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LA CINA DOPO IL COVID – PARTE I

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di Antonino Macrì Pellizzeri

Come ho detto più volte ho lavorato in Cina dal 1980 fino al 2020, quando l’inizio del covid mi costrinse a fare una scelta: restare a Pechino e affrontare l’inevitabile lock down, oppure precipitarmi in Italia in una corsa contro il tempo per poi …. essere bloccato qui. Scelsi ovviamente l’Italia pensando che la mia assenza sarebbe durata al massimo sei mesi. E invece, di rinvio in rinvio, passarono gli anni e, a poco a poco, mi resi conto che era arrivato per me il momento di chiudere questo viaggio affascinante all’interno di culture così profonde e così diverse dalla nostra. Ma avevo fatto i conti senza l’oste: quel mondo, quelle amicizie, perfino quelle chiacchierate e quelle cene festose a base di “campei” mi mancavano troppo. Erano una parte importantissima, indimenticabile della mia vita. Espressi a mia moglie questo mio desiderio, invitandola, come al solito ad unirsi a me, ma, dopo averci pensato, rinunziò dicendo “Il tuo viaggio questa volta si svolgerà per lo più all’interno del tuo ex ufficio (che mi avevano messo a disposizione) oppure nelle salette riservate dei ristoranti dove parlerete probabilmente di cose a me ignote e comunque sempre e solo in inglese”. Non seppi darle torto e, anche se mi dispiaceva lasciarla sola per un paio di settimane, cominciai ad organizzare il mio viaggio. Di ciò vorrei parlarvi oggi, e delle sensazioni di questa mia riscoperta, alcune sorprendenti anche per me.

Arrivai a Pechino verso le 14.00 con il mio solito volo diretto Air-China, dopo un sonno ristoratore necessario perché il mio primo invito a cena era alle 18.00. Conoscevo come le mie tasche il percorso da fare per le formalità di ingresso e trovai ad aspettarmi la limousine della linea aerea. Ben presto arrivai all’Hilton, dove alloggiavo ogni mese da qualche decina d’anni e mi diressi direttamente alla VIP Lounge. Qui la prima sorpresa, destinata a ripetersi: le due impiegate parlavano appena un inglese elementare. Non ci feci troppo caso, andai in camera, feci una doccia, e mi cambiai per la cena. Alle 6 in punto arrivò la mia carissima amica W., accompagnata da un’assistente che conoscevo e, dopo i consueti saluti e abbracci, mi propose di dirigermi a piedi verso il ristorante. Era, credetemi, la prima volta nei miei quarant’anni di Cina che vedevo un alto funzionario camminare a piedi. La mia sorpresa aumentò quando, finita la cena, fui accompagnato in albergo da tutti i commensali, fra cui tre persone importanti, tutti a piedi. Ancor di più quando W. mi spiegò che avrebbe proseguito verso casa sua in metropolitana “tanto sono solo tre fermate e non valeva la pena prendere la mia macchina”. La spiegazione arrivò dopo: le macchine di stato erano “sconsigliate” non per ragioni di lavoro o di sicurezza ma per dare l’esempio nella riduzione dell’inquinamento.

L’inquinamento a Pechino è un fatto endemico: ricordo che facemmo nel 1982 un contratto con la municipalità per monitorare la qualità dell’aria. Purtroppo Pechino è un po’ come le città della val Padana, piatte, nebbiose e spesso con pochissimo vento, ragion per cui le sostanze inquinanti (abbondantissime in passato) si accumulano e vengono trattenute giù dall’umidità. Tutto cambia quando, di solito durante l’inverno, si alza un bel vento secco da nord e torna il cielo azzurro. Dicendo ciò non voglio minimizzare gli sforzi enormi che si stanno facendo in Cina con la chiusura delle fabbriche obsolete e /o lo spostamento di altre, e con una elevatissima produzione di energie alternative, e la messa a dimora di alberi ovunque possibile in città. Non mi sarei mai aspettato però la rinuncia a quello che era da sempre uno dei simboli del potere. Come al solito le sensibilissime orecchie del governo avevano percepito quanto fosse diventato importante il problema del clima per tutti i cittadini.

Il mio soggiorno è stato piacevolissimo, con dimostrazioni di affetto vero, al di là delle mie aspettative, pranzi e cene come fossimo in famiglia. Sono stato riempito di regali sia per me che, specialmente, per mia moglie e invitato con sincerità a tornare presto per trascorrere più tempo insieme. Tutto ciò fa parte della cultura cinese per la quale è difficile rompere le barriere e stabilire rapporti veri; se però ci si riesce, essi sono destinati a durare veramente per sempre.

In questo mio viaggio, ho notato per la prima volta, nelle nuove generazioni di trentenni e quarantenni, una larvata depressione, l’incertezza per il loro futuro sia personale che lavorativo, entrambi aspetti, questi, che non esistevano fino a pochi anni fa. Molti di loro, dopo anni di lavoro interinale, non sono ancora stati confermati in maniera definitiva. Hanno uno stipendio inferiore e soprattutto una grande incertezza di essere riconfermati di anno in anno, anche se i loro capi mi dicono che non è mai capitato che qualcuno non sia stato confermato. Fino ad ora! Ma in futuro? Da ciò deriva la poca voglia di mettere su famiglia, la denatalità spinta, e tutto ciò che in occidente conosciamo bene, ma non esisteva in Cina. I “grandi capi” mi dicono che è in corso, nelle grandi società di stato, una progressiva riduzione del personale, evitando di rimpiazzare chi va in pensione, e assumendo, anche se in misura minore, giovani appena usciti dalle università per diminuire il tasso di disoccupazione, arrivato oggi al 21%. In questo modo la fascia degli interinali resta in mezzo al guado e fa aumentare la loro preoccupazione. La situazione internazionale certo non aiuta: il piano governativo di aumentare i consumi interni ha difficoltà a decollare, anche se i risparmi familiari crescono. Nel settore privato la situazione è più varia: alcune società che erano molto cresciute grazie al “capitalismo senza regole” degli anni scorsi, si sono ridimenzionate. Non vi parlo delle problematiche dell’edilizia abitativa che già certo conoscete, ma esiste però un’imprenditoria di taglia intermedia che ha sviluppato prodotti di alta tecnologia ed ora esporta in tutto il mondo. “Mio fratello” con il quale ho lavorato gomito a gomito quando era un dirigente del pubblico, sei o sette anni fa ha fatto il grande salto nel buio: si è dimesso ed è stato assunto in una società privata, rinunziando quindi a tutte le protezioni delle industrie di stato . Oggi è il President di quella società, il suo fatturato e soprattutto i profitti si sono moltiplicati per nove ed ora va a gonfie vele: qualche anno fa mi aveva chiesto un consiglio circa un rappresentante per l’Italia, dove ora sta esportando. Grazie alla ricerca e all’innovazione, su cui il governo punta moltissimo, è questa oggi la grande frontiera. (continua)

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