Ci siamo cullati nella sicurezza degli USA come guardiano della pace e della democrazia e nella sua disponibilità ad ampi finanziamenti in campo militare e di mercato. Abbiamo accettato la sua leader-ship senza moti di indipendenza, anche quando urgevano. E, incapaci di altro, ancora sogniamo – ma a mezza voce - una Sigonella che però non abbiamo più ripetuto anche quando sarebbe stato necessario.
Ancora oggi non prendiamo atto dellaspaventosa situazione del bilancio americano e delle sua debolezza strutturale, come se una sua crisi ci potesse lasciare indenni e non invece distruggerci. Ci rifiutiamo di capire quali azioni metteranno in atto gli USA, Trump o non Trump. E rischiamo di non difenderci perciò dal rischio globale.
Ci siamo illusi del crollo della Russia dopo la caduta del muro ed abbiamo avuto al pretesa di “regionalizzarla”. Oltretutto secondo i dettami della nostra cultura, che non è, in tutti i suoi aspetti, quella Russa. E dunque non è sovrapponibile al suo retaggio culturale.
Abbiamo sottovalutato le conseguenze della crescita di Cina ed India e cioè degli effetti commerciali e di mercato integrato. Ci siamo improvvisamente accorti che quel mercato, creatosi con la globalizzazione, diventava quello più forte in assoluto e che nuove tecnologie e possesso di materie prime ci ponevano tutti in un angolo. Ed ancora oggi lo stupore prevale sull’azione di recupero. Ancora oggi sottovalutiamo forza e ruolo dei BRICS++. Guardiamo solo alla Cina e perpetuiamo la nostra miopia verso l’India e il nostro strabismo sul continente Africano. Ma siamo i soli a farlo. E accumuliamo così altro ritardo.
Abbiamo perso ogni occasione per diventare Europa: civiltà fondata sui valori della democrazia, dell’economia di mercato e del benessere diffuso; un complesso di culture irripetibile, un mercato quasi doppio rispetto a quello USA, una intraprendenza competitiva enorme.
Noi: l’Europa. L’Europa dei “padri fondatori”, dei moniti di Thomas Mann, delle lezioni di libertà e responsabilità di Huizinga e Unamuno (per non citare i soliti nomi dei più noti) e degli autori del Trattato di Ventotene.
Noi: l’Italia, eternamente in bilico tra il fare ed il solo dire.
Oltre ad indignarci, bisogna riconoscere i tanti errori accumulati. Processo che comunque serve, anche se non produce effetti. Ma produce riflessioni e stimoli. Utili se li raccogliamo. Se non ci fermiamo alle giustissime condanne, alle giustissime esecrazioni. Che soddisfano le coscienze ma, per come vanno le cose, poco altro.







