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LA DEMOCRAZIA E’ CONFLITTO E VISIONI DIVERSE

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di Sergio Restelli

La democrazia è conflitto, un arcipelago di culture e visioni del mondo, irriducibile a qualsiasi unità organica e In questo oceano tumultuoso, affonda anche la comunicazione e la propaganda politica. La tendenza del potere politico a esercitare un’influenza diretta sui media dell’informazione può essere vista come una legge di natura, piuttosto che come un esplicito atto di volontà. È importante affrontare questo problema con un po’ di disincanto: coloro che esercitano il potere, proprio perché lo esercitano erga omnes, sono inevitabilmente propensi a presentarsi come espressione della “volontà generale”.

Come è noto, la “volontà generale” fatica ad accettare l’esercizio della critica. La critica, come suggerisce il suo nome, deve giudicare, analizzare e mettere in discussione. Dovrebbe farlo anche nei confronti delle posizioni con cui potrebbe concordare, poiché la sua funzione consiste nello smascherare ogni pretesa di totalità e Il potere alimenta questa pretesa o illusione. Coloro che desiderano svolgere un ruolo critico nell’ordine delle cose esistente e tra coloro che detengono il potere, devono farlo con impegno e lasciare da parte i lamenti sulla censura.

Farlo correttamente significa educare e non solo informare. Educare significa far conoscere, mostrare le cause di un fenomeno, investigarne le ragioni, esaminare tutti i fattori. Educare significa insegnare a comprendere la complessità della realtà. Il potere si schiera sempre a suo favore. Chi, informando, educa, ed invece, giudica e prende posizione, ma non si schiera dogmaticamente è come se fosse certo della propria verità e non prima di aver fatto ogni sforzo per conoscere le ragioni anche delle posizioni che critica. In molti paesi, vi sono grandi testate giornalistiche che hanno lavorato in questo modo, attraverso inchieste e indagini imparziali. Si sono dichiarate parziali con onestà intellettuale, evitando di demonizzare l’avversario in modo caricaturale.

Ora, il contesto politico sta cambiando insieme al contesto dell’informazione. Più un ceto politico è autorevole, più sarà in grado di superare la sua propensione naturale a tollerare faticosamente l’esercizio della critica. E, alla fine, potrebbe persino capire che la democrazia è conflitto, un arcipelago di culture e visioni del mondo, irriducibile a qualsiasi unità organica. Al contrario, se il potere politico si affida quotidianamente all’impressione e alle rilevazioni, se il consenso che gode è l’immagine stessa dell’effimero, sarà inevitabilmente spinto a cercare il sostegno dei media e quindi a controllare il loro lavoro il più possibile.

Ma non è solo questo che rende sempre più difficile il compito di un’informazione veramente libera poiché il fattore che rende difficile tale compito è il sistema generale che regola attualmente il mercato delle forme di comunicazione. Questo sistema sta erodendo l’informazione tradizionale e le autonomie critiche che essa permetteva all’interno. Il sistema attuale si limita a fornire semplici raccolte di dati o accumula e diffonde affetti, impulsi, pulsioni, una confusa mescolanza di frustrazioni, rivendicazioni e desideri. È strutturato in modo tale da rendere impossibile la costruzione di un discorso critico e un dialogo sulla sua base ed è questo sistema che forma oggi l’opinione pubblica e la società civile.

I grandi teorici della democrazia contemporanea avevano previsto questo sviluppo già nel XIX secolo. In quel periodo, i giornali, chiamati da qualcuno “la preghiera laica del mattino”, erano espressione di tendenze politiche chiaramente definite e dovevano cercare di motivare razionalmente la propria posizione. Questa esigenza è andata via via affievolendosi con l’avvento della televisione, dove il discorso si è sempre più trasformato in un lancio pubblicitario, fino a scomparire nel multiverso dei social network e degli influencer. In questo oceano tumultuoso, affonda anche la comunicazione e la propaganda politica.

I politici cercano il consenso nella frammentazione delle opinioni che Internet presenta e riproduce, rivolgendosi a miriadi di individui attraverso miriadi di spot. Se questa situazione rende sempre più debole l’azione politica e di governo, sempre più fragile il consenso che può ottenere, allo stesso tempo contraddice quella necessità di analisi critico-razionale che dovrebbe caratterizzare un’informazione libera. Quest’ultima non può ignorare la potente concorrenza di Internet, che in gran parte influenza le abitudini e le orientazioni della società civile.

Da qui derivano le imitazioni infelici e inefficaci di formati giornalistico-televisivi che cercano di emulare le forme di comunicazione sui social media. Se politica e mondo dell’informazione riconoscessero che le loro difficoltà derivano principalmente dalla situazione storica e non da carenze soggettive (che ci sono, ma che sono solo un dettaglio), forse la politica capirebbe che un giornalismo critico potrebbe aiutarla a liberarsi dalla faticosa corsa dietro all’opinione, e l’informazione si sforzerebbe di definire con decisione la propria natura rispetto alle forme di comunicazione dominanti, senza fingere che la crisi derivi da prepotenti tensioni autoritarie da parte dell’esecutivo. È utopistico sperare in questa convergenza?

Quindi, forse è più realistico che politica e informazione subiscano il dominio dei nuovi Sovrani: i proprietari dei network. È stato giustamente affermato che nessun regime del passato avrebbe avuto le moderne possibilità di realizzare un controllo così totale sui comportamenti del pubblico. Un controllo che si trasforma nella produzione di tendenze e prospettive. Ogni individuo è ora coinvolto in questo sistema, siamo tutti suoi dipendenti. Non dovrebbe essere questa la sfida epocale su cui politica e giornalismo dovrebbero discutere insieme, invece di perdersi in duelli impotenti? Non dovrebbe essere la loro reciproca libertà e come preservarla, senza cadere in nostalgici lamenti, la questione prioritaria per entrambi? O è il destino della “nuova politica” identificarsi con la Sovranità del web e l’informazione critica finire nel museo della democrazia?

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  • Redazione

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