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LA GUERRA DEI GENERALI E LA POLVERE SOTTO IL TAPPETO

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La polemica dei generali relativa la libro del generale Roberto Vannacci mostra la coda di paglia relativa ad un argomento scottante che la politica ha nascosto sotto il tappeto e che ora, essendo volato il tappeto come volano gli stracci, è rimasto allo scoperto come un ammasso di polvere radioattiva. L’argomento è quello dell’uso di armi ad uranio impoverito che ha creato centinaia di morti e oltre un migliaio di ammalati gravi nelle file dei militari che sono andati in zona operativa, mentre qualcuno, rimanendo dietro una scrivania, alimentava tappetini di copertura.

A denunciare la questione dell’uranio impoverito è stato proprio il generale Roberto Vannacci, ma ad affrontare la questione sono state quattro commissioni parlamentari, l’ultima delle quali, presieduta dall’onorevole Scanu, ha messo, nero su bianco, le gravi inadempienze dall’apparato militare e della politica per quanto riguarda la sicurezza e la salute dei nostri militari.

Una frustata a chi ha mancato e a chi ha coperto le mancanze l’ha data, nei giorni scorsi, l’ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, che della “macchina” se ne intende, non fosse altro che per il suo curriculum.

Dall’ottobre 2005 al luglio 2006 Elisabetta Trenta è stata consigliere politico della Farnesina in Iraq ed “esperto senior” a Nasirya, sempre in Iraq. Il 30 luglio 2008 le è stata conferita la nomina a capitano della riserva selezionata dell’Esercito Italiano e con tale grado, nel 2009, è stata richiamata in servizio come consigliere nazionale (country advisor) nell’ambito del comando italiano aggregato alla missione della forza militare di interposizione delle Nazioni Unite in Libano, UNIFIL. In Libano è in seguito rimasta a lavorare, dal 2010 al 2011, con la propria SudgestAid a favore del Ministero degli interni libanese. Ha inoltre collaborato, in qualità di analista, al Centro militare di studi strategici. Fino al 2018 Elisabetta Trenta è stata vicedirettore del Master in Intelligence e Sicurezza e docente presso la Link Campus University di Roma.

La Link Campus University è stata fondata da Vincenzo Scotti (ministro in vari governi), su sollecitazione dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, nel 1999.

Cosa ha detto Elisabetta Trenta a Federico Novella de La Verità, a proposito del libro di Vannacci?

Alla domanda se ha conosciuto personalmente Vannacci Elisabetta Trenta risponde. “Si, l’ho incontrato in veste di ministro della Difesa, in occasione della sua denuncia sugli effetti dell’uranio impoverito sui nostri militari in zone di guerra. Mi sono occupata a lungo della questione. E’ sempre stato un tema drammatico, che ancora oggi resta irrisolto: una pagina vergognosa per la Difesa”.

“La commissione parlamentare d’inchiesta Scanu, qualche anno fa – prosegue l’ex ministro della Difesa – ha tratto delle conclusioni molto chiare sulle responsabilità dei vertici militari in merito alla mancata protezione dei nostri soldati. Non escludo che ci sia stata una sottovalutazione generale, anche sul versante politico. Ma ciò che mi indigna di più è il fatto di essersi disinteressati, per anni, ai bisogni della famiglie dei militari colpiti”.

Ed eccoci al dunque.

Domanda: “Non la infastidisce l’idea che i responsabili di eventuali mancanze possano aver fatto carriera nella Difesa?”. Risposta: “Non possiamo degradarli tutti. La giustizia si fa anche ammettendo le colpe, facendo chiarezza, e supportando le vittime”.

Il degrado, senza bisogno di degradazioni, è evidente nella guerra in corso da parte di ex generali, i quali mentre attaccano Vannacci per le questioni relative alle sue opinioni, più o meno condivisibili, su argomenti generali, dimenticano bellamente di affrontare il tema della sicurezza dei nostri militari non solo in missione, ma sulle navi, nei poligoni di tiro, riguardo alle vaccinazioni: tutte questioni affrontate dalla Commissione Scanu, che è un libro aperto su un disastro di incompetenze, di omissioni e di protezioni.

A proposito della “strategia di sistematica sottostima, quando non di occultamento, dei rischi e delle responsabilità effettive”, la relazione della Commissione scrive: “Un’ulteriore conferma si trae dall’esame dell’Ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Comandante del COI (Comitato Operativo Interforze), irremovibile in data 23 febbraio 2017 nel dichiarare che nei teatri operativi all’estero non sarebbe doverosa una stretta osservanza dell’obbligo di valutazione dei rischi. Una dichiarazione palesemente contrastante, non solo con le norme generali degli articoli 17, comma 1, lettera a), e 28 D.Lgs. n. 81/2008, bensì anche con la stessa norma specifica dettata dall’articolo 255 D.P.R. n. 90/2010, intitolato “Valutazione dei rischi”, ed esplicito nel mantenere fermi “gli obblighi del datore di lavoro ai sensi dell’articolo 17, comma 1, lettera a), del decreto legislativo n. 81 del 2008, ai fini della valutazione dei rischi nelle attività e nei luoghi di lavoro dell’Amministrazione della difesa”, senza dunque operare alcun distinguo tra attività svolte in territorio italiano ovvero all’estero. Ma una dichiarazione resa dal comandante di un basilare organismo facente capo allo Stato Maggiore della Difesa, e una dichiarazione che vale a spiegare le carenze rilevate dalla Commissione nelle valutazioni dei rischi presso i siti operativi all’estero”.

Forse è di questo che dovrebbero parlare i generali, sia che siano stato correi di comportamenti inqualificabili, sia che abbiano voltato lo sguardo da un’altra parte per non vedere, sia che non abbiano attivato la vista per leggere quanto una commissione parlamentare d’inchiesta ha messo nero su bianco.

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  • Redazione

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