di Vito Sibilio
Monsignor Georg Ganswaein, già segretario particolare di Joseph Ratzinger e Prefetto della Casa Pontificia sia sotto il papato benedettino che sotto quello francescano, e che ora è Nunzio Apostolico presso le Repubbliche Baltiche, ha recentemente gettato un sasso nello stagno. Il 17 dicembre ha pubblicamente auspicato che si apra un processo cognizionale sulla vita e le virtù del suo defunto mentore, ossia che si avvii l’iter canonico della beatificazione e canonizzazione di Benedetto XVI. L’Arcivescovo non ha chiesto di derogare al quinquennio per fare sviluppare la fama sanctitatis, come alcuni hanno scritto, ma possiamo presumere che abbia parlato della questione con Leone XIV, che ha incontrato il 12 dicembre.
Una simile ipotesi ha fatto sobbalzare di gioia il fronte cosiddetto conservatore o tradizionalista, mentre è probabile che quelli che, in svariati ambienti, brindarono dopo l’abdicazione di Benedetto, siano stati traumatizzati da essa. Non a caso, nella stessa intervista in cui ha caldeggiato la beatificazione del defunto Papa emerito, Ganswaein ha rivelato di essersi riconciliato con Bergoglio nell’ultima udienza concessagli e addirittura di essersi recato sulla sua tomba a pregare in Santa Maria Maggiore. Come dire che, se Benedetto fosse canonizzato, non significherebbe una smentita postuma del ruolo e delle azioni di Francesco. Benedetto, canonizzato da Leone XIV, non starebbe a Francesco come Celestino V, canonizzato da Clemente V, stette a Bonifacio VIII, nonostante entrambi siano stati Confessori della Fede, come si dice per chi rende testimonianza tra le sofferenze senza arrivare al martirio. Del resto, il rapporto tra i due – Ganswaein e Bergoglio – è stato ampiamente documentato da entrambi nei rispettivi libri Nient’altro che la verità e Il Successore, che consiglio di leggere insieme a coloro che sono interessati all’argomento, perché una cosa è stato il rapporto tra il Papa emerito e il regnante ,un’altra la relazione tra quest’ultimo e il Prefetto della Casa Pontificia e un’altra ancora quella tra Francesco e la parte della Chiesa che aveva trovato in Benedetto il suo Pontefice ideale, specie a posteriori. Ora che Bergoglio è morto, Ganswaein è, alla luce del sole, il custode di una memoria che non fa più ombra al Papa regnante, ma è essa stessa parte del background al quale Leone XIV può e deve attingere. Perciò nulla di strano che l’ex segretario di Benedetto faccia con lui come Dziwisz ha fatto con Giovanni Paolo II, Macchi con Paolo VI, Capovilla con Giovanni XXIII e, sia pure da un altro ruolo, Suor Pascalina Lehnert con Pio XII.
Ma quanto c’è di concreto in questa richiesta di canonizzazione e quale realtà è sottesa ad essa? Cominciamo con una premessa. Chi scrive è convinto della santità di Ratzinger, come uomo, come teologo e come pastore. Come uomo, perché già nel 2013 Andrea Monda pubblicò un libro, Benedetto XVI un gesto di umiltà, nel quale, partendo dalla rinuncia, illustrava quelle che chiamava le virtù semplici di Joseph Ratzinger, ossia quelle che, praticate quotidianamente nella lotta contro i difetti comuni, spianano la strada tortuosa della santità. Di esse ho avuto anche io qualche prova, constatando la cortesia e l’umanità del Papa ogni qualvolta che mi sono rivolto a lui come comune cristiano, per semplice lettera. Ratzinger è stato un uomo semplice, caritatevole, pieno di fede e di speranza, mite, umile e ascetico, tanto ascetico da non aspettare la morte per testimoniare che sic transit gloria mundi anche per il Papato, avendolo abbandonato, senza abbarbicarvisi, dieci anni prima di passare a miglior vita. Come teologo, Ratzinger è stato senz’altro un santo, semplicemente perché la sua opera, della quale ho personalmente letto una gran parte, è stata una costante ricerca, sebbene accademica, della verità e, quindi, un percorso contemplativo, un itinerarium mentis in Deum. Del resto, Ratzinger si abilitò alla libera docenza con una tesi su San Bonaventura e l’idea della cultura come strada ascetica è connaturata alla sua formazione. La comprensione del dato rivelato, in Ratzinger, non è il frutto dell’astrazione dei concetti intellegibili dal sostrato sensibile da parte dell’intelletto attivo, ma è la cointuizione nell’intimo dell’anima delle idee che Dio stesso pone nell’anima dell’uomo. Ratzinger quindi è un contemplativo che studia e un mistagogo che insegna. Come pastore, Benedetto è stato santo, senz’altro tanto quanto i suoi predecessori canonizzati, perché ha portato avanti, lui mite e umile, un progetto inesorabile di riforma dei costumi ecclesiastici, cosa che, in duemila anni di Papato, contraddistingue solo e sempre Pontefici santi. Un progetto che gli è costato, diciamolo senza mezzi termini dopo l’inchiesta che gli ho dedicato su queste colonne, il martirio bianco, a cui prima ho fatto riferimento definendolo Confessore. Se dunque volessimo sintetizzare con una formula la santità di Benedetto, magari paragonandola a quella dei predecessori, potremmo dire che non è stata eroica e guerriera come quella di Pacelli o Wojtyła, ma nemmeno bonaria e solare come quella di Roncalli, quanto piuttosto soda e discreta come quella di Luciani e, andando più indietro, come quella di Mastai Ferretti e Sarto. Non a caso Benedetto era solito incedere in San Pietro con la croce pastorale di Pio IX, e non solo a me è parso evidente che il vero modello pontificale di Ratzinger fu San Pio X. Credo non ci siano dubbi che Ratzinger sia un uomo di Dio. Ovviamente, Lui stesso dovrà mettere il sigillo con un paio di miracoli concessi per sua intercessione, e la Chiesa dovrà compiere il suo percorso burocratico plurisecolare, per evitare che ci siano insinuazioni, polemiche e strumentalizzazioni.
Ma ora veniamo al punto dolente. Alcuni siti, influencer, canali youtube, testate cattoliche hanno parlato, giustamente, dell’inizio non ufficiale del processo di canonizzazione di Benedetto. La domanda è allora questa: quale sarebbe il significato per così dire politico di una iscrizione di Ratzinger al catalogo dei Santi in tempi rapidi? Perché non è indispensabile che questo avvenga, nonostante la Chiesa si sia, di recente, convertita alle canonizzazioni veloci. Rita da Cascia, la Santa degli Impossibili, vissuta nel XV sec., è stata canonizzata solo nel 1900 da Leone XIII, tanto per fare l’esempio più celebre. Ma anche Gregorio VII, papa di fondamentale importanza defunto nel 1075, è stato canonizzato agli inizi del XVII sec. da Paolo V. Un santo subito, che sorpassa col surf gli altri che attendono la causa e il suo responso, può avvenire raramente e Francesco d’Assisi, Antonio di Padova e Giovanni Paolo II possono bastare. Perciò anche Benedetto potrebbe aspettare, tanto più che, da dove si trova, per lui non cambia nulla. Certamente, se lui venisse messo sull’altare durante questa generazione che l’ha visto Papa, la tentazione di vedere in questo la rivincita del neointegrismo contro il neomodernismo che ha spadroneggiato sotto Bergoglio e ancora detta legge – che nessuno segue- sarebbe forte. Qualcuno, per rincarare la dose, potrebbe chiedere di mettere anche Bergoglio sugli altari. E però forse anche su questo andrebbero fatti dei distinguo. Ratzinger non è né Ottaviani né Siri, che pure erano diversi tra loro. Ratzinger è, per usare l’espressione felice di Roberto de Mattei, uno dei girondini che ha fatto la rivoluzione del Vaticano II, anzi, io direi, uno dei foglianti. Metterlo tra i reazionari, che oggi stanno solo con la Fraternità San Pio X, è semplicemente demenziale. Del resto, basta leggere i diari del Concilio di Ratzinger e Siri e paragonarli per capire cosa voglio dire. Il teologo bavarese, che al presule genovese parve tarchiato e dalla vocina stridula e femminile, non è stato un avversario, ma un architetto della Chiesa postconciliare, che ha contribuito a salvare dal naufragio durante la tempesta – in parte eterodiretta da Mosca – del Sessantotto ecclesiastico, le cui avvisaglie egli stesso registrò sconcertato nei suoi scritti sul Vaticano II. Canonizzare Benedetto sarebbe canonizzare il Concilio, tanto quanto se non di più di quanto lo è stato canonizzare Roncalli e Montini. La Chiesa del Vaticano II, che ancora oggi esiste, è, più di quanto si creda, la Chiesa di Woityła e Ratzinger. Non ci sarebbe nessuna sconfessione di Bergoglio, in quanto Papa inserito nella successione petrina, perché i suoi supporter, più che sostenere lui, hanno aspettato il Vaticano III e, cosa ancor più fantasmagorica, gli hanno dettato l’agenda e ne hanno approvato i canoni. Questo però significa che solo quando la faida intraecclesiastica tra neointegristi e neomodernisti sarà composta la canonizzazione di Benedetto sarebbe compresa nel suo significato e accettata completamente. E qui va riportata una importante, ulteriore asserzione di Ganswaein, che del suo Papa ha caldeggiato anche la proclamazione a Dottore della Chiesa, una cosa, si badi, che è circolata immediatamente dopo il decesso benedettino, ammessa a denti stretti persino dai progressisti arrabbiati. Infatti, siccome la Chiesa non ha Dottori che non possano insegnare anche con la vita, canonizzare Ratzinger e proclamarne il Dottorato farebbe sì che quel ruolo di architetto ecclesiale di cui ho fatto cenno entrasse pleno iure nel pantheon dei grandi intelletti del Cristianesimo, un pantheon da cui si può sempre attingere e nel quale, si badi, nessuno può pretendere di esercitare altra preminenza se non quella delle sue argomentazioni e autorevolezza. In sintesi, una buona parte delle svolte, anche traumatiche, avvenute dopo l’abdicazione di Benedetto, sarebbe salva e, forse, troverebbe materia prima per essere consolidata.
D’altro canto, se Ratzinger fosse inserito nel Catalogo dei Santi, tutta una sua attitudine, che è grazie a quelli come lui diventata attitudine della Chiesa, sarebbe canonizzata. E’ quella del dialogo inteso come riflessione condivisa, come enunciazione, esplicitazione e dialettizzazione dei nessi intimi al Logos, perché è proprio di Dio agire secondo ragione e, quindi, è possibile sempre che gli uomini, fatti a Sua immagine, si comprendano usando la propria, che di quella divina è una somiglianza. L’incontro ecumenico tra le Chiese, il dialogo interreligioso e quello culturale salirebbero sull’altare su Ratzinger. E forse, capito questo, i maggiori avversari della sua canonizzazione e del suo dottorato potrebbero essere i neointegristi più arrabbiati, quelli alla ricerca di un Vaticano III che sia un Congresso di Vienna, quelli a caccia non solo dei Giacobini ma anche dei Direttoriali.
E questo mi permette di concludere auspicando che il percorso non tanto inizi subito, cosa che pure mi piacerebbe, ma arrivi a compimento. Non si faccia con Benedetto come con Innocenzo XI, il liberatore di Vienna dai Turchi. Beatificato solo da Pio XII, quando l’opposizione della Francia monarchica non esisteva più, non è stato ancora canonizzato perché oggi le Crociate, nonostante fossero difensive, non sono più viste bene nella Chiesa. O peggio, non si faccia come Pio XII stesso, che, sebbene più santo di tanti suoi successori, perché temprato da un defatigante testa a testa con Hitler, Mussolini, Stalin e Mao durato tutto il suo papato, ad oggi è ancora solo Venerabile, perché la leggenda nera dei silenzi, inventata dalla STASI e diffusa dal suo agente Rolf Hochhuut, non è stata sufficientemente contestata dalla Chiesa postconciliare per un malinteso senso di dialogo col mondo ebraico- che quando Pacelli era vivo gli tributò ampi riconoscimenti. Insomma, se il processo di canonizzazione si deve avviare subito, deve arrivare a compimento. Altrimenti, visto che la santità si parametra sull’eterno, meglio aspettare.







