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La deindustrializzazione, anche effetto di Mani pulite

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Perché i gruppi industriali non investono più in Italia

Tangentopoli non è solo stata la morte della prima Repubblica, ma è anche stata la cruna dell’ago dell’economia italiana.

Dopo Tangentopoli tutto quello che c’era di visionario ed innovativo nell’industria italiana, quello che l’aveva resa dominante nel mondo, fu distrutto, e ciò che ne restò fu solo un cumulo di macerie rimaste in vita grazie a sovvenzioni statali con gli imprenditori che scapparono tutti all’estero.

L’emblema del disastro produttivo del nostro paese fu Raul Gardini, l’Elon Musk italiano, il primo prototipo di imprenditore spregiudicato, geniale e visionario, suicidatosi proprio per il coinvolgimento nell’inchiesta Mani pulite, che segnò i destini del più grande gruppo industriale italiano.

Sul suicidio, in realtà, esistono ancora oggi dei dubbi, ma con la sua morte è morta anche la genialità e la propensione al rischio d’impresa della grande imprenditoria italiana: in definitiva è morta tutta la nostra industria di eccellenza.

Prima di Mani pulite in Italia non avevamo un problema di disoccupazione, le scuole sfornavano giovani qualificati che trovavano immediatamente posto nelle industrie del paese, i salari erano in crescita continua e comunque adeguati al costo della vita, il Paese era vitale, cresceva culturalmente e socialmente, e si facevano figli perché c’era la certezza di dar loro delle prospettive concrete.

Dopo Mani pulite tutto questo improvvisamente crollò.

La gente restò affascinata dal vedere i politici e i capitani d’industria finire dietro le sbarre, ma non si rese conto che quell’operazione aveva tolto certezze e riferimenti agli imprenditori, che iniziarono a guardare altrove per i loro investimenti.

Tutto il tessuto produttivo nazionale iniziò una irreversibile parabola di regresso e oggi ne vediamo i risultati con l’industria italiana rasa al suolo, gli stipendi bloccati, e lavori sottopagati, mentre quella polacca, ad esempio, va a gonfie vele creando ricchezza nel paese.

Mani pulite fu lo spartiacque. Si potrà dire che la colpa non fu dei magistrati che si limitarono ad applicare la legge, ma dei politici e degli imprenditori disonesti. Resta il fatto che quei magistrati con la loro azione, portata avanti come un elefante impazzito in una cristalleria, hanno, forse pur non volendo, distrutto il Paese.

A proposito di Gardini, poi, va ricordato che si suicidò (forse) prima di essere arrestato per un’inchiesta incentrata su una presunta maxitangente da centocinquanta miliardi di lire che sarebbe stata pagata ai partiti da alcuni dirigenti del gruppo Ferruzzi, o da Gardini stesso, che però, e qui qualche dubbio sorge, all’epoca dei fatti non era più ai vertici del gruppo in questione.

La verità non la sapremo mai, ma gli effetti di quelle azioni giudiziarie “impulsive”, probabilmente pilotate politicamente, li conosciamo eccome e li viviamo ancora oggi sulla nostra pelle, sono gli stessi che hanno poi segnato il destino dell’Ilva, e del gruppo Riva fuggito all’estero per sopravvivere dopo che il suo fondatore morì più per il dispiacere che per il tumore di cui era affetto.

Riva, per la cronaca, è ancora oggi il più importante gruppo industriale dell’acciaio europeo, con stabilimenti in Spagna e in Germania. La famiglia ha detto che non investirà mai più in Italia, e ci mancherebbe altro.

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