Washington crea un nuovo scudo economico: come le regole sugli investimenti in uscita stanno rimodellando la sicurezza nazionale e i flussi di capitali globali
Per decenni, il fulcro della difesa economica statunitense è stato il controllo “in entrata”, volto a monitorare gli investimenti esteri e le importazioni per individuare potenziali minacce alla sicurezza nazionale. Ora, in una svolta epocale, gli Stati Uniti stanno erigendo una frontiera complementare di controllo, regolamentando il flusso di capitale e competenze americane “verso l’esterno”.
Queste regole stanno diventando sempre più efficaci, creando un’architettura di conformità che lega gli investimenti diretti esteri statunitensi alle priorità di sicurezza nazionale. Con l’implementazione di tali regole da parte delle aziende, è probabile che i capitali statunitensi si allontanino ulteriormente dall’ecosistema tecnologico cinese. Tuttavia, le conseguenze più pesanti non ricadranno solo sulla Cina, ma si estenderanno anche alle economie asiatiche con catene di fornitura tecnologiche strettamente integrate con la Cina in settori cruciali.
Il programma del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti prevede regole sugli investimenti in uscita che si applicano quando una persona o un’azienda americana effettua un investimento che le conferisce una partecipazione significativa in specifiche attività tecnologiche sensibili. Tali attività sono considerate cruciali perché “abilitano le capacità militari, di sorveglianza o di cybersecurity di un paese di interesse”, ovvero la Cina.
A partire dal gennaio 2023, l’amministrazione Biden ha progressivamente messo in atto il primo regime nazionale di controllo degli investimenti in uscita. Ciò non ha rappresentato solo un semplice cambio di politica, ma una trasformazione radicale della politica economica, spostando l’attenzione dalla sorveglianza dei confini alla gestione del vettore del vantaggio tecnologico americano. Il processo ha preso slancio con un decreto esecutivo firmato il 9 agosto 2023, che si rivolgeva ai “Paesi di interesse”, inizialmente Cina, Hong Kong e Macao. Il decreto mirava a vietare o richiedere la notifica degli investimenti statunitensi in tecnologie sensibili come semiconduttori avanzati, intelligenza artificiale e tecnologie informatiche quantistiche.
Questo quadro normativo, inizialmente concepito come misura temporanea, è stato rapidamente e, con decisione, codificato in legge come parte del “National Defense Authorization Act (NDAA)” per l’anno fiscale 2024, un importante atto legislativo, approvato con ampio sostegno bipartisan, che sottolinea l’importanza della regolamentazione degli investimenti esteri come strumento permanente e in crescita per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, al riparo dalle fluttuazioni della politica elettorale.
L’NDAA non si è limitato a confermare il programma iniziale; ne ha espressamente richiesto l’espansione, incaricando l’amministrazione di valutare l’inclusione di ulteriori paesi e tecnologie nell’elenco di copertura. Questa clausola di escalation integrata funge da chiaro avvertimento per gli avversari e da guida per le autorità di regolamentazione.
I funzionari dell’amministrazione definiscono tale approccio come “piccolo cortile, recinzione alta”. Il “cortile” è deliberatamente ristretto, concentrato su un numero limitato di tecnologie a duplice uso in cui il capitale statunitense potrebbe potenzialmente migliorare direttamente le capacità militari o di sorveglianza di un rivale. L’obiettivo non è tagliare completamente i legami finanziari, ma impedire che il know-how più sensibile venga finanziato da investitori americani.
Questa misura è mirata, non un controllo dei capitali su larga scala, e affronta una vulnerabilità specifica: il rischio che gli avversari possano sfruttare canali di investimento aperti per aggirare i rigorosi controlli sulle esportazioni e i controlli in entrata.
Si tratta di una mossa che ha scosso la comunità degli investitori globali. Le società di venture capital e private equity con portafogli internazionali sono ora costrette a condurre livelli di due diligence senza precedenti, valutando attentamente i potenziali rendimenti finanziari rispetto alle possibili violazioni della sicurezza nazionale.
Parallelamente, si sta accelerando la tendenza al “friend-shoring”. Con l’aumento delle restrizioni sui capitali verso determinate destinazioni, questi vengono sempre più reindirizzati verso nazioni alleate. Le norme in uscita fungono quindi da imbuto, integrando incentivi come il CHIPS e lo Science Act per convogliare gli investimenti verso ecosistemi sicuri e compatibili.
Tale politica non è immune dalle critiche. Alcuni imprenditori,infatti, sostengono che essa imponga un onere eccessivo di conformità alle normative alle aziende e crei incertezza. Altri mettono in dubbio l’efficacia di un programma mirato in un settore tecnologico globale altamente interconnesso, dove il capitale può trovare percorsi indiretti.
Gli analisti considerano questo un momento cruciale, in quanto segna la chiusura di un importante ciclo nella politica statunitense. Per anni, il controllo si è concentrato su beni, software e denaro in entrata. Ora, si sta affermando la sovranità sui capitali in uscita che coinvolgono tecnologia strategica. Questo sviluppo segna la piena finanziarizzazione della concorrenza tecnologica con la Cina.
L’elaborazione delle norme americane sugli investimenti in uscita rappresenta più di un semplice nuovo regime normativo; è la dichiarazione di un nuovo fronte nella rivalità tra grandi potenze. Mentre il Dipartimento del Tesoro mette a punto e applica queste norme, il mondo osserva con attenzione per valutare l’entità delle restrizioni e la portata di questo cambiamento. Una cosa è certa: l’era dei capitali in uscita non controllati è giunta al termine.







