
La Conquista Gaza farà davvero cedere Hamas? Una domanda che resta aperta e inquietante
Nelle parole di un rappresentante dell’Idf, pronunciate a porte chiuse dinanzi alla Commissione Affari Esteri e Difesa della Knesset, traspare tutta la consapevolezza della complessità del conflitto in corso: non è affatto certo che la conquista di Gaza City comporterebbe la resa di Hamas. Non basta il controllo territoriale, non basta la caduta di una città per annientare un movimento politico-militare radicato da decenni nel tessuto sociale, religioso e politico della Striscia.
La risposta, riportata dall’emittente pubblica Kan, è arrivata a seguito della domanda del deputato del Likud Amit Halevi, il quale ha chiesto quale reale impatto avrebbe l’occupazione del centro urbano simbolo di Gaza. La replica del rappresentante militare è stata disarmante nella sua sincerità: “Non ho detto che avrebbe mandato via Hamas, non ne sono affatto certo. La città ha un significato simbolico”. Un’affermazione che, pur detta a porte chiuse, rivela una verità di fondo: anche laddove l’Idf dovesse ottenere un controllo militare totale, Hamas con la sua rete sotterranea, il consenso di parte della popolazione e i suoi legami esterni potrebbe non crollare.
È il dilemma di ogni guerra asimmetrica: la forza convenzionale non è garanzia di vittoria politica. Il rifiuto israeliano alla proposta di Hamas: tregua o propaganda? Sul fronte diplomatico, Tel Aviv ha respinto con decisione la proposta avanzata da Hamas per un cessate il fuoco e lo scambio di prigionieri. Israele la definisce “propaganda”, una manovra dilatoria più che una reale offerta di compromesso. Hamas aveva parlato di un “accordo globale” per liberare tutti gli ostaggi israeliani in cambio di un numero concordato di detenuti palestinesi.
La risposta dell’ufficio del premier Netanyahu è stata inflessibile: la guerra potrà terminare solo se verranno soddisfatte cinque condizioni precise e irrinunciabili liberazione di tutti gli ostaggi, disarmo totale di Hamas, smilitarizzazione della Striscia, controllo di sicurezza israeliano e istituzione di un’amministrazione civile alternativa.
Condizioni che, se viste con realismo, equivalgono alla resa totale del movimento islamista. In altri termini, Israele afferma che non ci sarà pace finché Hamas non verrà cancellato come forza politico-militare. Gli ostaggi e le famiglie: il cuore pulsante del dramma Ma la tragedia degli ostaggi rimane un punto di frattura doloroso, capace di incrinare persino la coesione interna israeliana. La voce di Liran Berman, fratello di due ostaggi, è eloquente: “Sembra che Hamas voglia un accordo più del governo israeliano”.
Una dichiarazione che lascia emergere il senso di disperazione, la percezione di essere intrappolati tra la rigidità strategica del governo e il cinismo dei miliziani. Non meno incisivo è l’appello dell’Hostages and Missing Families Forum, che chiede con forza a Netanyahu, a Washington e ai mediatori internazionali di far sedere immediatamente i negoziatori attorno a un tavolo, senza interruzioni, finché non si raggiunga un’intesa. Il dolore delle famiglie non è solo umano: è anche politico, perché mette in discussione la capacità del governo di anteporre la vita dei cittadini a calcoli militari e geopolitici.
Parallelamente, i numeri provenienti da Gaza raccontano l’altra faccia della tragedia. Il Ministero della Salute locale parla di almeno 84 morti e 338 feriti in 24 ore di raid israeliani. Numerose vittime giacciono ancora sotto le macerie, irraggiungibili dai soccorsi. È l’ennesima conferma che questa guerra è fatta di simboli e strategie, ma anche e soprattutto di vite spezzate, di civili intrappolati in un conflitto che non hanno scelto.
Sul piano diplomatico globale, il presidente israeliano Isaac Herzog ha incontrato Papa Francesco e il cardinale Pietro Parolin, portando con sé un messaggio di riconoscenza per la “guida contro l’odio e la violenza” del Pontefice. In agenda, oltre alla questione degli ostaggi, la lotta all’antisemitismo e la tutela delle comunità cristiane in Medio Oriente. L’immagine di Herzog nelle stanze del Vaticano mostra l’altra dimensione di questo conflitto: non solo scontri armati e propaganda incrociata, ma anche un incessante lavoro diplomatico che cerca spiragli di pace, o almeno di mediazione, in un contesto che sembra dominato da posizioni inconciliabili.
Valutando complessivamente il quadro, ciò che emerge è l’estrema complessità della situazione. Da una parte Israele, che vede nella distruzione di Hamas una condizione imprescindibile per garantire la propria sicurezza e per evitare che il trauma del 7 ottobre si ripeta. Dall’altra Hamas, che gioca su più livelli militare, politico, simbolico cercando di capitalizzare anche il dolore altrui per rafforzare la propria narrativa. E nel mezzo, le famiglie degli ostaggi, i civili di Gaza, i mediatori internazionali e le istituzioni religiose.
Tutti attori che, pur muovendosi in spazi diversi, sono coinvolti in un conflitto che non si riduce alla conquista di un territorio o alla firma di un accordo, ma che riguarda identità, legittimità e futuro. Il fatto che un rappresentante dell’Idf ammetta apertamente che la caduta di Gaza City non significherebbe necessariamente la fine di Hamas è, a ben vedere, un punto centrale. Significa riconoscere che la guerra non si vince solo con i carri armati, ma con strategie politiche, sociali e diplomatiche. Ed è proprio qui che si gioca il futuro: la capacità o l’incapacità di Israele e dei suoi interlocutori di andare oltre la logica della forza e aprire spazi a una soluzione politica, oggi ancora lontanissima.





