Imporre i 30 chilometri all'ora a un'intera città è illegale. Parola del TAR. Il Tribunale Amministrativo dell'Emilia Romagna ha annullato il provvedimento Città 30 di perché il Comune ha violato l'articolo 142 del Codice della Strada. Il limite generalizzato è stato esteso al 64% delle strade urbane quando la legge consente deroghe solo strada per strada, con motivazioni tecniche specifiche. Non un cavillo burocratico: un abuso di potere certificato dalla magistratura.
A Roma, in questo stesso momento, il sindaco Gualtieri sta commettendo esattamente lo stesso abuso. Dal primo gennaio il limite dei 30 all'ora vige in tutto il centro storico. Chi non conosce Roma pensi che il suo centro storico è grande quanto l'intera Firenze dentro le mura. Il sindaco ha annunciato autovelox mobili e fissi per far rispettare il limite. Ma il nuovo Codice della Strada vieta l'uso di autovelox dove il limite è inferiore ai 50 chilometri orari.
Tradotto: puoi imporre i 30, ma non puoi multare chi va a 40. Puoi sanzionare solo dai 51 in su. E allora a che serve il limite? A nulla, sul piano della sicurezza. A tutto, sul piano della propaganda. Il cartello dei 30 è un manifesto ideologico, non una norma applicabile.
La giustificazione è sempre la stessa: a 30 km/h si dimezzano gli incidenti e si salvano vite. Dati spacciati come verità scientifica, in realtà propaganda di parte. Secondo il rapporto ACI-ISTAT, la velocità è causa solo dell'8,4% degli incidenti stradali. La distrazione pesa il doppio, il mancato rispetto di precedenze e semafori ancora di più. E l'indice di mortalità sulle strade urbane è già il più basso in assoluto: 1,1 morti ogni 100 incidenti, contro 4,1 delle extraurbane e 3,2 delle autostrade.
Imporre i 30 all'ora per aggredire un 8,4% delle cause è come radere al suolo un palazzo per ammazzare uno scarafaggio. Ma poco importa: l'obiettivo non è la sicurezza, è la rieducazione.
Bologna e Roma sono i laboratori più avanzati di una filosofia che governa ovunque amministri la sinistra. Una filosofia che non osa più pronunciare il proprio nome perché puzza di impopolare: la decrescita felice.
L'idea che si stava meglio quando si stava peggio, che il progresso è una malattia, che bisogna muoversi meno, consumare meno, possedere meno. La sua traduzione urbanistica ha un nome seducente: la città dei 15 minuti. Tutto a portata di passeggiata, il quartiere come orizzonte.
Sulla carta una promessa, nella realtà una gabbia. Non è la città che si organizza per servirti, sei tu che devi rinunciare a muoverti.
Il catalogo delle vessazioni è sistematico. Piste ciclabili deserte dieci mesi all'anno, costruite restringendo carreggiate e cancellando parcheggi. Traffico impazzito in strade strozzate. Residenti che girano mezz'ora per trovare dove lasciare l'auto. E quando la trovano, strisce blu a pagamento ovunque.
Poi c'è la beffa delle auto ibride ed elettriche.
Per anni la propaganda ha martellato: comprate green, avrete vantaggi, sarete cittadini virtuosi. Migliaia di famiglie hanno investito soldi, spesso indebitandosi, per comprare vetture ecologiche.
Qual è il premio? A Bologna diecimila permessi ZTL tagliati dal primo gennaio: le ibride dei non residenti sono fuori dal centro. A Ravenna escluse perfino le elettriche. A Napoli tagliando annuale obbligatorio per entrare in ZTL con l'auto a batteria. A Firenze le ibride pagano la sosta come le diesel. Il cittadino che ha obbedito viene punito per aver obbedito.
Nel frattempo a Roma incombe la mannaia della ZTL Fascia Verde sulle diesel Euro 4 ed Euro 5. Chi non cambia auto, nonostante anni di martellamento mediatico e incentivi, non è un inquinatore per vocazione: è una famiglia che non può permetterselo. Appiedarla in nome dell'ambiente è classismo travestito da ecologia.
Peraltro un'ecologia fasulla: durante il lockdown, con il traffico azzerato completamente, l'ISPRA certificò un'impennata dell'inquinamento. La causa non è misteriosa: il riscaldamento degli edifici pesa enormemente più delle automobili. Ma riqualificare il patrimonio edilizio costa e richiede anni. Tartassare chi non può cambiare macchina costa nulla e rende subito.
Non esiste una regia nazionale, un sito che raccolga le regole, una logica comune. Ogni Comune decide in autonomia come vessare gli automobilisti, con quale pretesto, con quali eccezioni.
L'unica costante è il prelievo: ticket, permessi, abbonamenti, sanzioni. L'auto non è più un mezzo di trasporto, è un bancomat. E se sbagli varco perché non hai avuto il tempo di decifrare la selva di cartelli, 95 euro a botta. Che arrivano anche tre mesi dopo, quando magari l'errore è stato ripetuto venti volte.
La verità è semplice e la sentenza del TAR la certifica: questi provvedimenti non c'entrano con la sicurezza. C'entrano con un progetto ideologico di rieducazione forzata.
La sinistra ha smesso di lottare per far vivere meglio i cittadini. Ora lotta per farli vivere meno e pretende che ringrazino. Meno auto, meno movimento, meno libertà. Le tasse invece sempre di più.
Chi predica questa dottrina non la pratica mai. I sindaci girano con l'auto blu. Gli assessori alla mobilità sostenibile si spostano con la scorta. I teorici della città a 15 minuti volano in business ai convegni sul clima.
La decrescita è per te che vai a lavorare la mattina, non per loro.
Il TAR ha stabilito che a Bologna il re è nudo. Stessa sentenza, domani, potrebbe riguardare Roma. Gualtieri è avvisato. Ma non cambierà nulla, perché l'arroganza pedagogica della sinistra non conosce retromarcia. Nemmeno a 30 all'ora.







