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Jürgen Habermas e il fallimento del progetto europeo

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Jürgen Habermas

Le chiacchiere della sinistra contro i populismi nascondono l’incapacità a costruire un’Europa unita politica e democratica

Per capire di cosa trattiamo, è necessario riprendere una descrizione di cosa è oggi l’Unione europea che ha fornito il direttore di Analisi Difesa Gianandrea Gaiani, nel corso di un’intervista a Federico Novella de La Verità il 9 marzo, e un pensiero di Jürgen Habermas, che si trova nella raccolta di scritti del filosofo curata da F. D’Aniello, ‘L’ultima occasione per l’Europa’ (Castelvecchi), dove il filosofo, scomparso nei giorni scorsi, lamenta la mancata democratizzazione delle istituzioni europee, la mancata integrazione politica e la fragilità di alternative offerte dalle correnti europeiste, sostanzialmente incapaci di presentare al popolo continentale delle soluzioni credibili e concrete.

Habermas si è spento il 14 marzo a 96 anni a Starnberg, nel sud della Germania. Professore universitario, esponente della Scuola marxista di Francoforte, Habermas era considerato il filosofo tedesco più influente e conosciuto del suo tempo, dopo aver plasmato il dibattito intellettuale per decenni.

I suoi libri – da ‘La conoscenza e gli interessi umani’, a ‘La teoria dell’azione comunicativa’ – lo hanno reso famoso tutto il mondo.

Gianandrea Gaiani, a proposito dell’Unione europea, la definisce “una nomenclatura che risponde agli interessi di alcune lobby, finanziate dai fondi di investimento americani o cinesi, a seconda delle circostanze”.

In buona sostanza un comitato d’affari che finge di essere un governo.

Jürgen Habermas (1929 – 2026), uno dei più importanti filosofi contemporanei tedeschi, ha dedicato gran parte del suo pensiero pubblico e politico al progetto europeo, considerandolo un’opportunità unica per superare i limiti dello Stato – nazione e realizzare una democrazia post-nazionale e cosmopolita.

Habermas ha sempre sostenuto un’Europa integrata, democratica e costituzionale, capace di rispondere alle sfide della globalizzazione, del capitalismo finanziario e delle crisi geopolitiche, senza cadere nel nazionalismo o in un semplice intergovernativismo tecnocratico.

Il problema è che l’Europa integrata, da Maastricht in poi, si è resa braccio operativo del capitalismo finanziario ed è diventata tecnocrazia.

Habermas è stato tra i principali sostenitori di una costituzione europea. Costituzione che non si è mai vista.

Nei testi raccolti in Zur Verfassung Europas (2011, tradotto come The Crisis of the European Union), ha criticato duramente la gestione tedesca della crisi (soprattutto sotto Angela Merkel), accusandola di imporre un “executive federalism” intergovernativo che svuota la democrazia e favorisce l’austerity.

Habermas proponeva al contrario una unione politica con elementi federali, una maggiore solidarietà fiscale e una legittimazione democratica transnazionale.

Habermas ha pensato l’Unione europea come un laboratorio di una democrazia cosmopolita che potrebbe ispirare un ordine mondiale più giusto, basato su sfera pubblica transnazionale, diritti universali e regolazione democratica del capitalismo globale.

L’Europa immaginata da Habermas non esiste e mai esisterà se non si doterà di una costituzione e di un governo confederale, così come gli Stati Uniti d’America.

L’Unione Europea di oggi è un comitato d’affari e delegare la sovranità ad un comitato d’affari è pura follia, o delinquenziale complicità, tanto più se la follia arriva a dire che è necessario eliminare il voto unanime dei Paesi aderenti.

Il voto a maggioranza esproprierebbe gli Stati sovrani della loro sovranità delegandola ad un mostro burocratico al servizio di lobby, di fondi e di interessi finanziari.

Chi propugna una simile soluzione è semplicemente un servo delle lobby e della finanza.

Chi continua a recitare il ritornello dei cattivi sovranisti deve dirci apertamente se vuole stare dalla parte di una dittatura burocratica o del popolo.

Le istituzioni comunitarie sono cinque, cioè la Commissione, il Consiglio, il Parlamento, la Corte dei Conti e la Corte di Giustizia.

Lasciando da parte le ultime due, sia la Commissione, sia il Consiglio, che detengono l’effettivo potere decisionale in seno all’Unione europea, sono espressione degli Stati Membri, ovvero dei rispettivi Governi, i quali nominano i membri della Commissione (che sono dei funzionari, presieduti da una funzionaria), e partecipano con i Ministri ed i Capi di Stato o di Governo alle sedute Consiglio.

Il presidente della Commissione, che è un funzionario, non è eletto dal popolo, ma nominato dagli altri membri della stessa sua designazione (accordo) tra gli Stati componenti l’Unione.

Per quanto riguarda il Parlamento europeo, i suoi poteri continuano ad essere molto limitati, tanto che non si può assolutamente affermare che costituisca un “potere legislativo” in senso giuridico tradizionale.

A parte la possibilità di bloccare (cioè,non approvare) il bilancio comunitario, il Parlamento conosce un “potere legislativo” molto debole, che condivide con il Consiglio e la Commissione e a cui di fatto può apportare il “contributo” di soli pareri, a volte vincolanti a volte no.

Soltanto nella procedura cosiddetta di “codecisione” (operante da pochi anni ed in numero limitato di materie non di primaria importanza) il Parlamento è posto sullo stesso piano del Consiglio e può- finalmente –mostrare un qualche carattere del “legislativo”.

Il Parlamento europeo non ha alcun potere di sfiduciare o nominare la Commissione, non ha alcun potere deliberativo che possa contrastare od innovare nei confronti degli atti del Consiglio ed è l’unica istituzione Comunitaria eletta direttamente dai cittadini europei.

Conclusione: i votanti, in quanto cittadini europei, non contano nulla.

E qui nasce la questione sulla quale si fanno mille discussioni sulla differenza tra cives e demos, al fine di dimostrare che l’Unione Europea ha una legittimazione basata sui cittadini.

Sarebbe interessante capire, da parte dei cialtroni che chiacchierano di sovranismo, come la mettiamo con il fatto che in Europa ci sono attualmente 12 monarchie sovrane, principalmente situate nell’Europa settentrionale e occidentale.

Sette sono regni (Regno Unito, Spagna, Svezia, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Belgio), tre principati (Monaco, Liechtenstein, Andorra) e un Granducato (Lussemburgo). La maggior parte sono monarchie parlamentari, dove il sovrano ha un ruolo cerimoniale, ma pur sempre sovrano è.

Nella Costituzione italiana, tanto sbandierata quando fa comodo e messa sotto i tacchi quando non fa comodo, il principio fondamentale è che “la sovranità appartiene al popolo”. Lo sancisce l’Articolo 1, che definisce l’Italia come una Repubblica democratica dove il potere supremo risiede nei cittadini.

Questo potere non è assoluto, ma va esercitato nelle forme e nei limiti della Costituzione, principalmente attraverso il voto (democrazia rappresentativa) e strumenti diretti come i referendum.

Il termine popolo indica un insieme di persone accomunate da lingua, cultura, storia, tradizioni e territorio, spesso organizzate sotto uno stesso ordinamento giuridico.

Il dizionario giuridico lo descrive come il complesso degli individui di uno stesso Paese (Stato) legati tra loro da un rapporto di cittadinanza, che convivono nel medesimo territorio governato, ed aventi in comune l’ordinamento giuridico, il governo, la lingua, le tradizioni o l’origine.

Giriamoci attorno quanto ci pare, ma il Vecchio Continente è fatto di popoli e non c’è un popolo europeo.

Anche riguardo alla questione del cives, che supererebbe l’ostacolo del popolo, come base sovrana di un’Europa unita, il passaporto europeo riconosce la cittadinanza dell’Unione, senza che però ciò implichi nello stesso tempo la cittadinanza (come dovrebbe essere) di uno qualsiasi degli Stati membri. Un cittadino italiano è cittadino dell’Unione Europea, ma non cittadino della Francia o della Germania.

Un cittadino della California, tanto per capirci, è cittadino Usa così come un cittadino della Florida.

Al 15 marzo 2026, l’Unione europea conta 27 Stati membri. Di questi 21 hanno adottato l’euro come moneta ufficiale (fanno parte della cosiddetta eurozona o area euro) e 6 (Cechia, Danimarca, Ungheria, Polonia, Romania, Svezia) mantengono ancora la propria moneta nazionale (non hanno adottato l’euro).

Moneta unica e passaporto comunitario costituiscono due tappe importanti nello sviluppo del “progetto europeo”, ma sono anche espressioni dei limiti e delle debolezze dello stesso.

La debolezza politica dell’Unione Europea è che non è uno Stato, non è una Confederazione di Stati, non ha un popolo che sia la base della sua sovranità. È un mostro burocratico.

Tale concetto è stato affermato dalla Corte costituzionale tedesca nella celebre sentenza del 12 ottobre 1992: <<Con il trattato di Maastricht non viene fondato uno Stato che ha le sue radici nel popolo (staatsvolk) europeo, ma un’associazione di stati attraverso cui diventa più stretta la l’ unione dei popoli europei attualmente organizzati>>.

Ne consegue che secondo la Suprema corte tedesca, all’Unione europea difetta un popolo europeo, un popolo che possa essere considerato artefice della costruzione europea ed in cui risieda la sovranità. Quest’ultima rimane la prerogativa di ciascuno dei popoli degli Stati membri.

Se si considerano i cives, ossia la società civile il soggetto politico che fonda (o che potrebbe fondare) la costruzione di un’Europa unita, come s’è visto, nemmeno i cives dell’Unione sono cives dei vari Stati, così come è negli Stati Uniti d’America.

Gli europei non costituiscono un popolo e nemmeno un insieme egualitario di cives.

Secondo Jùrgen Habermas la legittimazione democratica del potere nasce si indissolubilmente dalla coscienza nazionale, ciò nondimeno lo Stato nazionale viene ad essere successivamente legittimato dal sorgere da una rete di comunicazione formata dalla società civile, dall’opinione pubblica e dai partiti politici.

La legittimazione democratica dello Stato deriva da questa nuova forma di partecipazione “comunicativa”, che ricompone democrazia e nazione.

Qui si apre un discorso interessante.

In senso moderno, la nazione è generalmente intesa come una comunità umana che condivide (o crede di condividere) un insieme di elementi, quali: lingua (o lingue principali), cultura, tradizioni, memorie storiche, territorio percepito come “patria”, coscienza di appartenenza comune, spesso (ma non sempre) un senso di origine etnica o storica condivisa

Molti autori aggiungono che la nazione moderna implica anche una dimensione politica: il desiderio (o la realtà) di autogoverno, cioè di coincidere con uno Stato. Da qui lo Stato-nazione.

Se, come afferma Habermas, la legittimazione democratica del potere nasce si indissolubilmente dalla coscienza nazionale, l’Europa non è una nazione, ma un insieme di nazioni.

E siamo da capo.

Nella raccolta di scritti di Habermas, curata da F. D’Aniello, dal titolo ‘L’ultima occasione per l’Europa’ (Castelvecchi), il filosofo critica la mancata democratizzazione delle istituzioni europee (soprattutto in seguito della crisi economica del 2008) e la mancata integrazione politica europea in corrispondenza dell’introduzione della moneta unica a cui ha fatto seguito un disallineamento delle condizioni socio-economiche dei cittadini dei vari Stati membri.

A tale fenomeno, Habermas collega la questione del marginale ruolo ricoperto dal Parlamento europeo (e dai parlamenti nazionali) nel gestire la crisi. Per far fronte a tale situazione di difficoltà economico-finanziaria, si è difatti preferito privilegiare il ricorso ad un metodo intergovernativo, per cui le funzioni di gestione, controllo e decisione – sottratte alle Assemblee legislative nazionali – non sono state affidate ad un organo rappresentativo europeo bensì ai consessi di Capi di Governo o di Ministri.

Tale scelta, secondo il filosofo tedesco, ha comportato l’emergere del fenomeno della cosiddetta Entpolitisierung (ovverosia depoliticizzazione) per cui l’attenzione è stata riposta unicamente sulle politiche economiche da adottare, inevitabilmente a discapito del processo di unificazione ancora in nuce, il quale avrebbe invece richiesto un maggiore e sempre crescente coinvolgimento del Parlamento europeo per il raggiungimento di un più alto livello di legittimazione democratica.

Habermas prende poi il toro per le corna, dove il toro è l’assertore ottuso dell’unità europea antisovranista per ideologia o per malafede, e stigmatizza la fragilità di alternative offerte dalle correnti europeiste, sostanzialmente incapaci di presentare al popolo continentale delle soluzioni credibili e concrete.

La strada del solo coordinamento, o meglio del coordinamento aperto, perseguito finora, finisce infatti per imporre, secondo Habermas, delle decisioni politiche prese altrove, al di fuori dei Parlamenti nazionali, che risultano di base imposte e non concordate agli occhi dei cittadini.

Tale scollamento diviene tanto più evidente nel momento in cui si ragiona sul fatto che praticamente mai si siano svolte – all’interno dei confini nazionali – delle consultazioni popolari su questioni di respiro europeo.

Tali livelli di dibattito e discussione appaiono difatti ancora appannaggio esclusivo delle élite politiche e dei partiti, i quali, però, da rappresentanti, finiscono per escludere i rappresentati.

Al predominio della tecnocrazia dovrebbe sostituirsi la collaborazione intergovernativa, volta al consolidamento delle politiche pensate a sostegno economico- sociale dei cittadini, ma così non è e non è stato.

Infatti, come dice Gianandrea Gaiani a proposito dell’Unione europea, che la definisce “ una nomenclatura che risponde agli interessi di alcune lobby, finanziate dai fondi di investimento americani o cinesi, a seconda delle circostanze”, la tecnocrazia è diventata la padrona dell’Unione, devastando nazioni, Stati, popoli, economia, welfare state, cultura.

Infine, Habermas arriva al punto dolente.

In un siffatto scenario, la scomparsa della sinistra europeista deve addebitarsi alla mancanza di un profilo politico chiaro e definito, capace di farsi portatore di un progetto comunitario ben delineato, in special modo in tema di interessi sociali. Dialettica di cui si è invece vigorosamente appropriata la destra.

Il disilluso e al contempo preoccupato Jürgen Habermas sull’Europa denuncia l’incapacità dei partiti tradizionali di riplasmarsi e di assestarsi su piani di discussione rinnovati, insieme alla sottrazione di poteri e competenze agli organi deliberativi, con la conseguenza che si alimenta un generale quanto diffuso malessere collettivo, che non può che addebitarsi alla crescita del deficit democratico europeo.

La mancata attuazione di un’integrazione politica ha di fatto originato un sistema monco, in cui sempre più complessa appare la garanzia e la difesa dei diritti (in particolar modo sociali) schiacciati dalle egemoniche necessità di mercato e dalle logiche finanziarie.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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