di Paolo Falconio*
All’ inizio questo articolo doveva chiamarsi “Europa: l’ora delle decisioni irrevocabili”, ma alla base non c’era nessuna nostalgia, solo la necessità di esprimere l’urgenza del momento storico.
La Storia delle nostre Nazioni è intrecciata e intrisa di sangue, ma al contempo piena di bellezza, fascino e cultura. Abbiamo scatenato le due peggiori sciagure della storia e prodotto mostri. Ma siamo anche la patria del cristianesimo e al contempo delle libertà laiche portate da Napoleone al Continente. Non era la Grande Armèe della Francia. All’inizio era l’esercito della rivoluzione e fu accolto con entusiasmo da tutti gli europei. Se fosse rimasto l’esercito della rivoluzione oggi saremmo una sola Nazione.
Siamo gli eredi dell’ellenismo e di Roma. Ossia la più grande civiltà che il mondo abbia conosciuto e di cui fino all’Elba siamo tutti figli con pari dignità, perché Roma era un’idea ispirata all’ universalità. Universalità non significa essere aperti a tutto, ma capaci di elaborare un pensiero e un modello di civiltà che da un centro si irradia assimilando la periferia, senza distinzioni di razza. Esattamente quello che le Nazioni moderne non riescono a fare. Gli immigrati rimangono estranei al nostro modello, li assorbiamo, ma non li assimiliamo. Il nord guarda al sud con sospetto all’ interno degli stessi confini della U. E.
Questa Europa ha grandi pecche e va riformata. Probabilmente serve uno scatto in avanti e una nuova Unione più ristretta e con caratteri di omogeneità come un’Europa del Mediterraneo. Un nucleo che ci unisca per resistere nella storia.
E non può essere l’Europa di Black Rock, intesa come nomenclatura pseudo progressista o dei populismi deteriori. Il fallimento di questi modelli è già sotto i nostri occhi. Forse davvero dovremmo ripensare, attualizzandolo, a quel manifesto di Ventotene tanto richiamato, quanto tradito da tutti.
Siamo il cuscinetto degli USA, i soci mercanti che non devono occuparsi di nulla. Saremo lo scacchiere per la guerra ibrida di Putin e il teatro di una possibile guerra convenzionale. Lo saremo perché siamo divisi e sempre più rinchiusi in noi stessi, come se il mondo ci possa risparmiare dalle sue brutture, ma è un’illusione infantile. Siamo vecchi, poco inclini al cambiamento e non vogliamo sparare, ma dovremmo trovare in noi la forza per un mutamento radicale del nostro stare al mondo per ritornare ad essere protagonisti della Storia. Se non riusciremo a trovare le ragioni per unirci, allora non saremo più nulla. Siamo piccole Nazioni che si percepiscono ancora come imperi, ma non lo sono più e nel mondo si affacciano nuove economie e potenze emergenti che non potremo affrontare.
Non ci rimarrà che lottare tra noi per le poche briciole cadute dal piatto principale.
Abbiamo bisogno di una Unione che sappia guardare a nord, ad est e a sud con pari priorità e che ad ovest metta il cuore verso l’altra sponda dell’Atlantico che con noi è Occidente.
E l’Occidente non coincide solo con il mondo anglosassone, ma è anche il mondo latino che tanta storia e civiltà e bellezza ha regalato all’umanità.
Non abbiamo più molto tempo, le tempeste sono all’orizzonte e non ci sono altri ripari. Se la politica non saprà guardare oltre, se non saprà elaborare in forma statuale un’identità comune che già esiste, saremo lentamente, ma inesorabilmente seppelliti dalla sabbia del tempo e travolti da una storia che verrà scritta da altri e nell’ interesse di altri. E a questa storia non potremo opporci. Abbiamo ancora la possibilità di reclamare un’eredità che tutto il mondo ci invidia, ma la clessidra del tempo si va esaurendo. Nella storia le Nazioni sono sempre sorte attraverso la guerra. Abbiamo l’occasione di dimostrare al mondo che il vecchio continente è davvero l’ avanguardia di una nuova umanità e lo possiamo fare confederandoci attraverso un processo di pace.
* Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)




