
di Massimo Coccia
Purtroppo ci stiamo avvicinando a grandi passi verso la fine dell’industria italiana.
Game over, un percorso irreversibile per le imprese labour intensive. Non si chiudono più solo fabbriche ma anche centri di ricerca e sviluppo, non siamo più competitivi. Non lo è nemmeno il lavoratore polacco rispetto, ad esempio, ad un lavoratore egiziano che guadagna in media 293 euro al mese. Oggi il nuovo Eldorado è l’Egitto. Se si va su google map e si ingrandisce il distretto industriale della città egiziana Città del Decimo Ramadan, vicino al Golfo di Suez si può notare il motivo per cui questa terra è così attrattiva per le multinazionali. Dista solamente 80 Km dal canale di Suez, ha un aeroporto a circa 10 chilometri e c’è una bellissima autostrada che collega il distretto con importanti infrastrutture.
E noi in Italia che facciamo o per meglio dire cosa fa la politica?
Nulla, non è riuscita nemmeno a frenare l’impennata del costo dei prodotti energetici dalla quale 2 anni fa è nato il terribile aumento dell’ inflazione su tutti i beni di consumo e che ha costretto la BCE ad aumentare i tassi di interesse per poi assistere a una riduzione del potere di acquisto dei consumatori, facendo crollare le vendite in molti settori e ha reso il clima irrespirabile per le aziende alle prese con maggiori costi.
Quindi con un effetto a cascata si sono verificati aumenti del costo dell’energia, delle materie prime, dei beni e servizi, del costo del denaro con un vistoso calo dei consumi a causa dell’erosione del potere di acquisto delle famiglie con conseguente riduzione dei margini operativi per le aziende, costringendo queste ultime ad intervenire sull’ unico costo che era possibile ridurre, il costo del lavoro, sempre alla continua ricerche di oasi labour low cost.
Ricordo che Draghi aveva provato a convincere la UE a mettere un freno ai fenomeni speculativi sul gas senza riuscire nel suo intento, per poi dire che a volte i Governi hanno utilizzato i proventi delle società energetiche e le accise per riportare in equilibrio i bilanci pubblici. E ora che si fa?
Niente la situazione è così compromessa che nemmeno a mio avviso l’introduzione dei dazi potrebbero risolvere il problema. Guardiamo però il lato positivo di questa vicenda, gli ambientalisti vedranno di buon occhio la fine dell’ industria così potranno respirare aria più pulita come tutti noi, peccato però che molti lavoratori andranno a finire con le pezze al sedere.
Nelle piazze sento parlare persone con grandi slogan fatti più che da politici da filosofi. Sento parlare della necessità di ricreare un nuovo umanesimo con al centro l’uomo e di un ritorno urgente alla riscoperta della responsabilità sociale delle imprese . Questi grandi oratori non tengono in considerazione che il modello economico al quale tutti gli operatori economici fanno riferimento prevede una competizione sfrenata senza tenere conto del capitale umano ma solo sulla capacità di mettere in campo ingenti risorse finanziarie per conquistare mercati, eliminare la concorrenza e diventare sempre più attori globali. Il mondo attuale è impostato per creare ricchezza con una competizione distruttiva e non costruttiva. Il debole soccombe al più forte e chi gioca in un campionato mondiale con poche regole e meno diritti, senza lacci e laccioli si aggiudica la posta in palio. Oggi alcune aziende straniere acquistano importanti realtà industriali nel nostro territorio nazionale operando pesanti ristrutturazioni con chiusure di fabbriche e centri d ricerca, ma non ci dobbiamo dimenticare che in un recente passato anche aziende italiane hanno acquisito importanti società straniere in altri paesi chiudendo fabbriche e uffici amministrativi. Nessuno può prendere il premio di migliore azienda sotto il profilo della responsabilità sociale perché viviamo in un tempo in cui si lotta tutti contro tutti per sopravvivere e noi italiani abbiamo perso il campionato.





