Il raffronto tra il modello americano e quello europeo
Ogni tanto la mia indole da analista emerge. Non posso farne a meno, anche a 71 anni mi diverte ed è diventata una deformazione professionale.
Oggi il mio focus è concentrato sui costi dell’istruzione nel confronto col sistema americano.
Premetto che i dati li ho ricavati dalla rete e le conclusioni dell’analisi sono del tutto personali.
Tutti sappiamo che la scuola americana ha una fortissima connotazione privatistica ed è catatterizzata da un grande debito individuale che gli studenti si trovano a dover ripianare una volta terminati gli studi.
Questo potrebbe far pensare che la parte dell’istruzione a carico delle finanze pubbliche in USA sia trascurabile.
Ebbene, non è così.
Negli USA il 12,7% (890 miliardi di dollari) della spesa pubblica è proprio rappresentato dai costi dell’istruzione a fronte di 50 milioni di studenti.
Per fare un raffronto, in Italia il peso dell’istruzione sulla spesa pubblica è il 7,8% (89 miliardi di euro), a fronte di 8,3 milioni di studenti, contro una media europea del 9,6%.
Quindi, in USA la pubblica amministrazione spende annualmente per la scuola in media 17.700 dollari a studente, contro i 12.000 dell’Italia (convertiti in dollari secondo il cambio odierno), e questo per un Paese in cui la scuola pubblica non è certo l’opzione più gettonata, non pare poco.
Insomma, il quadro che sembrerebbe emergere è diverso da quello comunemente percepito di un’America che, a livello istituzionale, si disinteressa dell’istruzione dei propri ragazzi.
Ma come si conciliano gli alti costi dell’istruzione sui bilanci pubblici, con l’enorme debito studentesco, che ricordiamo essere un debito privato e individuale, che grava sulle spalle degli studenti americani?
Per fare chiarezza guardiamo i numeri.
Il debito studentesco pro capite negli Stati Uniti si aggira in media sui 43.000 dollari dei quali 39.500 sono i prestiti federali a cui vanno aggiunti 3.500 dollari di prestiti privati.
Il debito complessivo a carico degli studenti americani supera, quindi, i 1.800 miliardi di dollari, un’enormità che, va ricordato, non sono “sulla parola” come generalmente si crede, ma sono regolati da rigidi contratti formali, firmati sulla base di accordi scritti con il governo federale o con banche private, con tassi di interesse e piani di rimborso precisi.
Il mancato rimborso nei termini concordati dà luogo a rischi di pignoramento dello stipendio, al blocco dei rimborsi fiscali e al crollo del punteggio di credito del debitore.
Inoltre, a differenza di altri debiti, quelli studenteschi non si possono quasi mai eliminare, nemmeno dichiarando bancarotta.
L’indebitamento varia sensibilmente a seconda del percorso di studi e dell’età del debitore.
Per un titolo di studio Bachelor’s degree (laurea triennale) nel percorso del studi si accumulano in media 29.550 dollari di debito.
Per chi consegue un graduate degree (laurea magistrale o dottorato), la cifra, però, sale bruscamente a una media di 102.790 dollari.
Nonostante l’ampio contributo delle finanze federali e statali, la scuola pubblica negli USA non è quasi mai gratuita.
Gli studenti che frequentano college pubblici, infatti, contraggono nel percorso di studi in media 33.910 dollari di debito, mentre, per i college privati, la cifra aumenta fino a 40.970 dollari.
Come si vede la differenza non è poi così marcata, anche se può essere più ampia per gli istituti privati più prestigiosi.
Il tempo stimato per estinguere completamente questi finanziamenti si aggira attorno ai 20 anni.
Il sistema americano può apparire cinico e finisce per pesare anche sulle famiglie, ma tende a responsabilizzare i giovani e, in definitiva, costituisce il primo livello di educazione finanziaria, in un Paese dove consumo e debito sono la normalità, mentre il concetto di risparmio è totalmente differente da come lo intendiamo in Europa.
Complessivamente, quindi, tra contributi privati a debito e spesa pubblica la scuola americana costa quasi il doppio delle scuole europee e, fin dal primo grado di istruzione, è concentrata sul pragmatismo, lasciando poco spazio alla formazione intellettuale degli studenti.
È un meccanismo spietato, fortemente selettivo, basato sulla competitività, che prepara a una società in cui la bontà del proprio lavoro si misura esclusivamente con i risultati.
Sinceramente preferisco il sistema europeo.
Purtroppo, anche da noi inizia a farsi largo la tendenza a considerare gli studenti come un prodotto funzionale a un mercato, invece di una generazione da formare perché prenda in mano il testimone nella staffetta verso la società che verrà.





