneamente l’applicazione di un ampio pacchetto di sanzioni contro la Russia, sostenendo, in contrapposizione alla decisione del Congresso, che la misura risponde all’interesse nazionale. È quanto riferito dalla Casa Bianca.

La decisione riguarda una legge intitolata al defunto senatore repubblicano Lindsey Graham, della Carolina del Sud, che mira a inasprire le sanzioni contro l’economia russa e a limitare il flusso di risorse finanziarie che contribuiscono a sostenere la guerra contro l’Ucraina.

La mossa di Trump, che oltre alle sanzioni ha sospeso anche i dazi americani destinati a colpire i ricavi energetici della Russia, segna un nuovo minimo nei rapporti tra Washington e l’Ucraina, devastata dalla guerra.

Evidentemente gli europei sperano che le elazioni di medio termine cambino le carte in tavola, ma non è automaticamente così.

La prima cosa da chiarire è che un Presidente degli Stati Uniti che ha contro il Congresso non perde automaticamente il potere esecutivo, ma perde una parte importante della capacità di trasformare le proprie decisioni in risultati duraturi.

Il sistema americano è costruito proprio sulla divisione dei poteri: il Presidente dirige l’esecutivo, mentre il Congresso controlla le leggi, il bilancio e una parte decisiva delle nomine e delle autorizzazioni politiche.

La differenza fondamentale è fra il potere di agire e il potere di ottenere che il sistema dello Stato continui ad agire nella direzione voluta dal Presidente.

Che cosa cambia concretamente

Presidente e Congresso

 

Questi poteri non sono tutti assoluti: dipendono dalle leggi applicabili, dalle maggioranze nelle due Camere e, in alcuni casi, dalle decisioni dei tribunali.

Il punto decisivo: politica estera e guerra

Qui il quadro è più sottile, perché il Presidente dispone di margini d’azione maggiori rispetto alla politica interna.

  • Può muoversi rapidamente: dirige la diplomazia e comanda le forze armate, entro i limiti costituzionali e legislativi.
  • Può negoziare accordi politici: può trattare direttamente con altri capi di Stato, ma non ogni accordo può essere reso vincolante senza il coinvolgimento del Congresso o del Senato.
  • Può incontrare limiti finanziari: senza gli stanziamenti necessari, un’operazione militare o un programma internazionale può diventare difficile da sostenere.
  • Può essere ostacolato sul piano legislativo: il Congresso può contestare le operazioni militari, ma per imporre determinate restrizioni deve superare procedure costituzionali e, in alcuni casi, un eventuale veto presidenziale.

In altre parole, il Presidente può anche avviare una linea politica senza una maggioranza parlamentare, ma non sempre può finanziarla, istituzionalizzarla o mantenerla nel tempo.

Che cosa succede se perde una o entrambe le Camere?

La distinzione è essenziale:

Se perde la Camera dei Rappresentanti

La Camera può bloccare o rallentare l’agenda legislativa, esercitare il controllo politico e avviare procedure d’impeachment. Acquista inoltre una leva rilevante sulle leggi di spesa, anche se non può governare da sola il bilancio.

Se perde il Senato

Diventa più difficile ottenere la conferma di giudici, ambasciatori e alti funzionari. I trattati che richiedono il consenso del Senato incontrano un ostacolo diretto.

Se perde entrambe

Il Presidente può trovarsi davanti a un Congresso che non approva nuove leggi, contesta le sue priorità e indaga sull’operato dell’amministrazione.

Restano però in vigore i suoi poteri esecutivi e il veto sulle leggi approvate dal Congresso.

Queste differenze discendono dalla ripartizione costituzionale dei poteri e dalle procedure legislative e di conferma delle nomine.

In conclusione perdere il Congresso non significa perdere la presidenza né diventare automaticamente un lame duck. Significa perdere una parte degli strumenti necessari per trasformare il potere personale e politico in decisioni vincolanti per l’intero Stato.

In questo quadro la politica internazionale è destinata a durare ancora due anni, ossia fino alle elezioni presidenziali del novembre 2008.

L’asse Trump-Putin, che sembra sempre più solido, è pertanto destinato a durare.

Non a caso la decisione di Trump è arrivata mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky chiedeva ai leader dell’Ue di continuare a finanziare la resistenza di Kiev, con ulteriori 80 miliardi di dollari circa il prossimo anno, rivendicando di difendere gli interessi del proprio Paese mentre il sostegno di Trump si riduce.

La reazione di Mosca: “Momento storico”

La sospensione di alcune disposizioni del Graham Act segna “un momento importante e davvero storico”. Lo ha scritto su X Kirill Dmitriev, rappresentante speciale del presidente russo per gli investimenti, sostenendo che la cooperazione economica tra Russia e Stati Uniti risponde agli interessi di entrambi i Paesi e contribuisce alla stabilità globale.

Secondo Dmitriev, la legge, che avrebbe subito modifiche “fondamentali e profondamente negative” dopo la morte del senatore Graham, avrebbe potuto “interrompere completamente ogni cooperazione economica tra Russia e Stati Uniti”, causando gravi danni soprattutto all’economia americana e ai mercati mondiali.

“La cooperazione economica tra Russia e Stati Uniti serve gli interessi di entrambe le nazioni, contribuisce alla stabilità economica globale e getta le basi per costruire fiducia e raggiungere una pace duratura”, ha affermato Dmitriev, aggiungendo, infine: “Al posto delle sanzioni e dello scontro, abbiamo bisogno di dialogo, cooperazione reciprocamente vantaggiosa e responsabilità condivisa per la stabilità globale”.

Zelensky che ha capito, finge di non capire

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato di ritenere che l’amministrazione statunitense rimuoverà ulteriori sanzioni contro la Russia.

“Purtroppo, la revoca delle sanzioni continuerà. Credo che l’accordo sul diesel sia solo il primo passo”, ha affermato Zelensky ai giornalisti, riferendosi all’intesa raggiunta da Trump con il presidente Vladimir Putin per consentire alcune esportazioni di diesel russo, nonché all’annuncio della concessione di deroghe ad alcune sanzioni.

A non capire proprio niente sono gli europei

“La nostra posizione – ha detto Antonio Tajani – è di continuare a sanzionare la Federazione Russa, non perché siamo in guerra con la Russia, ma per convincerla a sedersi al tavolo della pace con Zelensky e magari anche con una presenza europea, perché senza Europa non si può arrivare alla pace, perché le sanzioni le ha inflitte l’Europa”.

“Senza sanzioni non si conclude anche questa storia”, ha aggiunto, dimostrando di non aver capito o di non voler capire.

Il portavoce della commissione europea Thomas Reigner, rasentando il ridicolo, ha detto che le sanzioni “stanno esercitando una pressione sull’economia russa, ma dobbiamo fare di più. L’UE ha fornito all’Ucraina un totale di 230 miliardi di euro in aiuti. E abbiamo appena approvato il più ampio ampliamento del nostro elenco di sanzioni finora. Le nostre sanzioni stanno esercitando una pressione sull’economia russa. Ma dobbiamo fare di più”.

Crescono le tensioni con Kiev

La rottura tra Trump e Zelensky ha alimentato i timori (sarebbe più serio dire la convinzione) che il presidente americano stia prendendo le parti di Mosca.

Le preoccupazioni sono aumentate dopo le interruzioni di un sistema satellitare fondamentale fornito dagli Stati Uniti, che hanno ostacolato la capacità dell’Ucraina di contrastare gli intensi bombardamenti russi.

Kiev fatica a intercettare i missili russi e sta cercando urgentemente di rafforzare le proprie difese in vista dell’inverno, quando le temperature possono scendere fino a 20 gradi sotto zero e gli attacchi di Mosca minacciano le reti elettriche, il riscaldamento e i sistemi di approvvigionamento idrico.

Nel frattempo la guerra si volge su sempre nuovi fronti.

Il nuovo fronte della guerra è colpire internet per fermare pagamenti, trasporti e attività economiche, portando le conseguenze della guerra nella quotidianità di milioni di persone.

Dopo gli attacchi russi contro le infrastrutture informatiche ucraine di settembre, Kiev ha risposto prendendo di mira quelle di Mosca, con effetti che arrivano fino alle lampadine intelligenti nelle abitazioni.

Secondo la CNN, dall’8 ottobre gli attacchi ucraini hanno danneggiato tre dei cinque principali centri dati di Yandex, il colosso tecnologico russo che riunisce motore di ricerca, mappe, servizi cloud, pagamenti, taxi e consegne a domicilio.

Le interruzioni hanno coinvolto utenti in tutta la Russia e nei vicini Kazakhstan e Bielorussia.

La frattura tra le due sponde dell’Atlantico si allarga

La lettura che individua una frattura strategica tra Usa, Inghilterra e Europa è effettivamente documentabile: Washington sta cercando un’intesa con Mosca attraverso incentivi economici e negoziati diretti, mentre Londra e i principali governi dell’Unione europea puntano a mantenere e rafforzare il sostegno militare e finanziario a Kiev per costringere la Russia ad accettare condizioni di pace più favorevoli all’Ucraina.

La divergenza non è più soltanto retorica. Riguarda gli strumenti con cui si vuole concludere la guerra, i rapporti con Putin e il costo che Stati Uniti ed Europa sono disposti a sostenere. I fatti degli ultimi giorni mostrano una convergenza concreta su alcuni dossier, soprattutto energia e negoziati.

Washington punta a usare l’intesa per riportare Mosca al tavolo negoziale. Questo non dimostra un’alleanza strategica generale, ma segnala una disponibilità americana a scambiare concessioni economiche con obiettivi diplomatici.

Londra e Bruxelles scelgono una strategia diversa.

Trump sembra privilegiare la riduzione dei costi energetici americani, il rapporto diretto con Putin e una soluzione negoziata, anche esercitando pressione su Zelensky.

Londra ha annunciato ulteriori aiuti militari, nuovi pacchetti di sanzioni e l’accelerazione delle forniture per la difesa aerea. La linea ufficiale è aumentare il costo della guerra per Mosca, sostenendo Kiev fino a una pace considerata durevole.

Al vertice del 15-16 ottobre, i leader europei hanno confermato il sostegno militare e finanziario all’Ucraina, compreso il prestito da 90 miliardi di euro per il 2026/2027, e hanno ribadito la necessità di garanzie di sicurezza.

Sul piano politico, l’Ucraina dipende ancora da finanziamenti, intelligence e tecnologie occidentali. La frattura con Washington è quindi un problema strategico grave, soprattutto se dovesse tradursi in una riduzione stabile del sostegno americano.

Il problema strategico europeo

L’Europa sta investendo per impedire una vittoria russa, ma deve ancora dimostrare di poter trasformare questo investimento in un risultato politico sostenibile senza un sostegno americano stabile.

La strategia europea può avere una sua logica: evitare che Mosca ricavi dalla guerra la possibilità di imporre con la forza nuovi confini e nuove condizioni di sicurezza.

Ma comporta anche un rischio: prolungare una guerra di logoramento senza una prospettiva negoziale realistica, trasferendone progressivamente i costi sui bilanci europei.

Autore

  • Desina Novalis

    Segretaria di professione, detective per passione, ama far luce sui punti oscuri di cronaca, politica nazionale ed estera.

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