
Per la seconda settimana in Iran le piazze manifestano contro il regime. Auto incendiate, scontri con la polizia, arresti e vittime. Sarebbero almeno 20 morti. Le proteste sono iniziate a causa della grave crisi economica che ha messo in ginocchio il paese e il capo della magistratura avverte che non ci sarà alcuna clemenza contro i rivoltosi commercianti, lavoratori e studenti contro gli Ayatollah. A nulla è servito l’annuncio del governo di dare un’indennità di 7 $ al mese a ogni iraniano. E ieri la guida Suprema Khamenei ha detto di capire le ragioni delle proteste, ma ha anche aggiunto che i manifestanti vanno messi al loro posto. Parole tutt’altro che distensive. Voci lo darebbero in fuga verso Mosca nel caso in cui il regime crollasse.
l’Iran è al centro dello scacchiere che agita la politica internazionale.
Il presidente Trump, parlando con i reporter sull’Air Force One, ha ribadito che gli Stati Uniti sono pronti a colpire Teheran se ci sarà una risposta violenta contro i manifestanti. Secondo i media libanesi e iraniani, il premier israeliano Netanyahu e il capo della Casa Bianca, avrebbero già raggiunto un accordo per colpire nuovamente l’Iran durante il loro recente incontro a Mar-a-lago.
Tutto questo, mentre in Iran è in atto una strage di giovani studenti definiti dalla popolazione come combattenti per la libertà. I paramilitari basij stanno sparando sui manifestanti e sugli studenti che hanno dato fuoco alle scuole coraniche.
Si contano già diverse decine di morti, centinaia di arresti e sparizioni forzate e impiccagioni. Sono le ultime fasi di un regime spietato che sta cercando di sopravvivere grazie all’indifferenza e alla passività della comunità internazionale e che intende compiere i suoi orribili crimini a porte chiuse, nel silenzio generale.
Le proteste sono per abbattere la Repubblica islamica. E questo è un punto di non ritorno. I pasdaran fanno irruzione nei dormitori e aggrediscono gli studenti, donne e uomini, trascinandoli via e caricandoli nei furgoni bianchi per destinazioni ignote. Il regime intende sopprimere l’attivismo studentesco e per questo le autorità della Repubblica islamica hanno chiuso le scuole e le università con il pretesto del freddo e quindi della necessità di risparmiare energia.
Questa volta la rivoluzione in Iran non è solo una narrazione interna: è diventata una questione internazionale con implicazioni che spaziano dall’economia ai diritti umani, fino alla sicurezza regionale. Non si tratta di una protesta temporanea; né di una protesta contro il caro vita, si tratta della saldatura tra sostentamento e diritti civili e politici; cioè di libertà, per meglio dire di liberazione.
I Manifestanti gridano da sette giorni e sette notti nelle strade del Paese: «Morte al dittatore», «Via la Repubblica islamica dall’Iran», «Basij, Sepahi, siete voi il nostro Isis», «Fuori ayatollah e pasdaran dall’Iran».





