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Iran, il cambio di regime obiettivo reale?

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Si è rotto un equilibrio che dura dal 1979

Il punto che colpisce di più non è solo l’intensità militare dello scontro. È la rottura di un equilibrio non scritto che ha retto per quasi mezzo secolo.

Dal 1979 – dalla caduta dello Scià e dalla nascita della Repubblica islamica sotto Ruhollah Khomeini  – il confronto tra Teheran, Washington e Tel Aviv è stato feroce ma mediato. Guerre per procura. Sanzioni. Operazioni coperte. Attacchi mirati. Ma non un conflitto diretto, dichiarato, sistemico.

Oggi quella soglia è stata attraversata. Il cambio di regime è un  obiettivo reale o una leva strategica?

Quando si parla di “regime change” a Teheran, non si tratta solo di retorica. Negli ambienti strategici americani, l’idea che la Repubblica islamica sia un attore strutturalmente destabilizzante non è nuova. È presente almeno dagli anni successivi all’11 settembre.

Il punto, però, è questo: abbattere un regime non significa controllare ciò che viene dopo. Le esperienze in Iraq e in Libya lo dimostrano. Il vuoto di potere genera frammentazione, milizie, radicalizzazioni, interferenze esterne.

E qui emerge il primo paradosso: la nuova generazione di dirigenti iraniani cresciuta nella cultura dei Pasdaran, formata nella guerra asimmetrica, meno ideologica ma più militarizzata, potrebbe essere ancora più dura e meno prevedibile di quella eliminata.

Il ruolo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Pasdaran) è centrale. Non sono solo una forza militare. Sono potere economico, intelligence, rete regionale, infrastruttura industriale e influenza ideologica.

Se la vecchia élite religiosa era ancora legata a una visione teocratica classica, la nuova leadership emersa negli ultimi anni ha un’impronta diversa: più nazionalista che puramente religiosa, più strategica che retorica, più incline alla deterrenza dura.

In altre parole: meno clero, più apparato securitario. E questo rende il confronto potenzialmente più pericoloso. Perché la logica dei Pasdaran non è quella del compromesso diplomatico, ma quella della resilienza attraverso lo scontro controllato.

Il Golfo è il cuore energetico del pianeta. Un conflitto diretto può produrre attacchi a infrastrutture petrolifere, blocchi nello Stretto di Hormuz, sabotaggi informatici su reti energetiche e una escalation tra Iran e monarchie del Golfo, come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, che hanno costruito negli ultimi anni una fragile normalizzazione con Teheran.

Un’escalation li costringerebbe a scegliere un campo apertamente. E questo romperebbe un equilibrio, che era stato lentamente ricomposto dopo anni di tensioni.

Per Israele il confronto con l’Iran è esistenziale. Non solo per il dossier nucleare, ma per la rete di alleanze iraniane: Hezbollah in Libano, milizie sciite in Iraq e presenza in Siria a sostegno a gruppi palestinesi.

L’obiettivo israeliano non è solo colpire capacità militari. È impedire che l’Iran raggiunga una massa critica tecnologica e strategica che renda impossibile qualsiasi contenimento futuro.

Ma ogni colpo inflitto al centro decisionale iraniano accelera la radicalizzazione della risposta.

La crisi potrebbe offrire un vantaggio strategico a Vladimir Putin e alla Russia: distrae l’attenzione occidentale dall’Ucraina frammenta la coesione euro-atlantica aumenta il prezzo dell’energia rafforza il ruolo di Mosca come mediatore alternativo.

In uno scenario di instabilità regionale, Mosca può presentarsi come interlocutore necessario, soprattutto verso i Paesi del Golfo e verso la Cina. Il conflitto in Medio Oriente, paradossalmente, può alleggerire la pressione strategica su Mosca sul fronte europeo.

Gli scenari possibili

Escalation controllata: attacchi reciproci, ma senza invasione terrestre. Pressione massima, ma mantenimento di canali indiretti. È lo scenario più probabile nel breve periodo.

Destabilizzazione interna iraniana: proteste, crisi economica aggravata, frammentazione dell’élite. Ma attenzione: una società sotto attacco esterno tende a compattarsi, non a crollare.

Conflitto regionale aperto: coinvolgimento diretto di Libano, Siria e Golfo. Chiusura dello Stretto di Hormuz. Shock energetico globale.

Congelamento strategico: dopo un picco di tensione, si torna a una nuova forma di deterrenza indiretta. Una “guerra fredda 2.0” mediorientale.

Ciò che davvero colpisce non è solo la violenza dello scontro. È il fatto che per la prima volta dal 1979 non si parla più di contenere l’Iran. Si parla di ridisegnarne il potere. E quando una potenza esterna dichiara implicitamente che l’obiettivo è cambiare il regime di un’altra nazione, il conflitto diventa esistenziale.

Un regime che lotta per la sopravvivenza non ragiona in termini di proporzionalità. Ragiona in termini di permanenza storica. E la nuova generazione iraniana, cresciuta tra sanzioni, isolamento e guerra asimmetrica, potrebbe essere meno ideologica ma più fredda, meno teocratica ma più militare, meno retorica ma più determinata.

La vera domanda, allora, non è se il regime cadrà. È se il Medio Oriente può reggere l’urto di un tentativo di farlo cadere. E, più in profondità ancora: chi trarrebbe davvero vantaggio da un Iran frammentato, armato, ferito e senza un centro stabile?

Perché nella storia recente, ogni volta che una linea rossa è stata superata, l’ordine che ne è nato non è stato più stabile. È stato solo diverso.

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