testata3

OPINIONI

La lezione di Davos, o si fa l'Europa daccapo o si muore

La lezione di Davos, o si fa l'Europa daccapo o si muore

“A Davos, in Svizzera, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha pronunciato quello che sarà ricordato nei futuri manuali di storia come un discorso capace di definire un’epoca.”


Così Paola Bergamo su Nuovo Giornale Nazionale commenta, riportandolo poi integralmente, il discorso del premier canadese Carney a Davos. Questo giudizio mi trova assolutamente concorde. E’ stata fatta un’analisi spietata della realtà attuale, dei nuovi orizzonti di scontro, delle modalità antidemocratiche con la quale le potenze egemoni stanno praticando “un nuovo ordine”. Sono stati riconosciuti senza infingimenti – anche se con pochi brevi incisi – le responsabilità di aver ignorato i segnali di degrado e di aver partecipato al degrado stesso sul piano dei commerci, senza capire che avrebbe portato a degrado politico. Ma anche la responsabilità di chi si è adattato a quanto stava accadendo, delle “potenze medie” che hanno sinora rinunciato a costituire una terza forza. « I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di solo nominare la realtà, di costruire forza in patria e di agire insieme.» dice Carney.
Questo ultima riflessione già appare una novità rispetto al mainstream: perché accetta un’autocritica, inutile se lasciata fine e se stessa ed invece indispensabile se utilizzata come base per una reazione. Che non può fondarsi solo sulla rivendicazione di valori che sono sotto attacco. Ed è questo concetto – espresso in più passi – che mi porta alla più piena condivisione. La sintesi è forse in questa frase: «Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo rimpiangerlo. La nostalgia non è una strategia.». Assicuro che io mi sento meno isolato nel sentirlo affermare.
La forza di questo discorso sta però soprattutto nelle indicazioni del che fare. «Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. Questo è il compito delle potenze medie, che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica». E del come farlo: «Smettere di invocare l’ “ordine internazionale basato sulle regole” come se funzionasse ancora. Chiamare il sistema per quello che è: un periodo di intensificazione della rivalità tra grandi potenze, in cui i più potenti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come arma di coercizione.» Dunque «Le potenze medie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menu». Ancora: «Le grandi potenze possono permettersi di agire da sole. Hanno le dimensioni di mercato, la capacità militare, la leva per dettare i termini. Le potenze medie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra di noi per essere i più accomodanti. Questa non è sovranità. È la messa in scena della sovranità mentre si accetta la subordinazione.». Un “uniamoci” che ricorda altre simili storiche invocazioni.
Invito a leggere per intero questo documento. Ed a fare subito dopo una riflessione.
Concordo, l’ho detto e ne resto convinto, che la chiave del tutto è nell’essere uniti per essere una terza forza. L’Europa sarebbe un coacervo di potenza estremamente superiore al solo Canada (che potrebbe essere un partner di importanza strategica immensa); e potrebbe pensare ad alleanze che ulteriormente rafforzino questo terzo polo. Lo scontro deve essere sui fatti: non una minaccia che non serve se non ad anticipare una battaglia che ancora non siamo in grado di sostenere. Intanto, bisogna diventare Europa.
Lo so che questa mia è una lagna. Ma è così. Smettiamola con il gioco delle critiche a intervalli alternati se ogni azione compiuta sia o meno a “europeista” o “divisiva” o sia improntata a sovranismo. Va bene per la critica casareccia. Non serve per il futuro.
Questa Europa non esiste e va modificata profondamente. Per farlo bisogna esser estremamente fermi – e forse anche duri – con chi scambia il tifo delle idee con la politica.
Mentre a Davos sta succedendo quello che sta succedendo, l’Europa dei burocrati – ma nella drammatica indifferenza della politica – investe (come ricorda Piero Imberti sempre su Nuovo Giornale Nazionale) più di un milione per un documento che segna “l’obbligo” di utilizzare linguaggi “politically correct” come fattore di eguaglianza ed inclusività. In altre parole l’uso di termini come "partner" e "terra di nascita" in sostituzione di “marito e moglie" e "patria”; ovvero evitare “maschile” e “femminile” perché definirebbero una distinzione biologica; evitare i termini di “padre” e “madre”…..
Con questa Europa andiamo allo scontro? Con Trump? Con Putin? Con la Cina?
Ma, più importante di tutto, possiamo fare a meno di andarci?

powered by social2s

RIFERIMENTI

ngn logo2

Testata totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione

Sostienici per dare una libera informazione

Donazione con Bonifico Bancario

TAGS POPOLARI

Info Nessun tag trovato.
Image
Image
Image
Image
Image
Image

Ricerca