
Dentro la statistica dei lavoratori d’origine straniera: l’Italia del lavoro a basso costo
Negli ultimi dieci anni gli imprenditori nati all’estero in Italia sono cresciuti del 24,4%, passando da 632 mila nel 2014 a 786.696 nel 2024, secondo Unioncamere–Infocamere e Fondazione Leone Moressa. Nello stesso periodo, gli imprenditori italiani sono diminuiti del 5,7%. Numeri che, presi isolatamente, alimentano la retorica del “motore migrante” dell’economia italiana. Ma dietro l’apparente successo si nasconde una realtà molto diversa: quella di un Paese che sopravvive grazie al lavoro a basso costo e alla microimprenditoria di necessità.
Più dell’80% delle imprese guidate da cittadini nati all’estero è costituito da ditte individuali, spesso con un solo addetto. Sono piccole attività di sopravvivenza, concentrate in settori a margine ridotto: edilizia (25%), commercio (22%), servizi alla persona (12%). In pratica, l’imprenditoria straniera cresce dove gli italiani non trovano più convenienza economica o sostenibilità fiscale. In Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna si concentra oltre il 60% di queste imprese. A Prato, ad esempio, le aziende tessili cinesi hanno occupato lo spazio lasciato dal distretto locale, ma con turni infiniti e salari che oscillano fra 800 e 1.200 euro al mese.
Anche sul piano occupazionale, i numeri mostrano la stessa tendenza. Gli occupati stranieri sono 2,37 milioni, pari al 10,2% del totale, e producono circa l’8,8% del PIL, pari a 170 miliardi di euro su 1.940 miliardi complessivi. Ma il reddito medio resta basso: 19.800 euro l’anno, contro i 27.400 degli italiani. La loro presenza è cruciale in agricoltura (17% degli addetti), edilizia (15%) e assistenza familiare (oltre 50%). Settori in cui la produttività non cresce e i salari vengono compressi per restare competitivi.
Chiamare questa dinamica “indispensabile” significa confondere causa e sintomo. Non è l’immigrazione a far crescere l’economia, ma l’economia stagnante a richiedere lavoro sottopagato per restare in piedi. Il sistema produttivo italiano si regge su una miriade di microimprese e partite IVA che si contendono margini sempre più stretti, in un contesto di bassa automazione e di appalti al ribasso.
Finché il modello resta questo, i lavoratori stranieri non saranno un “motore di sviluppo”, ma la stampella che sorregge un edificio fragile. Il problema non è la loro presenza, ma la dipendenza strutturale da un’economia che compete comprimendo salari, non alzando la qualità. La vera sfida, oggi, è invertire la rotta: investire in tecnologia, sicurezza e formazione, restituendo valore al lavoro. Solo allora i migranti potranno essere parte di una crescita reale, non di un’equazione di sopravvivenza.





