
di Carlo Di Stanislao
Alla fine sono stati 331 i voti espressi a favore della mozione di censura per il governo di Michel Barnier avanzata dal Nouveau front populaire (Nfp), il fronte unitario delle sinistre che, pur a fatica, tiene insieme le diverse anime del progressismo d’Oltralpe dai Socialistes di Raphaël Glucksmann alla sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, leader de La France insoumise (Lfi), passando per ecologisti e comunisti. Il risultato era ampiamente atteso ed era apparso inevitabile dopo l’attivazione, ieri, dell’articolo 49.3 della Costituzione da parte di Barnier per approvare il bilancio per il 2025 aggirando il voto dell’Aula.
Sotto il cielo di Parigi, come prevedibile, la politica è in subbuglio. La destituzione di Barnier è soprattutto un segnale, forte e chiaro, al capo dello Stato: alle sue politiche, sempre più contestate sia dai partiti che dall’elettorato (a partire dall’odiatissima riforma delle pensioni), e alla sua gestione verticistica e quasi personalistica del potere.
“Macron se ne deve andare” è la linea della sinistra radicale, come dichiarato a caldo dalla capogruppo Lfi in Aula Mathilde Panot. Per il leader insoumis Mélenchon, la censura del premier era “ineluttabile” e “nemmeno con un Barnier ogni tre mesi Macron durerà tre anni”. Il riferimento è alla data delle prossime presidenziali, in calendario per la primavera 2027: un appuntamento che la prima forza dell’Nfp (71 eletti) vuole ora anticipare, chiedendo a gran voce le dimissioni di monsieur le Président.
Dello stesso avviso anche Le Pen, capogruppo Rn all’Assemblea, che seppur con toni più diplomatici invita il presidente della Repubblica a farsi da parte: “Spetta a Emmanuel Macron stesso concludere se è in grado di rimanere presidente della Repubblica o meno”, ha dichiarato prima che si aprisse lo scrutinio. “Sta alla sua ragione stabilire se può ignorare l’evidenza di una massiccia sfida popolare che, nel suo caso, credo sia definitiva”, ha aggiunto.
A conferma delle sue parole, e della profonda polarizzazione della società francese, un recente sondaggio ha rilevato che il 62 per cento dei cittadini vorrebbe vedere l’attuale presidente compiere un passo di lato: percentuale che sale fino all’87 per gli elettori del Rassemblement e addirittura al 91 per gli insoumis.
L’esito del voto odierno consegna alla storia della Cinquième République il suo premier meno longevo: quasi tre mesi dalla nomina, lo scorso 5 settembre, alla sfiducia parlamentare (per ironia della sorte, questo primato spetta all’uomo più anziano ad aver mai ricoperto questa carica, a 73 anni). Prima di lui, il record negativo era detenuto dal socialista Bernard Cazeneuve, capo dell’esecutivo transalpino per poco più di cinque mesi a cavallo tra il 2016 e il 2017. Barnier diventa così anche il secondo premier ministre nella storia francese recente ad essere censurato dai deputati: dal 1958 (quando entrò in vigore la Costituzione attuale) era accaduto una sola volta, nel 1962, a Georges Pompidou.
Pasquale Tridico, economista, ex presidente dell’Inps e attuale capodelegazione del Movimento 5 Stelle al parlamento europeo, sta seguendo le mobilitazioni delle piazze francesi e al Manifesto ha detto:” Se non costruiamo Europa sociale le estreme destre cresceranno ancora. Lo faranno solleticando la pancia degli elettori ma restando in continuità con le politiche precedenti. Anche dal punto di vista della guerra. Voglio ricordare a questo proposito l’indicazione che viene da Macron per il commissario Thierry Breton con la delega alla difesa: punta molto su esercito comune, soltanto che non lo fa per cercare di coordinare i diversi apparati difensivi nazionali. Lo fa perché punta a costruire una sovrastruttura e per aumentare le spese militari”.
L’incarico principale di Barnier era quello di far approvare ad un’Assemblée mai così frammentata e litigiosa il progetto di bilancio per il 2025, pena l’esercizio provvisorio a gennaio. Ed è precisamente su questo che si è avvitata la crisi, poiché il budget proposto dal governo – 60 miliardi di euro tra tagli alla spesa pubblica (40 miliardi) e aumenti delle tasse (20 miliardi) – è stato giudicato eccessivamente austero dall’emiciclo.
Ora, la Francia dovrà convincere sia i partner europei sia gli investitori internazionali che è ancora in grado di ripagare il suo debito, che a causa degli investimenti per la ripresa post-pandemica è cresciuto fino a sfondare la soglia del 110 per cento del Pil: attualmente si attesta oltre il 112 per cento, stando alle stime del governo, contro un “tetto” che l’Ue fissa al 60 per cento del Pil. Già nelle scorse ore, i titoli del debito pubblico greco erano stati giudicati più attraenti dai mercati finanziari rispetto a quelli d’Oltralpe, mentre lo spread coi Bund tedeschi ha raggiunto il massimo storico dai tempi della crisi dell’euro nel lontano 2012.
Secondo indiscrezioni giornalistiche, il presidente Macron avrebbe già avviato delle consultazioni lampo per nominare il successore di Barnier entro il weekend, per non offrire un’immagine debole della Francia al presidente-eletto statunitense Donald Trump che sabato parteciperà alla riapertura della cattedrale di Notre Dame dopo l’incendio del 2019. Dopo quelli di Élisabeth Borne, di Gabriel Attal e, appunto, di Barnier, il prossimo sarà il quarto governo nel giro di 12 mesi, un record assoluto per un Paese che, storicamente, ha una tradizione di relativa stabilità (almeno in confronto agli standard nostrani).
Ma è poco chiaro quale profilo potrà trovare il sostegno di una maggioranza nell’emiciclo, dove i tre blocchi politici principali – Nfp, Rn e centro liberal-macronista – sono su posizioni virtualmente inconciliabili, e nessuno di loro ha i numeri per governare da solo. Un’opzione potrebbe essere quella di un governo tecnico: sarebbe un inedito per la Francia e la sua fattibilità concreta è tutta da verificare, visti i numeri all’Assemblea.





