Politici e magistrati: qual è la vera casta?
Conte, aspirante Presidente del Consiglio, pensando di salire ai vertici passeggiando sui poveri resti di un PD mai nato, continua a parlare di “casta” riferendosi ai politici.
Con popolareschi mugugni di soddisfazione. E ovvi conseguenti giudizi e comportamenti delle moltitudini.
Casta: ovvero “una classe sociale chiusa ed omogenea, spesso distinta da un diritto di nascita, da un mestiere preciso, da privilegi speciali”.
Solo un demagogo può distorcere senso e significato reale di un termine. Più recentemente per opporla ad altre aggregazioni istituzionali. I giudici. Faceva comodo così.
E, allora, casta sia. La vogliamo dire per intero che differenza c’è tra quella che viene additata come “casta” e i magistrati?
La “casta” dei politici, non è senza errori, omissioni, leggerezze e anche casi di azioni illegali. Questi ultimi, ovviamente sanzionati dalla magistratura. Però, volente o nolente, ciascun parlamentare deve sottoporsi a un voto per essere eletto o rieletto. Non dai suoi sodali: dal corpo elettorale.
Quello che decide può essere bocciato dal popolo, in alcuni casi – specie se di grande rilevanza – cancellato ancor prima che produca effetti. Ogni atto della sua vita anche privata va sotto i riflettori.
Ed è giudicato. Dal gossip, dalle reazioni popolari ed anche dai magistrati. Una rappresentazione, forse imperfetta, della democrazia.
La corporazione dei magistrati, è diversa. Qualsiasi cosa decida non è soggetta a verifica. Le sentenze neanche si commentano, dice qualcuno che ha un senso delle libertà democratiche estremamente labile.
E, in nome di una giusta autonomia da altri poteri, i giudici si propongono carriere, si assegnano sedi di lavoro, si premiano e anche si giudicano, tutto in casa.
Tra giudici. Senza alcuna possibilità di interferenza. Anche se alcuni errori sono drammatici, chi assegna “ergastoli” al popolo non riceve condanne, a meno di qualche buffetto. Così è stato finora.
Domanda: si potrebbe portare a referendum una qualsiasi sentenza, per quanto incisiva sia negli equilibri sociali e nella rilevanza per l’intera società?
Altra domanda: si potrebbe ottenere che un giudice che ha compiuto con il suo verdetto, se questo è il giudizio dell’intera collettività, danni irreparabili alla stessa sostanza della democrazia, abbia la pena l’allontanamento dai suoi poteri? E anche una responsabilità civile?
Altra domanda: quando un giudice adotta provvedimenti che finiscono per incidere profondamente sulla politica, sia essa gestione e sia essa progettazione, sia essa di contenuto sociale e sia essa di contenuto economico, c’è la possibilità, quanto meno, di un contraddittorio tra essi e il potere a cui la Costituzione assegna il ruolo di fare leggi e, con essa, la politica?
E, allora, chi è che più si avvicina alla casta?





