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LA CORTE PENALE NELLA POLITICA INTERNAZIONALE COME UN ELEFANTE IN CRISTALLERIA

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Ormai è una tendenza dilagante quella dei magistrati di sostituirsi alla politica e di entrare a gamba tesa in delicati equilibri internazionali che solo gli stati, i governi e i parlamenti possono risolvere.

Quella della Corte penale internazionale è ormai una questione aperta che necessita di una risposta politica, non solo per la gravità delle azioni intraprese, che hanno tutto l’aspetto dell’entrata di un branco di elefanti in cristalleria, ma anche per il fatto che l’esecuzione delle sue prese di posizione e dei suoi atti giudiziari mette in serio imbarazzo le cancellerie di mezzo mondo.

La Corte penale internazionale, dopo quello nei confronti di Vladimir Putin, ha spiccato mandati di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella Striscia e in Israele dopo il 7 ottobre 2023.

Nel mirino dei giudici della Camera preliminare sono finiti – su richiesta del procuratore capo Karim Khan – il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa, Yoav Gallant (poi cacciato dallo stesso primo ministro), nonché il capo militare di Hamas, Deif (defunto).

La Corte penale internazionale è un organo indipendente (istituito nel 2001 attraverso un trattato chiamato Statuto di Roma) di cui fanno parte 124 paesi, compresa l’Italia. Israele non ha firmato lo Statuto e quindi non riconosce la giurisdizione della Corte. Lo stesso vale per gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.

La Corte penale internazionale non va, pertanto, confusa con la Corte internazionale di giustizia, nota anche con il nome di Tribunale internazionale dell’Aia, che è il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.

La Corte penale internazionale è un doppione dannoso che sta mettendo a dura prova le relazioni internazionali con azioni che, obiettivamente, al di là di ogni giudizio sulle reali intenzioni e sull’operato dei giudici e del procuratore generale, costituiscono linee politiche che contrastano con quelle di chi sta cercando di rilanciare in Medio Oriente gli Accordi di Abramo e in Europa con quelle di chi sta cercando una via d’uscita alla guerra in Ucraina.

Nell’ambito delle indagini sulla situazione in Ucraina, in data 17 marzo 2023 la Pre-Trial Chamber II della Corte penale internazionale, sulla base delle richieste della Procura del 22 febbraio 2023, ha emesso due mandati di arresto nei confronti Vladimir Vladimirovich Putin e Maria Alekseyevna Lvova-Belova. Gli illeciti contestati sono il crimine di guerra di deportazione illegale di popolazione (bambini) e di trasferimento illegale di popolazione (bambini) dalle aree occupate dell’Ucraina alla Federazione Russa [articoli 8(2)(a)(vii) e 8(2)(b)(viii) dello Statuto di Roma].

È da capire come faranno americani e inglesi ad aprire una trattativa per chiudere la vicenda ucraina, visto che compete farlo soprattutto a loro, ispiratori e mentori di Zelensky, quando dall’altra parte del tavolo ci sarà un criminale di guerra,  dichiarato tale dalla Corte penale internazionale.

L’operato delle Corte si pone, obiettivamente, come un ostacolo all’inevitabile dialogo con la Russia ed è in perfetta assonanza con le logiche dei neoconservatori inglesi e americani e dei vari Soros e Nuland.

Quando si affrontano questioni di politica internazionale mettendo in mezzo provvedimenti di organismi sovranazionali che creano solo ostacoli e confusione, è chiaro che questi organismi o vanno rivisti o vanno aboliti.

La questione aperta oggi è un nuovo equilibrio mondiale multipolare e questo deve essere discusso dagli Stati, senza che ci siano organismi giuridici, peraltro di dubbia legittimazione internazionale, a frapporsi con provvedimenti tanto inefficaci, quanto dannosi.

Ovviamente la logica dei neo-con e dei loro sodali va in senso contrario alla multipolarità e l’operato della Corte non fa altro che favorirla.

La Russia ha risposto all’incriminazione di Putin con uno sberleffo. Il Comitato investigativo russo, come riferisce la Tass, ha, infatti, annunciato di aver incriminato in contumacia il procuratore della Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja Karim Khan e il giudice italiano della stessa Corte Salvatore Aitala. Aitala era tra i giudici che hanno emesso il mandato di arresto contro il presidente russo Vladimir Putin per crimini di guerra. Il Comitato aveva aperto un’indagine sul procuratore e altri tre giudici, ma «finora, le indagini hanno raccolto abbastanza prove per incriminare Karim Khan e Salvatore Aitala». Entrambi sono nella lista dei ricercati.

Tu incrimini me, io incrimino te. Pari e patta.

In attesa che qualche giudice israeliano emetta un mandato di cattura per il procuratore generale della Corte dell’Aja, a mettere in discussione le determinazioni della Corte penale internazionale questa volta ci ha pensato il primo ministro ungherese Viktor Orban, il cui Paese detiene la presidenza di turno dell’Ue.

Orban ha annunciato che inviterà il suo omologo israeliano Benyamin Netanyahu per protestare contro il mandato di arresto emesso dalla Corte. “Non abbiamo altra scelta – ha dichiarato Orban in un’intervista alla radio statale – che sfidare questa decisione. Inviterò Netanyahu a venire in Ungheria, dove posso garantirgli che la sentenza della Corte penale internazionale non avrà alcun effetto”. 

Netanyahu ha ringraziato l’Ungheria per l’invito a visitare il Paese nonostante il mandato d’arresto spiccato dalla Corte penale internazionale, elogiando la “chiarezza morale” di Orban.

Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, ha detto che la Russia non riconosce la Corte penale internazionale (Cpi) e la considera un’istituzione illegittima.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che per la Russia le decisioni della Corte penale internazionale (Cpi) sono “insignificanti”, e quindi “non c’è motivo di commentarle”.

l leader serbo-bosniaco Milorad Dodik, a sua volta, ha duramente criticato il mandato di arresto nei confronti di Netanyahu e Gallant, affermando che la Republika Srpska farà di tutto per evitare che le istituzioni della Bosnia-Erzegovina attuino tale “assurda decisione”. La Republika Srpska, di cui Dodik è presidente, è l’entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina. Tale decisione, ha detto Dodik, dimostra che “il sistema giudiziario internazionale viene utilizzato come mezzo politico”. “Accusando il premier di Israele, un Paese che è stato attaccato da una organizzazione terroristica, tale Corte si è ulteriormente squalificata”, ha scritto Dodik su X, come riferito dai media serbi. 

Cauto è anche Il governo tedesco. In una nota, il portavoce del cancelliere Scholz spiega che “esamineremo coscienziosamente i passi da compiere. E ulteriori passi saranno compiuti solo quando sarà prevedibile una visita in Germania del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e dell’ex Ministro della Difesa Yoav Galant”.

Gli Stati uniti hanno respinto la decisione della Corte penale internazionale. A dare la notizia è stato un portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa bianca, che ha ribadito il sostegno incondizionato degli Usa a Israele e ha definito l’iniziativa della Corte come politicamente motivata. «Gli Stati uniti respingono la decisione della Corte di emettere mandati di arresto per alti funzionari israeliani – si legge nella dichiarazione – Siamo profondamente preoccupati per la fretta del procuratore e per gli allarmanti errori di procedura che hanno portato a questa decisione».

Joe Biden ha criticato duramente la Corte penale: «L’emissione di mandati di arresto da parte della Cpi contro i leader israeliani è scandalosa. Voglio essere chiaro ancora una volta: qualunque cosa la Cpi possa insinuare, non c’è equivalenza, nessuna, tra Israele e Hamas. Saremo sempre al fianco di Israele contro le minacce alla sua sicurezza»

La Cina, a sua volta, tramite il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian ha invitato la Corte dell’Aja a non assumere posizioni «politicizzate» e ad operare «in modo più oggettivo».

Diversa la posizione di alcuni Paesi europei, che ovviamente vedono nelle mosse della Corte un appoggio alle loro posizioni politiche, da tempo stese a tappetino nei confronti delle logiche neo-con.

Il Regno Unito ha fatto sapere che “rispetterà i suoi obblighi legali” per quel che riguarda i mandati d’arresto. L’Irlanda, per voce del primo ministro Simon Harris, si dice pronta a eseguire il mandato d’arresto. “Noi sosteniamo i tribunali internazionali e applichiamo i loro mandati”, ha sottolineato Harris. L’Irlanda era stata fra i Paesi europei che lo scorso maggio riconobbero la Palestina come Stato sovrano e stabilirono piene relazioni diplomatiche con Ramallah. 

La Francia “prende atto” dei mandati d’arresto. Lo ha detto il portavoce del ministero degli Esteri. “Fedele al suo impegno di lunga data a sostegno della giustizia internazionale”, Parigi “ricorda il suo attaccamento al lavoro indipendente della Corte”, sottolinea un comunicato che non specifica esplicitamente se la Francia li arresterà all’ingresso nel Paese. 

Dall’insieme delle posizioni appare chiaro che la decisione della Corte penale internazionale è caratterizzata da un linea politica che ha suscitato dure critiche da parte dei soggetti internazionali maggiormente interessati al ridefinire le aree di influenza e maggiormente impegnati nel ridefinire gli equilibri mondiali.

Considerata l’impossibilità concreta di attuare i mandati d’arresto, le posizioni della Corte penale internazionale sono solo dei pronunciamenti politici che, obiettivamente, remano contro gli sforzi in atto per riportare il mondo da un’espansione dei conflitti verso una nuova situazione di equilibrio.

Donald Trump aveva in passato sanzionato la Corte penale internazionale e non è detto che non lo faccia ancora.

Forse sarebbe il caso che qualche Stato cominci a ritirare la sua adesione, dando il via ad una necessaria delegittimazione di un organismo che entrando a gamba tesa su un terreno politico e diplomatico mette in atto linee politiche che contrastano con la necessità di raggiungere nuovi assetti mondiali.

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  • Redazione

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