Home Politica estera LA NUOVA STRATEGIA USA, UNA SVOLTA STORICA

LA NUOVA STRATEGIA USA, UNA SVOLTA STORICA

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La nuova Strategia di Sicurezza USA: svolta storica, priorità all’emisfero occidentale e Cina declassata.
Per la prima volta da decenni, Washington riorienta il proprio focus strategico sul continente americano, dichiarando di voler “asserire e far rispettare un ‘Corollario Trump’ della Dottrina Monroe”.

La sicurezza degli Stati Uniti torna così a dipendere soprattutto dal controllo dell’emisfero occidentale, non più dall’ordine globale.
Il documento prevede una riallocazione delle forze armate: meno risorse nei teatri esterni e maggiore concentrazione su sicurezza interna, confini e America Latina.
È un ridimensionamento implicito dell’impegno globale americano. Il cambiamento più significativo riguarda la riclassificazione della Cina. Pechino non è più definita la principale minaccia strategica, ma soprattutto un concorrente economico, una fonte di vulnerabilità nelle filiere globali, una potenza regionale da contenere per ragioni economiche più che ideologiche.
Scompare la retorica “democrazia vs. autocrazia, allorché la Casa Bianca afferma di non voler più ancorare la politica estera a ideologie tradizionali né promuovere trasformazioni democratiche all’estero. È una rottura netta con il liberal-internazionalismo degli ultimi trent’anni.
Sul piano militare, gli Stati Uniti ammettono di poter perdere la superiorità nell’Indo-Pacifico. La deterrenza su Taiwan è definita una priorità solo “idealmente” sostenuta dal vantaggio militare; senza un forte aumento degli investimenti dei Paesi della First Island Chain, la difesa dell’isola potrebbe diventare irrealizzabile.
La competizione con la Cina viene ridefinita come una sfida economica: “vincere il futuro economico”. Washington riconosce il fallimento della strategia dei dazi iniziata nel 2017, rilevando che Pechino “si è adattata” e ha consolidato il proprio controllo sulle catene di approvvigionamento.
La risposta americana è la costruzione di una coalizione economica internazionale, riconoscendo implicitamente il calo del proprio peso relativo. Resta però una contraddizione evidente: mentre invita gli alleati a unirsi contro la Cina, Washington continua a imporre dazi agli stessi partner e a chiedere maggiore autonomia militare.
Questa impostazione transazionale rischia di incrinare la fiducia e sollevare una domanda inevitabile: perché i partner dovrebbero sacrificare i propri interessi economici per sostenere un’America oggi meno capace di guidare da sola la competizione globale?

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  • Redazione

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