di Vito Schepisi
Ieri si è avvertit una certa difficoltà per la festa del papà.
Dopo la martellante campagna contro il maschilismo e più specificamente contro il patriarcato, essere papà (quindi uomo) è diventato ancor più difficile.
In quanto uomini, siamo tutti sotto osservazione!
Anche nello scrivere è diventato più difficile essere spontanei: bisogna pesare le parole, perché basterebbe uno sfogo, un apprezzamento audace o una parola che esca dall’animo, magari dinanzi a donne impossibili, alcune pronte a buttarti nel mezzo per inveire ed insultarti, se solo ti lasciassi andare ad uno sfogo su questioni sensibili.
Nelle situazioni d’allarme sociale in cui ci troviamo, contro il maschilismo ed il patriarcato, non è certo facile essere uomini: è un po’ come camminare in un campo minato!
E’ giusto? E’ sbagliato?
La realtà, come per ogni cosa, sta spesso nel mezzo, perché è più facile biasimare un episodio sbagliato che elogiare milioni di comportamenti integerrimi.
Un po’ come la pecora nera che è ben visibile in un branco di pecore bianche.
Non che prima fosse invece facile essere papà!
Ad iniziare da me stesso, infatti, e per tutti i papà che ho conosciuto, non è che fossero tutte rose e fiori, per la dovuta attenzione, per la cura, per l’educazione, per la necessità di inculcare valori e per quel senso di responsabilità che ciascuno vorrebbe veder sviluppare nella formazione e nei comportamenti dei figli.
Il ruolo della mamma è ancor più difficile, anche questo è un dato inconfutabile che bisogna riconoscere, ma senza un comune sentire tra mamma e papà ogni sforzo si può manifestare incompleto, critico ed inefficace.
La mamma è poi il cuore pulsante d’una famiglia: con i figli è molto più capace e misurata col suo istinto materno di mettere in equilibrio la tenerezza con la giusta dose di severità.
Se i figli diventano adulti difficili, pertanto, vorrà forse dire che anche quel cuore pulsante non ha ben funzionato?
Il semplicismo con cui si etichettano i fenomeni risente molto di quella ossessione della responsabilità di genere che oggi s’avverte con la cultura “woke”, cioè con quell’attenzione critica verso ogni cosa, che ben si coniuga con l’altra ossessione di voler cambiare le desinenze delle parole.
Non c’è niente, invece, di più insensato di questa ossessione per l’identità di genere.
Se le mamme sono il cuore della famiglia, i papà, però, sono le gambe, le braccia ed i polmoni.
Serve tutto per andare avanti: niente escluso.
Per la testa poi è tutt’altro discorso, perché il rischio è bivalente, ed è sempre un azzardo stabilire chi riesca a tenerla nel miglior equilibrio possibile.
C’è anche chi dice che sia questione di cultura, ed è certamente anche così, ma la cura dei figli avviene in un complesso sistema di ruoli e di attenzioni che esula da ogni stereotipo, senza omettere che anche il concetto di cultura è un concetto relativo.
Sarebbe bene non farne neanche una questione di spessore sociale.
Amore e profondità sono un mixer di componenti che uniti all’affetto ed alla serenità diventano la risultante del successo.
Severità e leggerezza, se in eccesso, sono invece due pericoli da evitare.
In fin dei conti si sta parlando di cose che si conoscono e che si richiamano ai modi ed alle attenzioni della maggior parte delle famiglie.
Se poi c’è chi sfugge e perde la testa, penso che sia sbagliato parlare di patriarcato e d’affibbiare ai papà le maggiori responsabilità della formazione, della cura e dell’equilibrio dei figli.
Se s’osservano alcuni episodi di cronaca, si stenta a ritenere che nelle motivazioni di chi perde la testa vi sia sempre la responsabilità culturale dei maschi, senza neanche prendere in considerazione che la natura umana, indistintamente tra uomini e donne, non sia sempre costante nell’inculcare i giusti modi di essere.
Ma ritorniamo alla festa del papà, perché io sono orgoglioso d’esserlo, e non orgoglioso per le mie virtù, quanto invece per le doti e per l’affetto dei miei figli.




