La domanda non è più un tabù
Per anni chi sosteneva che ChatGPT e, più in generale, le principali intelligenze artificiali erano caratterizzate da un orientamento politico progressista, veniva liquidato come un complottista.
Oggi però la posizione è cambiata, non perché qualcuno abbia dimostrato l’esistenza di un complotto, ma perché sono gli studi ad aver iniziato ad analizzare e misurare scientificamente il fenomeno.
La domanda non è se le aziende produttrici abbiano deliberatamente costruito un’intelligenza artificiale “di sinistra” perché una simile affermazione, allo stato attuale, non sarebbe supportata da prove. Fermo restando che una IA non ha alcuna competenza ne di politica ne di altro ma è un sistema informatico con una enorme capacità di calcolo.
La vera domanda è un’altra: le risposte di ChatGPT e simili presentano un orientamento politico statisticamente misurabile? La risposta fornita da numerose ricerche è sì.
Tra gli studi più autorevoli figura quello del professor Jochen Hartmann e del suo gruppo di ricerca. Attraverso questionari analoghi ai test utilizzati per misurare l’orientamento politico delle persone, i ricercatori hanno rilevato come ChatGPT tenda a fornire risposte collocabili nell’area progressista, ambientalista e libertaria, mostrando una maggiore vicinanza ai partiti liberal ed ecologisti rispetto ai partiti conservatori.
Altri studi hanno confrontato le risposte dell’intelligenza artificiale con quelle raccolte nell’European Social Survey, uno dei più importanti database sociologici europei.
Anche qui emerge una maggiore propensione verso posizioni favorevoli ai diritti civili, alla redistribuzione economica e alle politiche ambientali.
Naturalmente questo non significa che qualcuno abbia inserito nel codice una esplicita preferenza politica, le spiegazioni possono essere molteplici; la prima riguarda i dati utilizzati per addestrare il modello, i dati provengono da Internet che non è neutrale e riflette inevitabilmente gli orientamenti culturali predominanti in larga parte del cosiddetto mondo occidentale con ampie contaminazione woke.
La seconda riguarda l’alignment, cioè il processo attraverso il quale gli sviluppatori insegnano all’intelligenza artificiale quali risposte siano considerate appropriate, sicure e conformi ai valori definiti durante la fase di sviluppo, infine esiste il ruolo dei valutatori umani, chiamati a premiare alcune risposte e a scartarne altre. Anche questo processo, inevitabilmente, introduce criteri umani.
Ma c’è un altro elemento che considero ancora più interessante; alcune ricerche dimostrano, infatti, che ChatGPT non risponde allo stesso modo in tutte le lingue.
In alcuni contesti linguistici appare mediamente più conservatore, in altri più progressista, segno che il fenomeno non è rigido e probabilmente dipende anche dalla distribuzione dei dati disponibili nelle diverse culture.
Tutto questo dovrebbe indurre a una riflessione più ampia, negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a una crescente concentrazione del potere informativo nelle mani di poche grandi piattaforme digitali.
Facebook, oggi Meta, è stata più volte accusata da esponenti del mondo conservatore di applicare politiche di moderazione che avrebbero finito per colpire in misura maggiore contenuti e opinioni riconducibili alla destra politica.
La società di Zuckerberg ha sempre respinto queste accuse, sostenendo di limitarsi ad applicare le proprie regole contro disinformazione, incitamento all’odio e violazioni degli standard della comunità.
Tuttavia in documenti ufficiali e successive comunicazioni, l’azienda e lo stesso CEO Mark Zuckerberg hanno ammesso che alcune pratiche di moderazione dei post nel recente passato erano andate troppo oltre, subendo pressioni governative (Biden e soci) che hanno portato alla rimozione o limitazione di contenuti politici di orientamento conservatore.
Resta quindi il fatto che il tema della neutralità delle piattaforme è diventato uno dei grandi nodi del dibattito democratico.
Il caso simbolo rimane quello di Donald Trump, dopo gli eventi del 6 gennaio 2021, il presidente degli Stati Uniti venne escluso dalle principali piattaforme social.
Al di là del giudizio che ciascuno può avere sulla sua figura di politico, sicuramente fuori dai canoni della politica tradizionale, quella decisione aprì una questione enorme: è accettabile che aziende private possano decidere chi possa parlare e chi no nel più grande spazio pubblico digitale del pianeta?
Ancora più controverso è il tema del fact-checking; l’idea di verificare le notizie è certamente giusta e condivisibile, il problema nasce quando chi dovrebbe certificare la verità commette errori o adotta criteri percepiti come non uniformi.
Negli ultimi anni non sono mancati casi nei quali ricostruzioni inizialmente bollate come false si sono poi rivelate, almeno in parte, fondate, oppure hanno richiesto importanti rettifiche.
Questo ha inevitabilmente alimentato la diffidenza di una parte dell’opinione pubblica verso alcuni organismi di verifica, accusati di non essere sempre imparziali, effettivamente in alcuni casi basta leggere i nomi dei protagonisti del cosiddetto fact-checking ed i loro precedenti incarichi, per capire che lo scopo non è quello di ristabilire la verità ma semmai di generare disinformazione.
Con questo, però, non voglio sostenere che tutto il fact-checking sia inattendibile, né che ogni decisione delle piattaforme sia frutto di una volontà politica, sarebbe una semplificazione tanto sbagliata quanto quella opposta.
Il vero problema è un altro.
Se per anni il dibattito pubblico si è sviluppato all’interno di ecosistemi digitali accusati, a torto o a ragione, di avere determinati orientamenti culturali, è inevitabile chiedersi se tali orientamenti possano riflettersi anche nei modelli di intelligenza artificiale addestrati proprio su quei dati.
È una domanda legittima che la ricerca scientifica ha finalmente iniziato a porsi ed è importante che anche la politica se la ponga al fine di non lasciare le persone in balia di questi sistemi, molto potenti in quanto a capacità di elaborazione ma anche molto vulnerabili oltre che estremamente costosi, cosa questa che potrebbe favorire una produzione ed utilizzo poco etici.
Credo che negare il problema sia l’errore più grave così come sarebbe sbagliato trasformare ogni risultato scientifico nella prova definitiva di una cospirazione.
Le intelligenze artificiali non sono entità astratte ma strumenti costruiti da esseri umani, addestrati su contenuti prodotti da esseri umani e perfezionati attraverso valutazioni effettuate da esseri umani.
Pensare che possano essere completamente neutrali è probabilmente un’illusione, proprio per questo servono trasparenza, pluralismo e controlli indipendenti.
L’intelligenza artificiale diventerà, probabilmente, sempre più il motore attraverso cui milioni di persone cercheranno informazioni, formeranno opinioni e prenderanno decisioni. Se vogliamo che sia davvero uno strumento al servizio delle persone nel rispetto delle regole della democrazia, non dobbiamo tanto chiederci se sia di destra o di sinistra ma pretendere che i suoi criteri di funzionamento siano il più possibile trasparenti, verificabili e aperti al confronto.
Perché la fiducia non si impone ma si conquista anche quando a parlare non è un essere umano, ma un algoritmo.
Certamente se riconduco il tema al contesto italiano non mancherà molto al momento in cui certa politica con poche idee ma confuse non parlerà più di Telemeloni ma di GA, la Giorgia Artificiale!





