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OPINIONI

MANOVRINA, OMBRE E LUCI

MANOVRINA, OMBRE E LUCI

di MarcoPugliese
Hanno fatto la Manovrina: punti e disappunti
Chiamiamola con il suo nome, senza anestesia linguistica: questa non è una manovra economica, è una manovrina. Tecnica, prudente, scritta con il righello europeo in mano e il freno a mano ben tirato. La Legge di Bilancio 2026 muove circa 22–22,3 miliardi di euro complessivi. Una cifra che, detta così, impressiona. Ma rapportata a un PIL italiano che supera i 2.100 miliardi, equivale a poco più dell’1% dell’economia nazionale. Tradotto: gestione dell’esistente, non trasformazione.
Il contesto macroeconomico spiega tutto. Il Governo stima per il 2026 una crescita del PIL tra lo 0,7 e lo 0,8%, ben sotto la media storica e lontana da qualsiasi traiettoria di convergenza europea. Il deficit/PIL scende al 2,8%, in miglioramento rispetto al 3% del 2025, mentre il debito pubblico resta inchiodato sopra il 137% del PIL. Non esplode, ma non arretra in modo significativo. È una manovra di galleggiamento, non di navigazione.
I punti: quello che funziona (o almeno tampona)
Il capitolo fiscalità è il più spendibile politicamente. Il taglio dell’IRPEF sul secondo scaglione, dal 35% al 33%, costa circa 7,9 miliardi di euro e interessa i redditi compresi tra 28.000 e 50.000 euro lordi annui. In termini pratici, il beneficio medio varia tra 400 e 700 euro l’anno, a seconda del reddito. Non cambia la vita, ma qualcosa si vede in busta paga.
Per le imprese, il pacchetto di incentivi vale circa 2,3 miliardi nel 2026. Dentro ci sono crediti d’imposta per investimenti produttivi, misure per Industria 4.0, rafforzamento delle Zone Economiche Speciali e agevolazioni per il reshoring. Non è una strategia industriale, ma è un cuscinetto che evita il collasso degli investimenti privati in una fase di tassi ancora elevati.
Capitolo sanità: nel triennio 2026–2028 arrivano oltre 6 miliardi aggiuntivi, di cui circa 100 milioni nel solo 2026 per prestazioni ambulatoriali, protesica e abbattimento delle liste d’attesa. Poco rispetto alle necessità, ma sufficiente a evitare ulteriori tagli reali. Considerando che la spesa sanitaria italiana resta attorno al 6,8% del PIL, contro una media OCSE superiore al 7,5%, è più una pezza che una riforma.
Sul fronte sociale compaiono micro-interventi: fondi per caregiver (poco più di 1 milione nel 2026), risorse per politiche di genere, bonus settoriali. Voci che fanno volume politico ma poco impatto macro.
I disappunti: dove la manovrina mostra tutti i limiti
Il primo, enorme, è la crescita. Con uno 0,7% di PIL non si redistribuisce ricchezza, non si riduce il debito, non si alzano i salari reali. È aritmetica, non ideologia. L’Italia resta bloccata in una trappola di bassa crescita e bassa produttività, che la manovra non prova nemmeno a scardinare.
La pressione fiscale resta elevata: circa 42,7% del PIL, una delle più alte in Europa. Il taglio IRPEF è compensato da nuove entrate e da una struttura fiscale che resta pesante su lavoro e imprese. Nessuna revisione seria del cuneo, nessuna semplificazione radicale.
Il debito è il secondo grande nodo. La manovra non lo fa esplodere, ma non lo riduce in modo strutturale. Le previsioni parlano di una stabilizzazione “dal 2027 in poi”, formula che in Italia è diventata una categoria filosofica più che economica. Nel frattempo, il costo del servizio del debito continua a pesare per oltre 80 miliardi l’anno.
Terzo punto critico: le coperture. Parte delle risorse arriva da maggiori prelievi su banche e assicurazioni (circa 600 milioni tra 2026 e 2027), da nuove micro-imposte come la tassa da 2 euro sui pacchi extra UE, e da entrate una tantum. Funziona nel breve, ma non costruisce una base stabile. È finanza creativa a bassa intensità, non riforma.
Le “novità”: più politiche che economiche
La vera novità della Manovrina 2026 non è nei numeri, ma nell’approccio. È una legge di bilancio difensiva, costruita per rassicurare Bruxelles e i mercati finanziari, non per cambiare il modello di sviluppo. Nessuna scelta forte su salari, produttività, energia, demografia, capitale umano. Tutti i dossier strutturali vengono rimandati, spacchettati o sterilizzati.
È la fotografia di un Paese che amministra il presente e rimanda il futuro.



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